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Home - Approfondimenti - Interviste - Cerfeda: non può esserci contrattazione senza una reale crescita

Cerfeda: non può esserci contrattazione senza una reale crescita

di Fabiana Palombo
25 Giugno 2014
in Interviste
Cerfeda: non può esserci contrattazione senza una reale crescita

Intervistato da Il diario del lavoro, Walter Cerfeda, presidente Ires Cgil Marche, spiega l’influenza dei problemi dell’economia reale sulla contrattazione di secondo livello, ripercorrendo le principali tematiche dibattute durante l’incontro, promosso dalla Ires Cgil Marche insieme alla Cgil Marche, con i rappresentanti dell’imprenditoria della Regione.

Cerfeda, come giudica la contrattazione di secondo livello in Italia?

In seguito alla firma Testo Unico sulla rappresentanza e contrattazione sono emersi alcuni paradossi. In primo luogo l’accordo, se da una parte ha rinnovato regole e soggetti, spostando il baricentro dalla contrattazione nazionale a quella aziendale, dall’altro, non ha tenuto conto dei problemi dell’economia reale che sono quelli che impediscono il naturale svolgimento della contrattazione, che può avvenire solo se c’è una ricchezza da redistribuire. Se le imprese non possiedono questa ricchezza, la contrattazione, va da sé, non ha nulla da ripartire. Oltre a questa prima contraddizione, poi, ce n’è un’altra, che risiede nella decisione del governo di derubricare il primo livello di contrattazione, ossia quello relativo al rapporto fra governo e parti sociali.

Si riferisce alla fine dell’era della concertazione?

Esattamente. Penso che la contrattazione tra le parti sociali possa svolgersi proficuamente solo se le parti avessero la possibilità di confrontarsi con il governo sui temi di politica economica e industriale.

Ma se il governo non vuole concertare, come dovrebbero comportarsi le parti sociali?

Ritengo che l’unica via sia quella di trovare intese pattizie fra aziende e sindacati, ma sempre sui temi di politica economico-industriale. Diciamo che il governo, con la sua decisione di chiudere le porte al confronto con i suoi principali interlocutori, li costringe a cooperare per ripensare la contrattazione non più in termini di rivendicazione ma di collaborazione.

Come propone Federmeccanica nel suo Manifesto?

Sì. Infatti, pur con qualche contraddizione,la Federmeccanicaha deciso di intraprendere la questa stessa strada.

Quali sarebbero queste contraddizioni?

Beh, in sostanzala Federmeccanicaha riproposto un soluzione anacronistica, perché mentre da un lato ha ribadito l’impegno nel rafforzare il proprio rapporto, di piena correttezza, con il sindacato, dall’altro ha adottato un atteggiamento “paternalistico” nei confronti dei lavoratori, affermando di volerli coinvolgere direttamente nella gestione aziendale, ed escludendo così, almeno in parte, i soggetti deputati a rappresentare i lavoratori. Ma queste due operazioni non possono coincidere, in quanto il sindacato è l’unico a poter attuare una reale “rivoluzione culturale” nei posti di lavoro.

In cosa dovrebbe consistere esattamente questa rivoluzione culturale?

Fondamentalmente nel creare gli strumenti per una reciproca accessione, fra imprese e sindacati, ai rispettivi poteri e alle reciproche prerogative. A una tavola rotonda che abbiamo organizzato come Ires Cgil Marche, infatti, era presente anche il delegato welfare e politiche del lavoro di Confindustria Marche, Angelo Stango, il quale ha palesato come la percezione che le imprese hanno delle piattaforme sindacali sia quella di “tasse sociali”, ossia oneri. Ma se le piattaforme sindacali sono viste in tal modo è solo perché la contrattazione che ora si svolge, nelle Marche così come nel resto d’Italia, è soltanto quella di tipo ex-post.

Perciò lei pensa che sarebbe meglio “prevenire piuttosto che curare”?

Certamente. Perché adoperare un tipo di contrattazione ex-ante, implicherebbe un previo coinvolgimento fra delegati aziendali e sindacati basato sulle quotidiane dinamiche legate alla produttività e al lavoro in fabbrica. Produttività e lavoro, infatti, sono due facce inestricabili della stessa medaglia, ugualmente fondamentali al fine del naturale svolgimento della contrattazione, che, come ho già detto, altro non è se non il confronto su come redistribuire una certa ricchezza aziendale. Ma le imprese di oggi, in Italia, non possiedono alcuna ricchezza.

E qual è il motivo? 

Il motivo è che lo stato centrale, negli ultimi anni, ha dovuto far fronte al risanamento economico nazionale guardando al deficit, sottovalutando così i problemi dell’economia reale, quelli, soprattutto, delle piccole realtà industriali.

Mi potrebbe fare un esempio?

Se guardiamo alle Marche, regione in cui la maggior parte delle imprese è ancora a conduzione famigliare e in cui rimane forte il legame fra economia e territorio, si può facilmente notare come la crisi nazionale si sia abbattuta più pesantemente. Lo dimostra il ritmo elevatissimo al quale sta crescendo il tasso di disoccupazione regionale. Ciò è avvenuto perché le piccole e medie imprese non hanno saputo far fronte al crollo della domanda del mercato interno, in quanto i propri prodotti possiedono un basso valore aggiunto, non essendo tecnologicamente avanzati. Inoltre queste imprese sono state vittime del blocco dell’erogazione dei finanziamenti bancari, dato chela Banca Marcheè praticamente fallita e ora è sotto osservatorio della Banca d’Italia.

E per quanto riguarda le imprese d’eccellenza marchigiane?

Della Valle, Nero Giardini e gli altri casi di eccellenza hanno dovuto fronteggiare un altro problema, quello che risiede nell’avere il proprio core business fuori dalla regione. In più non dimentichiamoci l’assenza di normative atte a incentivare la fusione tra piccoli e grandi poli industriali, della cui necessità ha scritto anche Romano Prodi nell’articolo su Il Messaggero del 22 giugno scorso.

Quindi il modello di sviluppo della via Adriatica non esiste più?

Sembrerebbe di no. Basti pensare al fatto che le Marche hanno utilizzato fino all’ultimo centesimo dei fondi strutturali europei, spendendo 1 milione di euro in 7 anni, ma dovendo far fronte, contemporaneamente, a un taglio da parte dello stato centrale, di 3 milioni in 5 anni. Si è creato così un deficit strutturale che oggi si palesa in un ritardo digitale, energetico, di infrastrutture, dei trasporti. Si è arrivati al collasso del precedente modello di sviluppo, ma mentre le imprese lo hanno capito, la politica continua a rimanere sorda ai problemi reali del paese.

Dunque, qual è la strategia migliore per far fronte a questo stato di povertà industriale?

Ora che l’economia reale è chiamata a ricostruire i margini di produttività, l’unico modo per favorirli è ridurre le diseconomie esterne, ossia tutti quegli svantaggi, soprattutto territoriali, che si sono accumulati nel tempo e che impediscono ai prodotti di essere competitivi.

Fabiana Palombo

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