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Home - Approfondimenti - Analisi - Il “reddito” non funziona, ma cambiarlo sarà difficile

Il “reddito” non funziona, ma cambiarlo sarà difficile

di Nunzia Penelope
3 Febbraio 2020
in Analisi

Ci sono cose malfatte che, per quanto malfatte, non si possono disfare. Bisognerebbe pensarci prima. È il caso di Quota 100 e del reddito di cittadinanza: misure scritte frettolosamente dall’ex governo giallo-verde, per rispondere all’esigenza primaria di conquistare voti, senza troppo badare agli effetti in una prospettiva temporale più ampia di una sessione elettorale. E tuttavia, una volta avviate, anche misure sbilenche e inutilmente costose non possono essere eliminate con un tratto di penna, avendo ormai creato un’aspettativa tra le persone incolpevoli che ne godono, o che si aspettano di goderne in futuro. Si pone però il problema di, quanto meno, correggerle. Ma in che modo? Su Quota 100 il governo ha avviato un confronto con i sindacati, per capire come andare avanti dopo la scadenza del 2021; sul reddito di cittadinanza, invece, siamo ancora alla nebbia fitta. Il Pd vorrebbe inserire nella verifica di governo – o quello che sia- anche una verifica del Rdc e dei possibili correttivi, ma l’altro pilastro della maggioranza parlamentare, i Cinque Stelle, non vogliono nemmeno sentirne parlare: ‘’non si tocca una virgola, indietro non si torna’’, hanno messo nero su bianco i membri 5Stelle della Commissione Lavoro del Senato (ancora senza presidente perché la maggioranza non riesce a mettersi d’accordo sul successore di Nunzia Catalfo, promossa alla guida del ministero del Lavoro).

Eppure, checché ne dicano i senatori grillini, il reddito, così com’è, non ha funzionato né potrà mai funzionare. I limiti del provvedimento sono emersi con chiarezza nel corso di un seminario di studi organizzato dall’Arel la scorsa settimana: un ambiente – va detto- assolutamente non contrario a uno strumento di supporto a milioni di cittadini rimasti ai margini, ma che anzi ne discuteva proprio al fine di aumentarne l’impatto e correggerne le lacune. Dal seminario è emerso, in sintesi, che il Rdc ha ottenuto fin qui un unico vero risultato, quello di abbassare di qualche tacca l’indice matematico di povertà, mentre tocca in maniera appena percettibile l’incidenza della povertà sulla popolazione, ottiene zero effetti macroeconomici (se si esclude una leggera spinta sui consumi, evidenziata dal Bollettino di Bankitalia) e, soprattutto, zero effetti sull’occupazione.

Colpiscono alcune gravi falle nella primaria funzione della misura, quella del sostegno ai più deboli: dai benefici del reddito restano sostanzialmente esclusi, infatti, sia gli immigrati, sia i nuclei famigliari più numerosi, sia i completamente emarginati, cioè i più deboli per definizione. Nel primo caso si tratta di un’esclusione diciamo così ‘’voluta’’, nel senso che la Lega di governo fece di tutto per rendere quasi impraticabile agli extracomunitari l’accesso al reddito. Una prova, secondo gli analisti, è nel fatto che la gran parte delle domande respinte arrivano dal nord Italia: immigrati stabilitisi da tempo nel nostro paese che tuttavia non sono riusciti mettere assieme l’assurda documentazione loro richiesta. E nel mezzo milione di domande complessivamente respinte pesa, infatti, anche una cattiva comprensione della norma: ulteriore riprova che i più deboli ed emarginati rischiano di restar tagliati fuori.

Altre falle nel sistema Rdc dipendono invece dalla difficoltà, da parte degli estensori del provvedimento, di ‘’identificare’’ esattamente i poveri, aggravata da qualche pasticcio tecnico -come la sovrapposizione fra i vari strumenti di misurazione della povertà e altri dati statistici, sommando, come si diceva a scuola, mele con pere – unito a errori di valutazione. Per esempio, nel sud la somma di reddito che spetta a un single è esattamente sovrapponibile allo stipendio medio di un lavoratore regolare nell’area; colpa degli stipendi troppo bassi del nostro paese, certo, ma altrettanto certo è che la conseguenza non desiderata sarà disincentivare i percettori di reddito dalla ricerca di un lavoro. Inoltre, le famiglie numerose ottengono, in proporzione, una somma più ridotta rispetto ai single; gli anziani rischiano di essere penalizzati dai requisiti, in quanto poveri di reddito ma ‘’ricchi’’ di patrimonio, magari perché proprietari di una abitazione che supera il tetto previsto dalla legge, o perché incappati in altre gabole burocratiche; gli emarginati assoluti, quelli che vivono per strada, per dire, non arriveranno mai nemmeno a compilare la domanda.

 

Dunque, riassumendo: da un lato il flop sul lavoro, visto che, malgrado l’assunzione di migliaia di navigator, trovare occupazione ai percettori di Rdc è quasi impossibile; e d’altra parte, l’età media di chi arriva i centri per l’impiego è di 48 anni, con titolo di studio molto basso, quindi praticamente inoccupabili, e infatti tali restano. Forse chiamare in partita le agenzie di lavoro interinale, specializzate professionalmente nell’incontro tra domanda e offerta, potrebbe essere una soluzione. Dall’altro lato, sul fronte della lotta alla povertà, la misura copre circa il 40% della platea potenziale, e se non è poco, non è nemmeno abbastanza, soprattutto considerando le storture sopra citate.

Interventi e correttivi sono quindi indispensabili, ma qui si torna al punto di partenza: una volta fatta una legge, non è facile tornare indietro, non si può andare dal single del sud e dire ‘’ti dimezzo l’assegno del reddito’’, per distribuirlo invece alla famiglia con 4 ragazzini; si sono create aspettative ormai intoccabili. L’unica soluzione sarebbe allargare ancora di più le maglie, lasciare al single del sud il suo assegno e aumentare nel contempo le risorse per le famiglie numerose, o gli anziani, o chi supera alcuni parametri, eccetera. Tradotta in cifre, una correzione del genere costerebbe circa 4 miliardi di euro l’anno in più, oltre agli 8 già stanziati per il Rdc, portando l’esborso complessivo a 12 miliardi annui. Ma è davvero difficile che si riescano a trovare simili somme aggiuntive, quindi va trovata una soluzione diversa, e va anche messo in conto un prossimo braccio di ferro nella maggioranza: tra chi, come il Pd, vuole cambiare per migliorare (ma anche la stessa Alleanza contro la povertà è molto critica sull’attuale sistema) e chi, come i 5 Stelle, non vorrebbe toccare nulla. Come si diceva all’inizio: forse era meglio pensarci prima.

 

Nunzia Penelope

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Vicedirettrice de Il Diario del lavoro

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