Un tempo le pagine di cronaca nera erano considerate una distrazione, quasi un solvente dell’ottimismo, e per questo venivano tenute lontane dai giornali. Col tempo, però, l’attenzione per la nera è diventata una mania, magnetismo per lettori avidi di dettagli scabrosi e disgrazie altrui. Un modo per esorcizzare l’inevitabile, o forse solo pulsione scopica, di controllo, talvolta anche voyeuristica. Così è nato un genere: i resoconti di Dino Buzzati sono diventati letteratura, le trasmissioni televisive di true crime un punto di riferimento, e i podcast sui crimini violenti un passatempo curioso, da seguire tra un allenamento in palestra e la cottura di un brasato.
In mezzo a tutto questo c’è la realtà. La morte non è intrattenimento per chi ci lavora a contatto. Come, ad esempio, coloro che recuperano le salme in giro per la città quando si verifica un caso di morte sospetta. Quando interviene la polizia scientifica, sopraggiunge sulla scena anche il servizio di recupero salme con i mezzi della polizia mortuaria. Un lavoro delicatissimo e fondamentale, che non conosce né orari, né sosta. Questi lavoratori fanno la parte più dura ed emotivamente impattante, spiega a Il diario del lavoro Adriana Bozzi, responsabile del Comparto SSAE per la Fp Cgil Roma COL. Sono esposti a una serie di rischi e difficoltà: l’impegno fisico nel ricomporre e trasportare le salme, evitare i rischi di contaminazione biologica, il confronto con la reazione al dolore dei familiari delle vittime. C’è formazione, certo, ma anche tanto pelo sullo stomaco.
A Roma, gli addetti al recupero salme lavorano per conto di Ama S.p.A. – la società partecipata al 100% da Roma Capitale che si occupa della gestione dei rifiuti urbani e dei servizi di igiene ambientale della città – che ha esternalizzato il servizio alla cooperativa sociale privata Barbara B. Lo scorso venerdì 13 febbraio hanno aderito allo sciopero indetto dalla Fp Cgil Roma COL a causa del cronico ritardo nel pagamento degli stipendi. Sciopero si fa per dire: sono soltanto dieci uomini, chiamati a svolgere un compito improbo se rapportato alla popolazione della Capitale (circa 3 milioni di soli residenti), e devono comunque garantire un servizio minimo essenziale in quanto afferenti ai servizi pubblici. Il sindacato, che li rappresenta tutti e dieci, era intervenuto già la scorsa estate e, coinvolgendo Ama, aveva cercato di porre fine a questa ingiustizia. Nonostante un primo risultato significativo, a novembre i lavoratori si sono ritrovati nuovamente senza stipendio. È “inaccettabile”, secondo il sindacato, che questi lavoratori siano condannati a una simile precarietà economica: “Persone che non sanno se e quando arriverà il frutto delle loro fatiche, mentre l’affitto, il mutuo e le altre spese non aspettano. La situazione non è più tollerabile: un misero acconto, elargito a singhiozzo, non è una soluzione, anzi è una beffa che si aggiunge al danno”. Lo sciopero, quindi, diventa una scelta obbligata.
Ama, si diceva, ha esternalizzato il servizio alla cooperativa sociale privata Barbara B, che assume il personale senza nessuna procedura concorsuale. A questi lavoratori viene applicato il contratto nazionale delle cooperative sociali, ai cui minimi si aggiungono una serie di indennità necessarie per svolgere questa attività. “Il problema in questo caso non sono le retribuzioni – spiega Bozzi -, è che proprio non li pagano. La retribuzione andrebbe anche bene, se arrivasse”. In pratica, se chi prende l’appalto non ha altre entrate, non riesce a pagare i lavoratori. Quindi il problema non è la cooperativa in sé, ma l’esternalizzazione del servizio.
Lo sciopero è servito per suonare il campanello d’allarme, ma nei fatti non accadrà niente. Nel pubblico, infatti, bisogna sempre garantire un minimo di operatività. “Siamo parlando di un servizio gestito con dieci persone e non se ne assumono altre per risparmiare. Inoltre, questi lavoratori non sono neanche tutti full time. Una situazione di cui AMA dovrebbe vergognarsi”. Ma perché non vengono assunti direttamente? La ragione è quella del risparmio, che di fatto poi nemmeno si realizza: piuttosto, afferma Bozzi, si tratta di una “esternalizzazione delle rogne”. Che nel pubblico è diventata ormai la prassi. “Continua a essere una pessima pratica che diverse aziende portano avanti”. La maggior parte dei servizi sociali sono svolti da lavoratori esternalizzati: l’assistenza domiciliare, la gestione delle case famiglia, l’assistenza nelle scuole, alcuni servizi educativi. È un mondo composito: migranti, disabili, anziani, minori. In pratica, tutto quello che ha a che fare con le fragilità. “Sono persone fragili che accudiscono altre persone fragili”, nota amaramente la sindacalista. “In Italia il sociale è sempre visto come l’ultima ruota del carro”.
Un contesto che spiega anche la mancata firma di alcuni rinnovi contrattuali nel pubblico impiego da parte della Cgil, soprattutto alla luce delle forti criticità cui i lavoratori sono sottoposti. In vari comparti pubblici gli aumenti contrattuali sono stati giudicati insufficienti rispetto all’inflazione e al carico di lavoro reale. Bozzi fa un paragone con il contratto nazionale delle cooperative sociali, rinnovato a gennaio 2024: i lavoratori alle dipendenze dirette del pubblico spesso percepiscono retribuzioni contrattuali più basse in termini di aumento reale rispetto ad alcune categorie come quelle delle cooperative – fermo restando che chi è impiegato tramite cooperative sociali ha minimi tabellari più bassi.
C’è poi un problema legato al taglio dei fondi, “che disconosce la professionalità delle persone che lavorano nel settore. Le ricerche dimostrano che ogni investimento nella sanità pubblica produce un ritorno triplo. Lo stesso vale per il sociale”. Per Bozzi, questo rivela un cortocircuito nell’approccio politico in un paese sempre più anziano e fragile. “Occuparsene in modo strutturale significa fare il bene di tutta la comunità. In queste condizioni, come possiamo accudire dignitosamente così tante persone?”. Inoltre, “non si può pensare di risolvere la questione con il volontariato”: “per lavorare bene e rendere efficiente il settore non basta la buona volontà, c’è bisogno di professionisti, persone che abbiano studiato per affrontare queste complessità. Altrimenti si rischia di fare solo danni”.
Così, anche il settore del “recupero salme’’ vive una criticità oggettiva. “La questione sta a monte – conclude Bozzi – la ristrettezza di spesa sulle politiche sociali è trasversale al colore politico. Non c’è mai stato un governo che abbia investito seriamente. Il fabbisogno è esploso, e il livello di malessere tra la popolazione è altissimo. Se non si investe sul personale, chi si occuperà dei fragili? Di nuovo: non possiamo pensare di gestire tutto con i volontari. Servono lavoratori competenti, e vanno pagati il giusto. Questo è un fatto non aggirabile”.
Elettra Raffaela Melucci


























