Un appiglio qui, uno là. Il governo Meloni sembra sempre uno scalatore ancora a metà parete, ma già appeso all’ultimo chiodo. La crisi dell’energia scatenata dall’ex alleato Trump ha scatenato una rincorsa affannosa. Dopo la saga delle accise, il via libera faticosamente ottenuto da Bruxelles ad un imminente decreto bollette per guadagnare tempo, ma che, in realtà, può reggere solo se la soluzione della crisi di Hormuz è dietro l’angolo. Altrimenti diventa una trappola, per consumatori e governo.
L’accordo, che Meloni e ministri sbandiereranno nei prossimi giorni, dovrebbe rallentare l’incattivirsi delle bollette della luce (ma non del gas, a quanto si sa), sfruttando i particolari meccanismi del mercato della elettricità. Sono meccanismi complicati.
In Europa, il prezzo della elettricità (secondo uno schema che molti giudicano ormai superato e controproducente) è determinato, ogni giorno, dal prezzo che chiede l’ultimo fornitore chiamato a soddisfare la domanda nazionale. Facciamo un esempio. Supponiamo che, oggi, si preveda in Italia un consumo complessivo di 1.000 kilowatt. L’idroelettrico ne fornirà 300 a 30 euro l’uno. Il solare altri 300 a 35 euro. Il vento ancora 300 a 50 euro l’uno. Il geotermico 90 a 55 euro. Ne mancano 10: le uniche a poter garantire questi ultimi 10 kilowatt sono le centrali a gas, che però chiedono 200 euro a kilowatt. Risultato finale: tutti i 1.000 kilowatt vengono pagati al prezzo chiesto dalle centrali a gas, 200 euro.
Questo sistema ha due vantaggi. Consente di tenere in funzione, in via precauzionale, le centrali a gas, che altrimenti andrebbero in perdita. E rappresenta un incentivo automatico e potente per le energie rinnovabili, che ne ricavano prezzi assai vantaggiosi. Ma, quando il prezzo del metano sale, il sistema diventa oltremodo costoso, facendo schizzare verso l’alto il prezzo della elettricità nelle bollette di imprese e famiglie.
Da qui l’idea di imporre un tetto pubblico al prezzo del metano. Attualmente, il prezzo del metano che utilizzano le centrali a gas è più che raddoppiato, per colpa della chiusura dello stretto di Hormuz: sul mercato europeo si vende a 90 euro a Megawattora. Il governo lo bloccherà a 59 euro. Nel senso che le centrali continueranno a comprarlo a 90 euro, ma il governo le rimborserà con 31 euro, quanto serve perché forniscano il metano al prezzo di riferimento prefissato a 59 euro. Chi mette questi 31 euro? Imprese e consumatori, con apposite voci in bolletta. Ma la bolletta complessiva dovrebbe comunque scendere, perché il prezzo del metano fornito, che determina tutto il mercato dell’elettricità sarà più basso: 59 euro/Mwh, invece che 90 euro/Mwh.
La costruzione è ingegnosa, ma, per molti versi sa di scommessa e di azzardo. L’idea è una scopiazzatura della “eccezione iberica” del 2022. Nel pieno della crisi determinata dall’invasione dell’Ucraina, a Portogallo e Spagna fu, infatti, concesso di determinare il prezzo della elettricità secondo questo schema. E, allora, perché in Italia non dovrebbe funzionare? Anzitutto, per un problema di volumi.
La Spagna produce elettricità in modo molto diverso dall’Italia. Nella terra di Pedro Sanchez, le rinnovabili coprono il 60 per cento del fabbisogno, il gas solo il 15 per cento. Il rimborso governativo, in altre parole, scatta solo per il 15 per cento dei kilowattora messi in rete, In Italia, queste percentuali sono rovesciate. Le rinnovabili coprono solo il 40 per cento del fabbisogno, il restante 60 per cento viene dal metano. In altre parole, in Spagna si rimborsava la differenza fra prezzo di mercato e prezzo di riferimento solo per volumi pari al 15 per cento dei consumi. In Italia, il rimborso per le centrali del gas dovrà coprire volumi quattro volte superiori.
Dunque, l’azzardo: visto che il rimborso sarà a carico delle bollette, non è affatto detto che imprese e famiglie si trovino a pagare effettivamente di meno. Ma si aggiunge la scommessa. Ad oggi, nonostante i proclami di Trump, non è assolutamente scontato che la crisi di Hormuz si chiuda rapidamente. Più la crisi si prolunga, più il peso sulle bollette (e sulla credibilità politica del governo) si accumula. E, naturalmente, niente fa escludere che il prezzo del metano, con l’arrivo dell’inverno, salga ancora oltre i 90 euro, aumentando la differenza da colmare. Giorgia Meloni farebbe bene a spiegare che il via libera ottenuto a Bruxelles è solo un cerotto su una ferita che ancora sanguina: regge poco.
Maurizio Ricci


























