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Home - Approfondimenti - Analisi - Forti, autonome e al comando: come le serie tv stanno cambiando l’immaginario femminile

Forti, autonome e al comando: come le serie tv stanno cambiando l’immaginario femminile

di Maurizio Ricci
12 Maggio 2026
in Analisi
L’insulso gracchiare della televisione

Dove sono finite le biondone, tutte tette, mascara e risolini vacui, che tappezzavano i film del secolo scorso? E le trepide consorti che guardavano piangendo Gary Cooper andare al duello di “Mezzogiorno di fuoco” o John Wayne tenere a bada gli indiani a colpi di Winchester in “Ombre rosse”? Ancora 40 anni dopo, sprovvedute bellezze venivano salvate a ripetizione da serpenti e selvaggi, grazie all’intraprendenza di Indiana Jones. Oggi, accendiamo la tv e vediamo la ragazza che dice allo stranito compagno di muoversi e, mentre lui, esitante, la segue, lei imbraccia la pistola atomica e stermina gli alieni. A menare la danza, in “Hunger games” sono l’arco e la grinta di Jennifer Lawrence, mica Josh Hutcherson. In “Chaos walking” è la bionda Daisy Ridley che affronta il cattivo, mentre Tom Holland aspetta fuori, mangiandosi le unghie.

Amiche e compagne avvertono di non confondere la realtà con la fiction di film e serie tv. Ma anche la fiction non è del tutto svincolata dalla realtà. Quanto meno dalla testa di chi la scrive e, via via, di chi la guarda.  Le nuove figure femminili che innervano la cultura di massa contemporanea sono molto di più  che un tentativo di rinfrescare vecchi plot. Sono il segno, quanto meno, di nuove consapevolezze e nuove ambizioni. Raccontarle non è senza conseguenze: la cultura di massa è, insieme, un termometro e un volano della psicologia e degli atteggiamenti.

Il primo dato è numerico. Nel panorama di film e serie tv, le donne hanno conquistato, in massa, i ruoli di protagonista, a scapito dei loro omologhi maschili: è più facile che la storia ruoti intorno ad una donna che ad un uomo. In sé, la cosa è significativa solo fino ad un certo punto. Considerato il pubblico potenziale di queste fiction (gli uomini sono impegnati a vedere le partite) l’accento al femminile è anche un  riconoscimento del proprio pubblico. Ma pure all’interno del comparto che più sembra vicino al gusto tradizionale delle spettatrici, il genere sentimentale, si avvertono differenze. Scomparso il bacio risoluto e risolutore, a cui ci si può solo arrendere, quello del marinaio e dell’infermiera immortalati da Eisenstaedt a fine guerra mondiale. Adesso, l’iniziativa maschile è, semmai, cauta ed esplorativa. E’ la risposta femminile che è decisa, travolgente, definitiva: è lei che si avvinghia, a sottolineare il passaggio del consenso preventivo e la titolarità della relazione. Anche quando la situazione diventa più hot. Finiti i tempi in cui le donne venivano spogliate o, quanto meno, cominciavano con lo spogliarsi. Adesso è lei che detta l’agenda togliendogli la camicia (“Raccontami un giorno perfetto” e altri millanta). Per vedere tutti gli addominali che offrono le serie del settore bisogna frequentare molte palestre.

Non è, tuttavia, il genere sentimentale il luogo della rivoluzione e neanche la camera da letto. Al contrario. Il punto non è che ci sono più storie di donne e neanche che ci sono più donne protagoniste, ma di quali storie sono diventate le protagoniste. E’ una donna l’astronauta di “The Astronaut”, come di “Io sola sulla Terra”. Sono capi azienda (“E poi c’è Katherine”). Neurochirurghe (“Sullivan’s Crossing”). I personaggi chiave di un mondo tornato alla barbarie (“Borderlands”). Finanche le suore appaiono in una luce nuova (“Warrior Nun”). Sempre le donne sono l’anima e lo strumento della resistenza al Male (“Rogue One”, uno spinoff di “Star Wars”). E anche invincibili guerriere dall’oscuro passato, a capo di un manipolo di combattenti (uomini), un mix, con rossetto, fra Jackie Chan e Bruce Willis (“Rebel Moon”).

Forti, autonome, determinate, al comando. Sono mattoni di un nuovo immaginario collettivo, che fornisce a spettatori e spettatrici, in particolare giovani, parametri e codici a cui adeguarsi, a cui aspirare, da assorbire fino a renderli scontati, come nonni e nonne hanno fatto con il western. E’ vero soprattutto per il genere più onnipresente della fiction: il giallo, classico incrocio di avventura e psicologia, il crogiolo d’elezione fra cervello e grinta, ormai monopolio di Poirot con (quasi sempre) reggiseno. Ma siamo lontani dalla rarefatta ironia, da zia ficcanaso, di Miss Marple. Gli echi sono quelli, anche ruvidi, piuttosto di Maigret, di Marlowe, un po’ pure dell’ispettore Callaghan. Da Imma Tataranni alla Petra di Paola Cortellesi, la Scarpetta di Nicole Kidman e decine e decine di poliziotte a capo di indagini dai fiordi della Norvegia alle distese gelate del Nord Dakota ai boschi della Francia occidentale alle campagne del Meridione. La tv ci dice che sarà una donna a prendere il colpevole: quasi sempre uomo, queste storie raramente mettono una donna contro un’altra donna.

Gli uomini, in effetti, dove sono finiti? In queste storie, gli uomini, compreso il coprotagonista, si dividono sistematicamente in due categorie: quello goffo e imbranato, però volonteroso, poverino, e il cattivo. Che è esattamente come, da sempre, le donne amano vedere e dividere gli uomini, ma qui è ormai un cliché, con tutta la forza del cliché.

E’ del tutto inattesa questa pretesa femminile di spartirsi, quanto meno, con l’altro sesso ruoli e storie che fanno fremere e sognare? Solo se non si tiene conto che, in questa manciata di anni, sta avvenendo, nell’umanità una rivoluzione, a cui l’aggettivo epocale non rende giustizia. Stiamo mettendoci alle spalle un lascito che ci portiamo dietro da milioni di anni. Anzi, dall’inizio. Questo scorcio di XXI secolo, infatti, sta vedendo la fine del monopolio maschile della violenza. Non la violenza privata, ma quella sociale, comunitaria. In una parola, la guerra, forse l’attività intorno alla quale più si definisce una società.

Seduto al tavolino, un mouse in mano, lo schermo del computer davanti, a dirigere i compiti letali di un drone o di un robot, ci può essere chiunque, uomo o donna, è una questione puramente casuale. E, da qui, è tutta un’altra storia. Intanto, in tv.

 

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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