Oggi si tiene il primo sciopero degli immigrati che lavorano in Italia. L’iniziativa guarda ai modelli già applicati negli Stati Uniti e i n Francia.
Romano Magrini, responsabile politiche del lavoro di Coldiretti, cosa ne pensa dello sciopero di oggi?
È un’iniziativa interessante, sicuramente vogliono farci capire l’importanza fondamentale che rivestono oggigiorno nella nostra economia.
In Italia sembriamo essere di fronte a un corto circuito sulla questione dell’immigrazione, da una parte abbiamo bisogno dei lavoratori stranieri per non fermare l’economia, ma dall’altra fatichiamo nelle politiche dell’integrazione. Come se ne esce?
Sicuramente siamo di fronte a una situazione particolare, vi sono problemi di intolleranza da parte degli italiani e, in alcuni casi, difficoltà di integrazione di culture diverse. Non si può però esulare dal fatto che senza questi lavoratori l’economia e l’agricoltura italiana collasserebbero. Oggi, infatti, gli immigrati sono una realtà strutturale di cui non possiamo fare a meno.
Perché?
Gli italiani non vogliono più fare determinati lavori. Nemmeno ora, in piena crisi, i tentativi di italianizzare il lavoro in agricoltura hanno avuto successo.
Cercate di più stagionali o immigrati residenti nel paese?
Per noi è indifferente, l’importante è che siano specializzati, nel senso che tendiamo anche nel caso degli stagionali a richiamare sempre gli stessi lavoratori negli anni perché in tal modo non dobbiamo ogni anno ricominciare con la formazione. È come se si creasse anche con gli stagionali un rapporto di fidelizzazione del rapporto di lavoro.
Come Coldiretti quale politiche adottate per favorire l’integrazione degli immigrati impiegati in agricoltura?
Di solito gli stagionali non creano molti problemi, lavorano e passano la maggior parte del tempo in azienda.
Quali politiche chiedete al Governo?
In primo luogo chiediamo al governo di accelerare l’iter di ingresso per gli ottanta mila stagionali. Infatti, se non viene pubblicato al più presto il decreto flussi 2010 molti settori del made in Italy rischiano di essere danneggiati irrimediabilmente.
Dopo i fatti di Rosarno l’immagine del lavoro degli stranieri in agricoltura è uscita fortemente danneggiata. Mi può indicare qualche esempio positivo di integrazione nel mondo agricolo?
Ve ne sono molti. Per citarne solo alcuni, basti pensare ai lavoratori asiatici nel settore del latte, o a quelli che lavorano nelle barbatelle in provincia di Pordenone, o ancora, ai lavoratori albanesi che lavorano nel settore vitivinicolo in Piemonte.
Molti sindacati coinvolgono sempre di più gli immigrati nelle loro organizzazioni per rendere gli stranieri protagonisti delle vertenze che li riguardano. Cosa ne pensa?
Mi sembra una buona idea, può aiutare a sdrammatizzare alcune situazioni.
Cosa fate come associazione per scoraggiare un fenomeno drammatico come il lavoro nero in agricoltura?
Chi decide di far parte di Coldiretti è tenuto alla massima trasparenza. La legalità fa parte del nostro dna. Non si possono ottenere prodotti di qualità se non si parte dal rispetto delle regole.
Luca Fortia

























