Bruno Manghi, il movimentismo inaugurato recentemente dalla Fiom e’ un passo avanti su una strada inesplorata o un ritorno al passato?
”Direi la seconda: negli anni Settanta e’ accaduto molte volte che i sindacati fossero anche movimenti: ma al centro c’era sempre il lavoro. Oggi mi pare che la Fiom si limiti a cavalcare una protesta, mettendo da parte la vocazione sindacale. Ma del resto, in un momento in cui il sindacato, nel suo complesso, e’ in declino in tutto il mondo occidentale, la tentazione di allargarsi ad altri campi di azione e’ comprensibile”. Ai nostri tempi, inoltre, il conflitto tra capitale e lavoro era al centro del problema della giustizia sociale, oggi e’ diverso, basta una tempesta finanziaria in qualche parte del mondo per spazzare via sia il capitale che il lavoro. E’ cambiato tutto, oggi e’ la finanza che comanda, e quella stagione degli anni Settanta e’ irripetibile.
Tuttavia, e’ innegabile che la Fiom ottenga dei risultati, se non altro di immagine.
Ma sono soddisfazioni di breve periodo. La logica della rappresentanza di interessi, in questo modo, viene messa da parte, schiacciata da una certa autoesaltazione di essere ‘’nel giusto”. Io, per esempio, sono contrario alla Tav: ma mi chiedo cosa c’entri la Fiom con il movimento No Tav. Se si cerca di acchiappare tutto, alla fine si rischia di non ottenere niente.
C’è un eccesso di conflittualismo?
Sì, e porterà problemi: il sindacato oggi e’ in una condizione di debolezza, servirebbe la massima unità, non importa chi ha ragione e chi torto. Invece, la Fiom tende ad accentuare tutti gli elementi di tensione. Non si e’ mai visto, per esempio, che un sindacato come la Fiom andasse a fare contestazioni così dure contro le sedi della Cisl. E questo vale anche per quanto riguarda i rapporti interni alla Cgil: non sono più i tempi in cui la Fim rompeva con la Cisl…
Insisto: Landini riesce a farsi seguire dai giovani, cosa che a un sindacato non accadeva dal 1969 o giù di lì, ai tempi di ‘’studenti e operai uniti nella lotta”. E suscita emozioni.
Dentro le emozioni landiniane c’è sicuramente anche l’insoddisfazione dei giovani che sentono di non contare nulla in questa società, in questo mondo del lavoro. Ci vorrebbe la politica a dare risposte, ma la politica tace.
C’è chi sospetta che la Fiom possa diventare la base di un nuovo movimento politico, infatti.
Sono almeno vent’anni che il sindacato non e’ più un bacino elettorale. Oggi non muove un voto. Tanto meno la Fiom. La sola categoria che potrebbe spostare consensi è quella dei pensionati della Cgil, perchè ha una base che proviene dalle file del vecchio Pci, e che soprattutto ha molto tempo per fare attività sul territorio.
Qualcuno intravede in Landini un possibile nuovo Cofferati, che è stato, di fatto, l’ultimo leader sindacale in grado di suscitare forti emozioni nelle popolazione, non solo negli iscritti e nei lavoratori. Crede che Landini si muova un pò in quel solco?
Cofferati è stato il primo caso di leader sindacale nella storia che è comparso da solo sul palco. Mi riferisco alla grande manifestazione del Circo Massimo del 2002: visivamente, la scenografia era strutturata per mostrarlo da solo, senza il gruppo dirigente attorno, come è invece tradizione che sia. L’ho considerato un caso di infatuazione, o di autoinfatuazione.
Dove porta tutto questo?
Non porta lontano. Oltretutto, il solo punto su cui il sindacato ha oggi ruolo e rilievo, su cui può incidere, è quello il welfare, non le relazioni industriali. La contrattazione migliore che si sta facendo in Italia è quella sociale, a livello territoriale. Si tratta di accordi molto interessanti, che trattano cose molto serie, che riguardano gli interessi delle persone. E’ quella la strada del nuovo sindacalismo. Non la piazza.
Nunzia Penelope

























