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Home - Approfondimenti - Interviste - Ex Alcoa, Usai (Fiom): l’azienda deve riassumere i nostri ex-lavoratori

Ex Alcoa, Usai (Fiom): l’azienda deve riassumere i nostri ex-lavoratori

di Emanuele Ghiani
10 Luglio 2018
in Interviste

 

Bruno Usai (Fiom Sulcis), intervistato dal Diario, ha spiegato le ragioni dei recenti sit-in di protesta organizzati dalle parti sociali contro la decisione della SiderAlloys, nuova proprietaria dell’ex Alcoa di Portovesme, di assumere personale esterno all’ex-stabilimento, invece di ricorrere al personale licenziato negli anni scorsi.

Usai, qual è la situazione ad oggi?

Stiamo facendo una sorta di sciopero e sit-in. Ora che speravamo di vedere i frutti di una vertenza che dura ormai da tanti anni, siamo di fronte a un’altra questione: gestire insieme all’azienda tutte quelle azioni rivolte a gestire l’ingresso dei lavoratori dentro lo stabilimento. Ma questo non sta avvenendo.

In che senso?

Abbiamo appreso che l’azienda sta assumendo persone che non fanno parte di quel gruppo di lavoratori che noi avevamo assicurato, anche in accordi ministeriali.

Quali accordi, esattamente?

Quando abbiamo fatto le varie riunioni al Mise, abbiamo fatto degli accordi con il governo e azienda dove avevamo pattuito che qualora lo stabilimento venisse riaperto si doveva assumere attingendo dal serbatoio degli ex-lavoratori Alcoa, cioè quelli licenziati nel 2014.

Come è andata a finire?

Non ci hanno coinvolto. In questi anni ci sono state dure lotte, sacrifici dei lavoratori e dei sindacati per riuscire a trovare una soluzione a questa vertenza. Ma adesso, vederci esclusi così… In un momento, tra l’altro, in cui c’è da riprendere in mano una produzione ferma da anni.  

Chi sta assumendo l’azienda?

In alcune posizioni, il management ha preso persone che non sono mai entrate in vita loro nello stabilimento. Inoltre, proprio per quelle posizioni occupate in passato dai nostri colleghi. Quindi, è normale che queste scelte creino malumore, sia nostro, sia dei lavoratori, che vengono a chiederci perché loro rimangono fuori dallo stabilimento.

Come sindacato potete fare qualcosa a riguardo?

Non dimentichiamo che i lavoratori posseggono il 65% delle azioni quindi anche noi abbiamo voce in capitolo su alcune scelte. Abbiamo 404 persone licenziate nel 2014 e da questi lavoratori l’azienda dovrebbe attingere. Poi, se vuole assumere più lavoratori siamo d’accordo. Ma se uno sostituisce l’altro è problema.

Questi passaggi erano stati definiti negli accordi?

C’era un accordo tra le parti. Inoltre, secondo me questa società non ha bene in mente come funzionano le relazioni industriali in Italia, delegando al nuovo management alcune scelte: quando abbiamo incontrato Confindustria, l’azienda ci ha detto che si affidano al direttore di stabilimento e se pensa che questa sia la strada giusta loro lo approvano d’ufficio.

Come avete reagito?

Abbiamo tentato di far capire che esistono degli accordi e delle relazioni da rispettare. Ma non c’è stato niente da fare. Così siamo arrivati ad organizzare sit-in, per il momento, nella speranza che si rimetta a posto una situazione che anche dal loro punto di vista in termini economici e professionali non conviene.

In che senso?

Se l’azienda avesse bisogno di un fisico nucleare o di un astronauta, io come sindacalista non sono in grado di fornirglielo. Quindi se ne occuperà l’azienda di cercarlo. Ma se cerca un ingegnere e noi l’abbiamo tra le persone licenziate in precedenza, che senso ha cercare altrove? Ripeto, si riapre una produzione ferma da anni: tra un lavoratore che da anni è abituato a lavorare in quella specifica posizione di quel particolare stabilimento, con un team familiare, e un completo sconosciuto lei chi sceglierebbe?

Magari i nuovi proprietari conoscono degli ottimi ingegneri…

Manco stessimo proponendo analfabeti ad Harvard. I nostri lavoratori sono altamente professionali e qualificati, formati a quel tipo di produzione. Vorrei ricordare che quando lo stabilimento ha chiuso gli indici erano positivi. Lasci perdere che l’Alcoa ha sempre dichiarato che era sempre in perdita, noi l’abbiamo dimostrato e infatti siamo arrivati a riaprire lo stabilimento.

E cosa vi hanno risposto dalla Sider Alloys?

Vanno dritti spediti, dicono che pagano loro e se dovesse andare male la questione portano i libri contabili in tribunale, ma che c’entra? Roba da anni ’70, “pago io decido io”.

Quindi la posizione dell’azienda per ora è questa?

Per il momento è così. Speravamo di trovare una intesa subito, invece sono andati avanti con l’assunzione di 15 persone. Ciliegina sulla torta: ma le pare normale che fanno le prime assunzioni e il sindacato non è parte di questo accordo?

Cioè?

A queste persone è stato proposto un contratto di lavoro che noi non conosciamo. Poi ci hanno detto che proponevano il nostro contratto nazionale… e certo, ma quale? Quale contratto stai proponendo? Il precedente, un altro contratto?

Ma il management è formato da personale estero?

In realtà sono italiani, ma sono secondo me più abituati a commerciare prodotti in varie parti del mondo che a produrre. Io non so che abitudini hanno. Però, mettiamo il caso che non conoscano le nostre abitudini nel rapportarsi con le parti sociali: ma chi è nello stabilimento le conosce, perché ha lavorato con noi. Sono tutti nostri ex-colleghi, che svolgevano ruoli dirigenziali ma non erano a questo livello. Adesso il gruppo gli ha promossi a direttore e vice-direttore.  L’Ad di Sider Alloys ci ha detto che, non essendo del territorio, si affidano al lavoro che svolge qui il management a Portovesme. C’è un rimbalzo di responsabilità, perché l’altra parte dice che alcuni punti li impone l’azienda e così regna il caos.

Emanuele Ghiani

Tags: LavoroIndustriaAlluminioFiomAlcoaPortovesmeSiderAlloys
Emanuele Ghiani

Emanuele Ghiani

Giornalista de Il diario del lavoro.

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