Niente licenziamenti unilaterali, almeno nel nuovo piano. Electrolux ha cambiato impostazione, ma il confronto con i sindacati è ancora lontano dalla conclusione. I 1.719 esuberi annunciati inizialmente, scesi in seguito a 1.450, diventano fino a 1.250 uscite volontarie incentivate nell’arco di tre anni. La proposta è arrivata al ministero delle Imprese e del Made in Italy il 5 ottobre; tre giorni dopo, in un altro incontro a Roma, la multinazionale ha precisato quanti lavoratori sarebbero interessati in ciascuno stabilimento. Per i metalmeccanici Fim, Fiom, Uilm e Uglm il ritiro dei licenziamenti è un passo avanti, non ancora una soluzione. Restano da chiarire le prospettive produttive, soprattutto a Cerreto d’Esi.
Sul tavolo ci sono 90 milioni di euro di investimenti, ammortizzatori sociali e una revisione della gamma dei prodotti. La produzione prevista è di circa 3,1 milioni di elettrodomestici l’anno. Electrolux dichiara inoltre di voler conservare in Italia il presidio industriale e le attività di ricerca e sviluppo. I sindacati chiedono però di capire quali produzioni resteranno effettivamente nei diversi siti e con quali organici. Perché il nuovo piano modifica le modalità delle uscite, ma non cancella il problema dei posti di lavoro.
Nel dettaglio, gli esuberi indicati dall’azienda riguardano 650 operai e 600 impiegati. Per i primi sono 50 a Solaro, 191 a Susegana, 166 a Porcia, 146 a Forlì, 77 a Cerreto d’Esi e 20 nella ricerca e sviluppo. Per gli impiegati, 246 tra Porcia e Pordenone, 26 a Solaro, 173 a Susegana, 87 a Forlì e 68 a Cerreto d’Esi. Ma il conto, secondo la Uilm, non finisce qui: ci sono 135 lavoratori a termine che non vedranno rinnovato il contratto. Considerandoli, le uscite ancora prospettate salgono a 1.385. A parte vanno conteggiati 90 contratti già scaduti e 80 persone che hanno lasciato volontariamente il gruppo.
“Dal primo momento, noi abbiamo chiesto il tavolo ministeriale – ha spiegato a Il Diario del Lavoro Davide Sperti, segretario generale della Uilm – perché le leve per risolvere questi problemi non sono nelle nostre mani. Insomma, non sono certo i lavoratori a poter risolvere il quadro regolatore europeo o il tema del costo dell’energia che fiacca l’industria”. Sperti richiama le vertenze affrontate negli anni passati, quando lotte e accordi difficili permisero di salvaguardare gli stabilimenti. Stavolta, sostiene, la contrattazione da sola non può bastare: il problema della competitività investe l’intero settore e richiede risposte anche dalle istituzioni.
A Electrolux, intanto, viene chiesto di non trasformare quelle difficoltà in un ridimensionamento della presenza italiana. “Noi abbiamo chiesto un patto con Electrolux”, spiega Sperti. In sostanza, se Governo e istituzioni metteranno in campo strumenti per aiutare l’industria degli elettrodomestici, l’azienda dovrà assicurare un futuro produttivo a tutti i siti. “Dobbiamo quindi evitare chiusure, licenziamenti e delocalizzazioni”.
La disponibilità alle uscite volontarie viene valutata positivamente, ma con prudenza. “La volontarietà è un primo passo in avanti, non si parla di azioni unilaterali”, dice Sperti. Per il segretario generale della Uilm, però, le risposte date finora non sono sufficienti. Non basta infatti trovare gli strumenti per gestire le eccedenze: occorre intervenire sul piano industriale. Anche perché il piano stesso presuppone aumenti di efficienza del 7% all’anno che le quattro organizzazioni sindacali giudicano abnormi. Le categorie chiedono di ridurre gli esuberi e di non svuotare gli stabilimenti delle competenze necessarie a continuare a produrre.
La volontarietà delle uscite, osservano le quattro sigle, non può essere garantita se vengono soppresse intere funzioni aziendali. Anche gli ammortizzatori sociali dovranno essere utilizzati a rotazione, evitando forzature nei confronti dei lavoratori con ridotte capacità lavorative e degli impiegati. I sindacati chiedono inoltre al Governo di rifinanziare i contratti di espansione, per accompagnare alla pensione chi ne ha la possibilità e favorire nuove assunzioni. La Fiom insiste sulla tutela dell’occupazione, della capacità manifatturiera e delle attività di ricerca e sviluppo; la Fim chiede garanzie sulla revisione della gamma dei prodotti e sui volumi produttivi, oltre a strumenti di formazione e staffetta generazionale.
Il punto più controverso resta Cerreto d’Esi. Il Mimit presenta il piano come un percorso che non prevede chiusure di stabilimenti e prospetta una reindustrializzazione del sito marchigiano. Di diverso avviso la Uilm: l’azienda, sostiene il sindacato, avrebbe confermato la decisione di chiudere lo stabilimento, offrendo per ora soltanto una disponibilità generica a favorire attività alternative. Nell’incontro dell’8 ottobre Electrolux si è detta pronta a mantenere la produzione attuale fino all’avvio di eventuali nuove soluzioni. Ora i sindacati vogliono mettere nero su bianco questa continuità, con impegni vincolanti e trasparenti. Per Porcia, invece, chiedono che rimanga l’intera produzione di lavasciuga.
Per Sperti, “il perno della discussione è innanzitutto Cerreto”, ma il destino del sito marchigiano è legato a quello degli altri stabilimenti, a cominciare da Porcia. “Noi non permetteremo che la continuità di alcuni siti si basi sulla chiusura di altri – precisa – non credo proprio sia possibile pensare che la competitività dell’export in Europa e nel mondo adesso dipenda da Cerreto”. La richiesta è di “salvaguardare gli stabilimenti non solo come poli produttivi ma anche industriali progettuali”. Non riguarda soltanto gli operai: dei 1.250 esuberi, 600 sono impiegati, e tra le attività interessate figurano anche funzioni tecniche e ricerca e sviluppo. Ridurle significa incidere sulle capacità del gruppo di progettare e produrre in Italia.
Il confronto si sposta così sulle responsabilità del Governo e dell’Europa. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha riferito di contatti con la Commissione e con altri Paesi manifatturieri, anche attraverso un documento informale, “per inserire la filiera del bianco, quindi l’elettrodomestico, tra i settori strategici”. L’eventuale riconoscimento potrebbe aprire la strada a incentivi e misure di sostegno. Restano però i costi dell’energia e le criticità del CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), il meccanismo europeo sul carbonio alle frontiere che, nella lettura sindacale, rischia di penalizzare alcune produzioni realizzate nell’Unione.
Sperti non nega che qualcosa si stia muovendo sul piano delle interlocuzioni, ma distingue gli annunci dai risultati. Modificare le norme europee non sarà questione di poche settimane, quindi nel frattempo “serve un periodo di transizione”: gli stabilimenti, insiste, devono restare attivi, anche grazie a misure pubbliche, purché la multinazionale assuma impegni precisi. Il dumping asiatico, in particolare quello cinese, e i maggiori costi sostenuti dalle fabbriche italiane sono problemi reali. Non possono però diventare, secondo il sindacalista, una ragione per ridurre ancora gli organici o aumentare i carichi di lavoro. Altrimenti a pagare il prezzo di problemi che non hanno provocato saranno ancora i lavoratori.
Il prossimo appuntamento plenario al Mimit è fissato per il 29 ottobre; nella prima parte di novembre è attesa la riorganizzazione globale del gruppo. Sperti spera in una soluzione che salvaguardi tutti gli stabilimenti. Prima del nuovo incontro, Fim, Fiom, Uilm e Uglm terranno assemblee nei luoghi di lavoro per discutere con i lavoratori i contenuti della trattativa.
Emanuele Ghiani



























