Sono 430mila i lavoratori immigrati nell’agricoltura, il 42% del totale. A dirlo è il secondo rapporto della Fai-Cisl “Made in Immigritaly 2026”.
Dalla prima analisi degli elenchi Inps pubblicati all’inizio di aprile 2026, emerge che gli operai agricoli a tempo determinato in Italia attivi nel 2025 hanno raggiunto le 903.549 unità, di cui 399.364 nati all’estero (44,2% del totale). La componente femminile della categoria si attesta a 284.078 unità, di cui circa 89mila sono di origine straniera.
Gli operai provenienti da Paesi extra-Ue ammontano a 316.766 unità, il 79,3% del totale e i dati confermano una pluralità delle provenienze, poiché si registrano complessivamente 186 Paesi. Le cittadinanze più numerose sono quella rumane, 60mila persone, indiana, 53mila, seguite da Marocco, Albania, Bangladesh, Pakistan, Tunisia, Senegal, Nigeria e Mali.
Il report evidenza come emerge un dato ancora non percepito da una parte dell’opinione pubblica ossi che in molte regioni e province gli stranieri siano la manodopera maggioritaria. Per citare solo alcune regioni, vediamo come in Lazio, Liguria e Piemonte superino il 60%, mentre a livello provinciale a Latina, Cuneo, Savona, Imperia, L’Aquila, Verona e Bolzano si riscontrano percentuali che vanno dal 78 al 69%.
Il rapporto conferma, in aggiunta, il ruolo sempre più rilevate, stabile e strutturato della manodopera straniera non solo nel numero complessivo dei lavoratori ma anche nelle giornate lavorate. La crescita interessa in modo diffuso sia gli operai a tempo determinato sia quelli a tempo indeterminato. Negli ultimi anni si sono consolidate due tendenze sempre più evidenti nei dati statistici. Da un lato, si registra una costante diminuzione del numero di lavoratori italiani impiegati in agricoltura, dall’altro tra la presenza immigrata, emerge un significativo aumento della componente proveniente da Paesi extra-Ue.
Questa doppia dinamica riflette sia la crescente difficoltà nel reperire manodopera autoctona disponibile a svolgere lavori agricoli spesso stagionali e faticosi, sia la parallela capacità attrattiva del settore per i lavoratori stranieri, per i quali l’impiego agricolo rappresenta talvolta un settore di passaggio, un primo passo verso l’integrazione economica e sociale nel Paese.
Anche se in misura minore gli stranieri costituiscono una fetta significativa e in crescita all’interno dell’industria agroalimentare. A fine 2024 erano oltre 99mila unità, il 18,82% del totale. La maggior parte dei dipendenti immigrati (34,58%) sono occupati nel comparto della produzione di prodotti da forno e farinacei. Il 23,02% è impiegato nella lavorazione del pesce, della frutta e delle granaglie, nella produzione di oli, di prodotti animali e nell’industria lattie¬ro-casearia. Il 21,57% sono occupati nella produzione di altri pro¬dotti alimentari. Nella lavorazione e conservazione di carne e nella produzione di prodotti a base di carne la loro incidenza arriva al 16,95% del totale.
Gli immigrati provenienti da Paesi extra-Ue che lavorano nell’industria alimentare sono complessivamente 79.028 (il 15% del numero complessivo). Il restante 85% proviene da Paesi dell’Unione europea, inclusa l’Italia. Con 41.566 lavoratori, l’Europa rappresenta la quota più grande, con circa il 42% del totale. La provenienza dall’Africa si posiziona al secondo posto con 28.250 lavoratori, circa il 28,5%. Segue l’Asia, con 19.632 lavoratori (circa il 20%). Una presenza minore si registra dagli altri continenti: America con 9.537 lavoratori (9,6%) e Oceania con 179 lavoratori.
Gli stranieri impiegati nell’industria alimentare si concentrano prevalentemente nel Nord Italia, pur registrando una presenza significativa anche nelle regioni del Centro e del Sud. La regione con il maggior numero di occupati immigrati nel settore è l’Emilia-Romagna, che rappresenta circa il 20% del totale. Seguono la Lombardia (18%) e il Veneto (12%).
Uno dei problemi principali dell’agricoltura è la crescente carenza di lavoratori. Solo nelle Piana del Sale, in provincia di Salerno, le imprese avrebbero bisogno di 4mila addetti. La centralità dei lavoratori migranti è accresciuta anche dalla crisi demografica dell’Italia. A questi due aspetti, afferma il rapporto, se ne lega un altro ossia lo spopolamento delle aree interne. In queste zone l’agricoltura non è soltanto un’attività economica, ma svolge una funzione fondamentale di presidio del territorio e di conservazione dell’identità culturale.
La presenza degli immigrati nelle aree interne è aumentata, anche se i dati disponibili sono ancora frammentari. In diversi casi l’accoglienza di migranti e richiedenti asilo ha prodotto esperienze positive. Un’esperienza interessante è quella che si registra a Camini (RC), dove l’accoglienza è stata collegata al recupero abitativo, al turismo sostenibile e alla nascita di attività artigianali dando vita a un positivo esempio di ripopolamento e sviluppo locale.
Il secondo rapporto ha visto la luce nel decimo anniversario dell’entrata in vigore della legge 199 contro il caporalato. Nonostante la cronaca racconti di episodi di sfruttamento e fatti drammaticamente tragici, come Amendolara o la storia di Satnam Singh, lo studio della Fai invita a non generalizzare in tutte il settore forme di sfruttamento. Restano tuttavia ostacoli e strozzatura che impediscono una piana emersione dell’irregolarità e che di diano la possibilità agli irregolari si sfuggire alle grinfie dei caporali.
Chi entra irregolarmente diventa invisibile dal punto di vista sociale e giuridico e può essere facilmente sottoposto al ricatto di reti criminali. Ed è qui che si crea un nodo criminoso che produce illegalità ed effetti distorsivi e talora drammatici.
L’assenza di procedure semplici e prevedibili di regolarizzazione rende difficile uscire da questa situazione. Il caporalato assume inoltre forme diverse e moderne. Nell’Agro Pontino, per esempio, sono stati individuati sistemi transnazionali di reclutamento in cui mediatori organizzano l’arrivo dei lavoratori dall’India attraverso veri e propri “pacchetti-viaggio”, comprendenti spese di viaggio, compensi ai mediatori e pratiche per l’inserimento nel Decreto Flussi. Esiste anche un “caporalato dei servizi”, costituito da intermediari professionali che applicano tariffe parallele agli stranieri.
Un’altra forma di irregolarità consiste nella sotto-dichiarazione delle giornate o delle ore lavorate. Questa pratica permette di evadere le norme fiscali, ma soprattutto riduce i diritti dei lavoratori, che possono perdere l’accesso a prestazioni come disoccupazione, malattia, infortunio e maternità. Gli autori della ricerca criticano, inoltre, le forme di governance istituzionale che, pur utilizzando formule come “multistakeholder” e “multilivello”, spesso non riescono a produrre interventi realmente efficaci.
Il carattere stagionale dell’agricoltura richiede sistemi di ingresso più rapidi e flessibili. Il problema è che il Decreto Flussi non ha prodotto risultati proporzionati alle quote disponibili. Nel 2023 soltanto il 23,52% delle quote si è trasformato in permessi di soggiorno; nel 2022 il rapporto tra contratti e quote disponibili ha raggiunto il 35,32%.
I nuovi casi di studio di “Made in Immigritaly” dimostrano che non può esserci buona immigrazione senza buona integrazione. L’integrazione non deve essere considerata un elemento secondario rispetto al lavoro, ma un processo complessivo che coinvolge legalità, abitazione, conoscenza della lingua, stabilità occupazionale, partecipazione civica, ricongiungimento familiare e, in prospettiva, cittadinanza.
Tra le proposte avanzate dalla Fai c’è quella di una semplificazione burocratica degli ingressi regolari, superando la logica del click day e realizzando una maggior coinvolgimento delle parti sociali attraverso gli enti bilaterali. Occorre inoltre prevedere regolarizzazioni facilitate per chi perde temporaneamente la propria condizione di regolarità per motivi lavorativi o burocratici e programmi di formazione professionale nei Paesi di origine, compresa la formazione sulla sicurezza sul lavoro.
“In questi anni – afferma il Reggente nazionale della Fai Cisl Antonio Castellucci – sono state realizzate tante buone pratiche di inclusione e contrasto alle irregolarità valorizzando la contrattazione, la bilateralità, i servizi offerti dal sindacato. Sono pratiche positive da replicare e promuovere. Però manca ancora una politica migratoria moderna, efficiente e coerente. Serve una legislazione più avanzata, servono protocolli anticaporalato regionali e territoriali, progetti partecipati per la prevenzione dello sfruttamento dei lavoratori, della tratta dei migranti, del lavoro irregolare, bisogna superare le logiche del click day e riformare il metodo dei decreti flussi, poi occorre favorire forme di emersione degli irregolari già occupati in agricoltura e aumentare gli investimenti sulla formazione professionale e linguistica, anche nei Paesi di origine dei lavoratori stranieri”.
“L’immigrazione è una questione nevralgica per il futuro dell’Europa, strettamente legata al suo sviluppo economico, sociale e demografico. Va governata con umanità, legalità e lungimiranza, attraverso una strategia che tenga insieme accoglienza responsabile, integrazione, cooperazione con i Paesi di origine e canali di ingresso legali e governati, a partire proprio da quelli legati al lavoro” ha detto la segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola.
In merito alla 199 ha precisato che si è trattato di “una conquista importante. Ha rafforzato la capacità repressiva dello Stato, ha colpito l’intermediazione illecita, ha chiamato direttamente in causa anche la responsabilità dell’imprenditore che utilizza il caporalato”.
Ma, ha aggiunto, “dieci anni sono anche un tempo sufficiente per vedere ciò che ancora non ha funzionato. E il punto più debole rimane quello della prevenzione. Possiamo e dobbiamo colpire il caporale. Ma dobbiamo riuscire anche a togliere al caporale la funzione che esercita, costruendo prima e meglio di lui le risposte delle quali lavoratori e imprese hanno bisogno” ha concluso.



























