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Home - Approfondimenti - Interviste - Gig economy, il “camaleonte” da regolamentare

Gig economy, il “camaleonte” da regolamentare

di Giorgia Cassiero
24 Aprile 2018
in Interviste

Il fenomeno della gig economy è uno dei temi più dibattuti degli ultimi mesi, considerata la crescita delle piattaforme e dei lavoratori che operano all’interno di esse, soprattutto relativamente al settore del food delivery. Il diario del lavoro ha intervistato Massimo Mensi, responsabile ICT di Filcams Cgil e Mario Grasso, referente del Coordinamento Networkers della Uiltucs, per fare una panoramica di questo fenomeno e del suo futuro in termini di azione del sindacato e regolamentazione del settore.

Le diverse sfaccettature del modello gig economy rendono difficoltosa una definizione univoca di questo fenomeno. Come si muove il sindacato in questo mondo variegato?

Massimo Mensi: Per ottenere una rappresentazione più efficace di questa realtà così vasta, a livello di confederazione sindacale europea è stata stabilita una definizione del fenomeno della gig economy che comprende quattro tipologie di piattaforme: quelle delle microtaks, riconducibili al modello di Amazon Mechanical Turk, che prevede un’ultraframmentazione dell’attività lavorativa in particelle infinitesimali di prestazione; quelle local, basate su un perimetro geografico, tra cui vengono annoverate Foodora, Deliveroo, Uber eccetera; quelle contest-based: sono le piattaforme che utilizzano un funzionamento basato appunto a contest, per cui l’offerente richiede un progetto, che viene eseguito da più partecipanti, a cui segue la scelta del migliore, nonchè il pagamento, da parte del committente; infine, quelle dei freelance: l’idealtipo di queste piattaforme è Upwork, si parla quindi di network riferibili ai liberi professionisti e ai piccoli lavoratori autonomi. Tra l’altro, in Italia gli iscritti a Upwork sono 11400, tra cui 2000 attivi. Una sigla esigua, certo, ma in Italia si fanno contratti nazionali per molte meno persone, soprattutto considerando che esistono tante altre piattaforme del genere.

Quindi non si parla di “lavoretti”, come implica il termine gig

Mario Grasso: l’accezione dispregiativa del termine “lavoretti” non fa onore ad una realtà che si compone di aspetti estremamente variegati. Le ricerche a livello internazionale dimostrano infatti che si parla di lavoro vero e proprio, soprattutto in termini di ore impiegate e a prescindere dalla collocazione giuridica che ne viene data.

Massimo Mensi: nell’ambito dell’economia delle piattaforme è in atto una pericolosa deriva linguistica che tende a disconoscere il lavoro e la dignità del lavoratore in quanto tale. Da parte di queste aziende, che sono solitamente multinazionali, è ravvisabile un tentativo di rimozione dell’elemento del lavoro, che viene fatto anche in maniera semantica, attraverso una processo di gamificazione delle attività che definiscono la mansione. La realtà dei fatti però è diversa, come dimostra la vicenda dei lavoratori di Deliveroo in Austria e in Germania, i quali possono scegliere se essere assunti a tutti gli effetti, secondo le normative nazionali, oppure scegliere il regime del lavoro occasionale, con un numero di ore ridotte, pagate per pasti consegnati e secondo una scelta volontaria di bilanciamento tempo di lavoro-tempo libero, spesso fatta da studenti e ragazzi non madrelingua. Nel resto dell’Europa c’è invece la situazione che conosciamo bene, portata avanti attraverso l’istituto del lavoro occasionale, spesso utilizzato in maniera impropria.

Quali sono i lavoratori tipo della gig economy?

Mario Grasso: Il pubblico interessato da questo fenomeno è piuttosto ampio: si va dallo studente che lo usa per avere un vantaggio economico, al lavoratore full time che sfrutta la facilità di accesso a questi modelli per portare a casa un reddito consistente. La ricerca portata avanti dal Coordinamento Networkers[1] non si pone un obiettivo di rilevanza statistica, in quanto vuole essere più che altro un osservatorio sui lavoratori di tutte le piattaforme online. Tuttavia i dati ottenuti risultano essere in linea con le ricerche internazionali più strutturate, nelle quali viene sottolineato come i dati sulla popolazione dei lavoratori interessati sono influenzati dalla difficoltà di intercettazione di molti soggetti operanti sulle più disparate piattaforme online. In questo senso quindi individuare un lavoratore tipo risulta essere un’operazione complessa, nonchè infruttuosa, vista la diversità interna ai vari tipi di piattaforme esistenti.

Le manifestazioni di protesta dei lavoratori della gig economy hanno mostrato l’assenza del sindacato come figura di mediazione: come si spiega la sfiducia di tali lavoratori nei confronti di un potenziale “alleato”?

Massimo Mensi: L’universo dei lavoratori delle piattaforme online è vasto e non tutti riconoscono il sindacato come un interlocutore anche per problemi meno tradizionali. La Cgil, per esempio, è dotata di meccanismi di supporto e rappresentanza per le categorie più disparate di lavoratori, dagli atipici ai quadri, fino agli autonomi. In questo senso quindi paghiamo in parte quello storytelling del sindacato come quelli del “gettone nell’Iphone”, come un istituto dei secoli scorsi: si tratta di un meccanismo di percezione distorta che porta all’allontanamento dei lavoratori dal mondo sindacale. Per alcuni lavoratori inoltre si instaura anche un meccanismo di appartenenza ad una comunità, come quella dei bikers, più forte rispetto al sentimento di appartenenza ad una categoria lavorativa: conseguentemente la sfera sindacale viene oscurata, quando invece potrebbe colorare ancora di più quell’identità, rivendicandola e conferendogli maggiore visibilità.

Emerge quindi anche un forte problema di comunicazione con questi lavoratori?

Massimo Mensi: In questo caso si: il lavoro infatti sarà anche digitale, ma il lavoratore è fisico e bisogna andarlo a cercare. È necessario ritornare quindi al sindacato di strada, almeno con tutte quelle piattaforme che abbiamo definito come local. Con le altre, il lavoro da fare è sicuramente più difficile.

Quali sono i rapporti del sindacato con le piattaforme della gig economy?

Mario Grasso: Le aziende non sembrano essere interessate ad un rapporto con i sindacati o con le associazioni datoriali anche per il fatto che queste piattaforme, nella maggior parte dei casi, operano in un contesto di tipo internazionale. Significativa in questo senso è l’esperienza di Deliveroo Belgio, che prevedeva per i propri collaboratori il pagamento di contributi e una copertura assicurativa attraverso un accordo con una umbrella company, SMart Belgio. Questo accordo da un momento all’altro è saltato, a causa di una decisione calata dall’alto dalla centrale londinese, senza però un consenso totale da parte della dirigenza nazionale.

Il nodo quindi è la struttura multinazionale di tali aziende

Massimo Mensi: Il funzionamento di questa tipologia di imprese, le loro politiche in materia di autonomia negli stati in cui sono presenti e di operato ai sensi della normativa del paese dove è posta la sede centrale influiscono in maniera preponderante sulle relazioni sindacali e con le associazioni di rappresentanza, cosa che in altri casi non accade: ne è un esempio la piattaforma online Le Cicogne, con cui è stato possibile confrontarsi in maniera positiva. Il carattere camaleontico di queste realtà è un fattore da tenere strettamente in considerazione, sia nell’instaurazione di rapporti con le aziende, ma soprattutto in termini di inquadramento del settore.

Quali sono le difficoltà in termini di regolamentazione di tale modello economico?

Mario Grasso: L’elemento che determina la difficile collocazione contrattuale del lavoro tramite piattaforma online è quello tecnologico, soprattutto in termini di gestione dei dati e definizione dell’algoritmo. È infatti necessario tenere a mente che l’algoritmo, la piattaforma, l’app, sono tutti strumenti, mentre il lavoro è un’altra cosa. Nonostante in alcuni casi i dipendenti delle aziende di questo tipo, come Foodora e Just Eat, vedono applicarsi le condizioni di alcuni contratti nazionali, come quello del commercio, l’espansione contrattuale anche a quelli che attualmente sono solo collaboratori resta comunque alla volontà delle aziende, oppure ad un intervento globale del legislatore, che possa risolvere anche alcuni meccanismi perversi interni al lavoro tramite piattaforma, come il fenomeno delle “false partite iva”.

Cosa implica questo fenomeno?

Mario Grasso: L’applicazione di contratti di collaborazione occasionale determina, raggiunto un certo tetto di guadagno, la necessità di aprire la partita iva al fine di continuare a lavorare, seppur a fronte di un committente unico e di un lavoro che di autonomo ha molto poco. In questo senso il vuoto legislativo si fa sentire, nonostante le possibilità, date dal Jobs Act, di far avvicinare questa tipologia di prestazioni alla dimensione della subordinazione. La regolazione di questo modello di business risulta fondamentale per permetterne la sostenibilità, soprattutto nei confronti dei lavoratori che sono di fatto la linfa vitale di questi modelli economici.

Quale modello contrattuale è prospettabile quindi per i lavoratori della gig economy?

Massimo Mensi: l’ipotesi di un contratto nazionale specifico per i lavoratori delle piattaforme, ad oggi, risulta essere piuttosto improbabile, soprattutto in virtù del carattere camaleontico di queste strutture, a livello giuridico come sul piano organizzativo. Inoltre, è necessario considerare che la diversità delle figure presenti in questi modelli economici porterebbe alla costituzione di un contratto con una declaratoria interna decisamente troppo ampia per una corretta regolamentazione di tutte le figure professionali. La strada migliore per ora è quella di includere tali figure nei contratti nazionali già esistenti, come si sta già facendo nel caso della logistica e dei trasporti, che ha previsto l’inserimento, all’interno del contratto nazionale, della figura del rider. Non basta però un’azione solo emergenziale: il rischio infatti è quello di creare, a lungo termine, un esercito di persone senza un lavoro dignitoso, ultra precari e totalmente a rischio.

Giorgia Cassiero


[1] È possibile trovare il questionario all’indirizzo https://sindacato-networkers.it/questionario-gig-economy/.

I primi risultati tratti dall’osservatorio sono invece visibili all’indirizzo

Ricerca gig economy in Italia: i primi risultati

Tags: Sindacato
Giorgia Cassiero

Giorgia Cassiero

Ex-redattrice de Il diario del lavoro

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