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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - Cosa resta del 2024

Cosa resta del 2024

di Massimo Mascini
23 Dicembre 2024
in L'Editoriale
Da destra a sinistra, tutti a pezzi

CONSIGLIO DEI MINISTRI DEL PRIMO MAGGIO 2023, PIAZZA COLONNA, PALAZZO CHIGI

Un anno strano il 2024. Era cominciato bene, sotto tutti gli aspetti. L’economia faceva credere possibile una crescita notevole del Pil, addirittura sopra l’1%. L’occupazione andava anche meglio, erano stati superati tutti i record. Le relazioni industriali procedevano spedite, tutti i contratti venivano rinnovati senza grandi problemi e con una buona crescita dei livelli salariali. C’era una grande attesa per il nuovo vertice di Confindustria, era tornata la speranza di un nuovo patto in grado di ricondurre il paese verso la crescita e la coesione sociale. Anche sul fronte politico le cose sembravano marciare. L’anno era iniziato con la vittoria delle sinistre in Sardegna, i partiti di opposizione andavano d’accordo, si profilava l’intesa per un campo largo. Anche le elezioni europee erano andate bene, la destra aveva vinto, ma l’opposizione si era dimostrata forte, il Pd aveva superato i Fratelli d’Italia, era risultato il primo partito.

Poi, quasi d’improvviso, il vento è cambiato. Le destre si sono riprese vincendo alcune importanti sfide elettorali. Parallelamente i partiti di opposizione hanno ripreso a litigare tra loro, l’opzione di un congiungimento anche solo elettorale è sfumata, quanto meno si è allontanata. La successiva vittoria delle opposizioni in Emilia Romagna e in Umbria non ha modificato sostanzialmente questo quadro. Anche l’economia ha cambiato registro. Nel terzo trimestre non c’è stata crescita del Pil, l’ipotesi di un aumento in termini annui limitato allo 0, 5% si è fatta concreta. L’occupazione ha visto frenare la crescita, esami più precisi hanno mostrato che le cifre positive dei primi mesi nascondevano qualche problema.

Le relazioni industriali non hanno deluso, tutti i tavoli di trattativa aperti hanno dato segnali positivi. Però il confronto più difficile, quello dei metalmeccanici, ha fatto segnare qualche passo falso. La Federmeccanica ha considerato negativamente la richiesta salariale avanzata dai sindacati, attenendosi alla regola dell’Ipca, che non prevede aumenti generosi. Alla fine, il dialogo si è interrotto: nulla di grave, è normale che queste trattative incontrino momenti di difficoltà, ma il clima si è irrigidito, le speranze di una rapida conclusione si sono arrestate.

Intanto sono peggiorati in maniera dirompente i rapporti tra le confederazioni sindacali. Cgil e Uil hanno confermato il loro giudizio negativo sul governo, bocciando la legge di bilancio. Tanto che hanno proclamato uno sciopero generale, come peraltro avevano fatto anche nei tre anni precedenti. La Cisl non ha ritenuto di dover seguire la medesima strada e, pur avendo criticato in parte la manovra del governo, vi ha visto anche alcuni lati positivi e non ha proclamato nuovi scioperi. Inevitabilmente i rapporti tra le diverse sigle si sono irrigiditi. Sia chiaro, è accaduto tante volte che le confederazioni si siano trovate divise, ma stavolta la polemica si è fatta aspra, a tratti anche personale, mettendo a rischio la forza del sindacato preso nel suo insieme.

E il quadro sostanzialmente negativo è peggiorato a causa di un paio di iniziative di fine anno che hanno visto al centro della scena il governo. La prima novità è stata la presentazione ufficiale da parte dell’esecutivo di un nuovo contratto nazionale, firmato da Confimi e da Confsal, due sigle di scarsa consistenza e rappresentatività, che però il governo ha voluto presentare come la nuova frontiera della contrattazione, un modello in grado di superare tutti i problemi. In realtà, di tutt’altro si è trattato, da ogni punto di vista. Il tratto più innovativo sembra essere l’indicazione che nelle imprese che applicano questo contratto non ci sarebbero più Rsu, ma solo Rsa a rappresentare i lavoratori. La differenza è che le Rsu vengono elette direttamente dai lavoratori, le Rsa sono invece nominate dal sindacato. Se questo contratto dovesse trovare vasta applicazione ne soffrirebbe il livello di democrazia, ma soprattutto non ci sarebbero più elezioni tra i lavoratori e verrebbe meno uno dei due criteri per misurare la rappresentatività dei sindacati.

La seconda novità è stata la presentazione, sempre da parte del governo, di un emendamento alla normativa sugli appalti in virtù del quale cambierebbero i criteri di valutazione della rappresentatività dei soggetti firmatari di contratti nazionali. Questi nuovi criteri non sono facilmente applicabili ed è complesso interpretarli. A pagarne lo scotto sarebbe il sistema della contrattazione, quindi i soggetti firmatari di contratti nazionali.  Tanto è vero che sei grandi soggetti datoriali, Confindustria, Confcommercio, Confcooperative, Legacoop, Abi e Ania, cioè il Gotha della realtà imprenditoriale del paese, hanno ritenuto opportuno avanzare una richiesta al governo affinché ritiri le modifiche proposte al codice degli appalti e, al fine di individuare la rappresentatività dei soggetti contraenti, accolga altri criteri, indicati da queste organizzazioni. Un gesto importante, che ha destato vasta eco, tanto che le tre confederazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil, pur con modalità diverse, hanno aderito alla richiesta, proponendo alle organizzazioni datoriali di avviare un dialogo su questi delicati temi per raggiungere un accordo a vasto raggio. Ma il governo non sembra intenzionato a tornare sulle sue decisioni.

Massimo Mascini

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Direttore responsabile de Il diario del lavoro

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