Qualche amico misericordioso dovrebbe avvertire la gloriose federazioni dei metalmeccanici che – all’ex Ilva – stanno combattendo contro il nemico sbagliato. Poi, magari, i suoi consigli potrebbero ignorati, visto che sono ben 14 anni che i sindacati perseverano nell’errore. Ma vale sempre il principio del ‘’dixi et servavi animam meam’’.
Questa volta però c’è un segnale nuovo da tenere in considerazione. Mentre i sindacati scioperando quasi ad oltranza impediscono una produzione ridotta al minimo e che è considerata il corpo del reato e bloccano, per far dispetto al governo che ne ha fatto un reato, delle strade secondarie dove non c’è traffico, i Genitori tarantini, l’associazione capofila dell’ambientalismo killer, organizza un sit in a Roma davanti al Palazzaccio con l’obiettivo di fare pressione sulla Suprema Corte in senso favorevole alle loro richieste di chiusura immediata dell’area a caldo. Anzi i loro legali hanno polemizzato con il decreto varato dal governo che invita ‘’a mantenere in condizioni di riscaldo gli impianti dell’area fusoria, in modo da non pregiudicarne irrimediabilmente la funzionalità, fino alla pubblicazione della motivazione della pronuncia della Corte di cassazione relativa all’impugnazione dell’inibitoria della continuazione dell’attività produttiva e, in ogni caso, non oltre il 15 dicembre 2026’’.
Può essere che qualche gesto dei sindacati mi sia sfuggito, ma è certo che non hanno mai preso di petto la magistratura nonostante che fosse nei Palazzi di Giustizia il covo degli assassini. L’ex Ilva è stata demolita a furia di sentenze ed ordinanze senza che nessuna Corte si sia curata di dimostrare che lo stabilimento di Taranto violava le regole della sicurezza ambientale sulla base degli step progressivi predisposti dalla Ue in accordo con lo Oms e validi per tutte le acciaierie.
La posizione della magistratura penale e civile è sempre stata sbrigativa: l’acciaio puzza, manda in cielo dei fumi fastidiosi pertanto gli altoforni vanno spenti perché la salute è più importante. Il tutto condito con analisi epidemiologiche inventate, senza che nessuno facesse notare che – per le morti a causa del cancro – Taranto non entra tra le prime dieci città. E’ chiaro che davanti ad una posizione pregiudiziale secondo la quale lavorare l’acciaio non fa bene alla salute, non c’è modo di difendersi, salvo rinunciare a queste produzioni a dispetto delle regole della transizione ecologica.
Infatti, quando l’Arpa regionale certificò la correttezza dell’ex Ilva, la magistratura tarantina, senza prove, sentenziò che il presidente della Regione Nichi Vendola, un santone della sinistra, aveva esercitato pressioni indebita sul presidente dell’Arpa: entrambi furono condannati in primo grado. L’argomento usato dal pm fu singolare: ‘’Come si fa a dire a una madre che ha perduto un figlio che tutto era regolare?’’. Si arrivò persino a sequestrare tonnellate di prodotti di acciaio situati nel porto in quanto corpo del reato.
Oltre ad un eccessivo perbenismo manifestato nei confronti della magistratura i sindacati hanno dimostrato un’enorme coda di paglia nei confronti delle istanze ambientaliste, fino ad assumerle come obiettivo della loro stessa lotta, portando così acqua al mulino dei loro nemici. Persino di fronte alle ordinanze provocatorie della Corte d’Appello di Milano che ha imposto all’azienda misure impossibile da realizzare nei 90 giorni assegnati per non spegnere il solo altoforno sopravvissuto, non esiste una parola di critica da parte dei sindacati. Anzi nella lettera inviata al presidente Mattarella hanno scritto a chiare lettere che le loro rivendicazioni non hanno mai messo in discussione le decisioni della Magistratura, bensì hanno evidenziato che tale situazione si è determinata a seguito di un vuoto della politica nel ricercare soluzioni che impedissero questa grave crisi che attraversa quel territorio.
Quanto al mondo dell’impresa in un recente intervento del presidente Emanuele Orsini, nella quale veniva denunciato il pericolo della deindustrializzazione, l’ex Ilva non era neppure nominata. Quanto alla cordata di Federacciai, il suo interesse si ferma all’area a freddo ma con il contributo dello Stato.
Anche la politica ha delle gravi responsabilità. Le istituzioni locali (Regione, Comune) si sono arrese alle istanze ambientaliste che hanno impedito, in sinergia con la magistratura, che si attuassero miglioramenti del quadro ambientale (si pensi, dapprima al rifiuto di coprire con gradi teloni i siti del carbone e dei rottami e in seguito al rifiuto di ormeggiare nel porto una nave che fornisse energia allo stabilimento, ora la pretesa di interrompere la fase di riscaldamento in stand by per poter ripartire se la Cassazione il 20 ottobre accettasse il ricorso contro l’ordinanza della Corte d’Appello di Milano).
Ma anche la politica a livello nazionale ha le sue responsabilità: le opposizioni sono in buona parte colluse con l’ambientalismo radicale e sottomesse alla sacralità della magistratura (va segnala la dabbenaggine di negare lo scudo penale ai manager di Arcelor Mittal; quanto al governo chi confidava che il centro destra fosse meno sensibile al richiamo della foresta delle toghe e dei verdi, è rimasto deluso. Il ministro Adolfo Urso non solo ha affossato del tutto la soluzione Arcelor Mittal, ma si è fatto irretire dalla retorica dell’acciaio green come una qualunque Greta Truberg.
Poi all’improvviso un barlume di speranza è venuto dalla Procura generale della Cassazione, che ha espresso un parere contrario alla decisione della Corte d’Appello di Milano relativa allo stop dell’area a caldo, sulla base delle seguenti motivazioni: a) la Corte d’Appello avrebbe ordinato la chiusura dell’area a caldo (disposta con il decreto del 27 luglio 2026 e prevista entro il 28 ottobre) basandosi su dati non aggiornati. b) la Corte d’Appello ha errato nel considerare in parte non valida o illegittima l’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) del 2025 con riguardo alla valutazione dell’effettiva pericolosità di amianto e polveri sottili al di sotto degli standard della legislazione vigente.
Questo è il punto chiave di tutta la vertenza ex Ilva. Vedremo quale sarà la decisione della Suprema Corte e se chiarirà un aspetto fondamentale della crocifissione dello stabilimento di Taranto: le sentenze di respingimento dei ricorsi stavano entro i limiti nei quali la magistratura poteva andare? Di conseguenza proverà ad evitare una drammatica riduzione dei posti di lavoro, e il relativo inaccettabile disastro economico e sociale? Certo sarebbe interessante assistere ad un cambiamento di scenario ‘’per vedere di nascosto l’effetto che fa’’. Mettiamo il caso che la SCC accolga il ricorso – avanzato ‘’un po’ per celia e un po’ per non morir’’(copyright Madama Butterfly) – ed autorizzi a far ripartire l’altoforno. A quel punto gli ambientalisti scenderebbero in piazza, mentre gli altri interessati non saprebbero quali pesci pigliare perché tutti hanno già fondato le loro linee di condotta sulla chiusura dell’area a caldo.
Quanto ai sindacati la loro principale preoccupazione, in questa fase, è rivolta al piano straordinario della difesa del reddito attraverso ammortizzatori speciali, prepensionamenti e quant’altro; poi si vedrà con i piani di reindustrializzazione. Primum vivere deinde philosophari.
Tutti affermano che l’acciaio è fondamentale, ma sanno bene quale sia la differenza tra il produrlo o lavorarne le bramme acquistate dalla Cina.
Giuliano Cazzola




























