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Home - La ripresa dietro l'angolo - Damiano, non è il momento dell’ottimismo ma se cade il governo sarà peggio

Damiano, non è il momento dell’ottimismo ma se cade il governo sarà peggio

1 Ottobre 2013
in La ripresa dietro l'angolo
Damiano, non è il momento dell’ottimismo ma se cade il governo sarà peggio

Gli ottimisti vedono attenuarsi la morsa della crisi economica. Indicazioni ancora incerte, ma per loro leggibili, tali da far credere che il peggio sia forse dietro le spalle. Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro della Camera, non fa parte di quel drappello. A suo avviso siamo ancora al centro delle difficoltà e servirà tempo e fortuna perché si manifesti la ripresa. Che però va avviata. Il governo potrebbe intervenire, e le priorità sono già individuate. I problemi sono due. Il primo sono le risorse che mancano, ma che potrebbero essere trovate con una patrimoniale che colpisce solo i grandi patrimoni. Il secondo problema è dato invece dalla politica, che dovrebbe dare serenità e invece crea preoccupazioni. E se il governo cadesse o pensasse di uscire dai guai con una situazione rattoppata, le cose potrebbero solo precipitare.

Damiano, si vede qualche segnale di ripresa economica?

Purtroppo no. Qualcosa si avverte, ma molto debole, riconducibile a settori specifici, a nicchie. Direi che prosegue una situazione di difficoltà pressoché generalizzata. Basta pensare a cosa avviene nel settore dell’auto, o nella siderurgia, nelle telecomunicazioni, nei trasporti. Non è il momento di esprimere ottimismo. Se si vede un qualche lumicino in fondo al tunnel, è davvero flebile, occorrerà del tempo perché si irrobustisca. E sempre se la politica è in grado di assicurare qualche certezza, dare un po’ di serenità, un ancoraggio.

Sempre che non cada il governo.

Un’eventualità terribile, molto dolorosa per il paese, drammatica. Ci porterebbe immediatamente al commissariamento da parte della troika, al crollo della borsa, alla crescita dello spread, alla disoccupazione dilagante. Cosa questa che del resto è già una realtà, come ci hanno detto gli ultimi dati dell’Istat, con più del 40% dei giovani che non trova un lavoro.

Il governo Letta potrebbe superare questo momento di difficoltà.

Sì, ma potrebbe non essere sufficiente una soluzione di fortuna. Se continua il tiro alla fune tra i partiti, se siamo allo scontro elettorale più che al confronto per trovare le soluzioni migliori per i problemi del paese, la situazione è comunque negativa.

Cosa potrebbe fare il governo per agevolare la ripresa? Quali provvedimenti dovrebbe prendere?

Io in proposito  ho le idee chiare. Il problema è che non ci sono le risorse sufficienti.

Quali sono le priorità a suo avviso?

Togliere un po’ di tasse sulle imprese, abbassare il cuneo fiscale e contributivo, intervenire sull’Irap, detassare la prossima tredicesima, rifinanziare la cassa in deroga, correggere il sistema pensionistico, magari allargando l’area dei salvaguardati introducendo sistemi di flessibilità per chi ha un’età tra i 62 e i 70 anni. Ancora, sistemare i precari della pubblica amministrazione assumendo chi ha vinto i concorsi. Tutte misure importanti, ma costano. Spero che Letta si presenti con un programma vicino a queste indicazioni.

Abbassare il cuneo fiscale conviene davvero? L’intervento del governo Podi fu importante, ma non produsse grandi risultati.

Quell’operazione diminuì di tre punti il costo del lavoro, con un costo totale di 5 miliardi di euro a vantaggio delle imprese. Agimmo su tutti i lavoratori a tempo indeterminato, 8 milioni di persone. Un metalmeccanico a 1.200 euro netti al mesi ebbe un beneficio di 800 euro l’anno. Fu una cosa importante.

Però non cambiò radicalmente la situazione.

Non portò nuovi investimenti e nuova occupazione. Ma in quegli anni, tra il 2006 e il 2007 la disoccupazione scese fino al 6%, il minimo storico del nostro paese. E questo fu un risultato. Mancarono gli investimenti in tecnologia, nei macchinari, però l’impatto sul lavoro ci fu.

Lei lo rifarebbe?

Oggi non con le stesse modalità di allora. In primo luogo perché c’è, appunto il problema delle risorse, che non ci sono. E’ evidente che se hai 5 miliardi di euro da spendere fai un certo tipo di intervento, se ne hai 500 milioni ne fai un altro. Nel primo caso operi sullo stock, nel secondo sul flusso. Il governo ha già operato un intervento a favore degli stipendi dei nuovi assunti che non hanno più di 29 anni. Io farei un provvedimento senza questa limitazione, di carattere universalistico. E poi farei un’operazione selettiva. Ancora, non darei tutto alle aziende, metà a loro, metà ai lavoratori. Penso a un elemento distinto della retribuzione di 200 euro per la fine dell’anno. Qualcosa che si faccia apprezzare subito.

Si potrebbe finanziare la ripresa con una patrimoniale?

Non sono mai stato contrario, ma bisogna fissare bene le regole di questo intervento, che dovrebbe interessare quel 10% delle famiglie italiane che posseggono il 50% della ricchezza del paese. Io mi rivolgerei a loro, ai grandi patrimoni.

Monti diceva che non era tecnicamente possibile.

Ci si può provare.

Damiano, ma lei si fida degli imprenditori? Darebbe loro fiducia?

Le classi dirigenti non hanno dato grande prova di loro in questi anni. Ha sbagliato la politica, e gli imprenditori non sono tutti santi. Mi vengono in mente i capitali coraggiosi, gli imprenditori che scappano d’estate, quelli che vivono solo di lavoro nero. Per questo penso che i soldi che vanno in questa direzione dovrebbero essere vincolati ai risultati. Si danno soldi ha chi compra macchine, a chi investe in tecnologia, a chi innova, a chi dà prova di voler reagire. Non a tutti.

Massimo Mascini

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