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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Il tempo della deglobalizzazione

Il tempo della deglobalizzazione

di Maurizio Ricci
5 Aprile 2022
in Poveri e ricchi, Analisi
Il tempo della deglobalizzazione

Non per prendersela con il povero Francis Fukuyama e il suo “La fine della storia”, ma vi ricordate gli anni ’90? Democrazia liberale trionfante, libero mercato ovunque o quasi, interessi bassi e bassa inflazione. Trent’anni dopo, il panorama dice: populismo in ascesa, autoritarismo in espansione, protezionismo imperante, tassi di interesse e inflazione in rapida salita. Di fatto, l’integrazione economica e anche culturale, che sembrava inarrestabile, si è sfilacciata, man mano che procedevamo nel nuovo millennio. Semplificando alla grande, il processo in corso viene riassunto nella formula della “deglobalizzazione”. Si sono via via allentati gli ingranaggi economici dell’integrazione mondiale e la guerra in Ucraina ha accelerato la frammentazione globale in due blocchi, che le sanzioni dell’Occidente contro la Russia hanno allargato dalla geopolitica all’economia.

In realtà, formule sbrigative come deglobalizzazione corrono il rischio di dare per scontati e conclusi processi tutt’altro che definitivi. Un indicatore chiave, più volte evocato nell’era della globalizzazione – il volume del commercio globale – continua, ad esempio, a salire: nello scorso gennaio ha raggiunto il picco storico, ad un livello del 9 per cento superiore a fine 2019, prima del Covid. Tuttavia, siamo ancora forse in zona rimbalzo dopo la pandemia: allargando lo sguardo e valutando quello stesso volume, ma in rapporto al Pil globale, vediamo che la somma delle importazioni e delle esportazioni nel mondo che, nel 2010, era pari al 60 per cento del Pil mondiale, oggi è scesa al 50 per cento: il volano del  commercio internazionale rallenta.

Ora, l’invasione dell’Ucraina ha sottratto il dividendo della pace al bilancio dell’economia mondiale. Gli ingranaggi della globalizzazione, tuttavia, avevano già cominciato a sferragliare. La raffica di dazi e tariffe sparate a dritta e a manca da Donald Trump ha, in effetti, coperto un protezionismo strisciante (fatto di dazi, ma anche di regolamenti e standard) che i vari indicatori di libero mercato hanno individuato anche al di fuori dagli Stati Uniti. E, comunque, il grosso delle tariffe di Trump, dopo un anno di amministrazione Biden, è ancora in piedi. Ma, a togliere spinta alla globalizzazione, è intervenuta, soprattutto, la pandemia, isolando, recintando, anche psicologicamente, paesi e continenti e inceppando il meccanismo cruciale della globalizzazione. Il 70 per cento del commercio mondiale, fino ad oggi, è rappresentato da catene di fornitura, cioè da scambi interni a singole linee di produzione, ramificate nella geografia mondiale. Il caso di scuola sono i 100 fornitori che fanno l’iPhone, sparpagliati in decine di paesi diversi. Ma lo stesso vale per quasi ogni prodotto delle multinazionali.

Lockdown, quarantene, malattie hanno fatto saltare queste supply chain, come gli economisti chiamano le catene di fornitura, creando ingorghi di distribuzione, carenze di materiali, costringendo le aziende a rivedere la propria politica della scorte. L’ultimo lockdown, quello attualmente in corso a Shanghai, ha ricordato a tutti che non è ancora finita e che la normalità è ancora lontana. Ma, se la supply chain si inceppa, si svuota anche un precetto base della globalizzazione: il principio della massima convenienza viene sostituito da quello dell’autosufficienza. Nei giorni scorsi, in un sondaggio, metà della aziende manifatturiere tedesche che dipendono da cruciali componenti cinesi hanno dichiarato che sono attivamente impegnate a ridurre questa dipendenza. A livello macro, è l’Europa che si sta adoperando per far fiorire una produzione europea di chip che consenta di soddisfare in casa la fame di elettronica dell’industria dell’auto. O che si è impegnata nel consolidamento di una produzione comunitaria di vaccini, come quelli contro il Covid.

Difficilmente tutto questo porterà ad una vera e propria rinazionalizzazione dell’economia. Fino a ieri, si poteva pensare alla formazione spontanea di aree regionali, con fitta integrazione interna e più radi rapporti con altre aree regionali. La guerra in Ucraina sembra ora aver, invece, creato lo scenario per una più brusca divisione in due blocchi. In ogni caso, con la deglobalizzazione sono destinati a mutare alcuni cardini degli ultimi trent’anni di economia globale.

Quel principio di massima convenienza che dominava fino a ieri era frutto della ricerca della maggiore efficienza, in buona sostanza del minor costo che la distribuzione globale della produzione poteva assicurare. E’ stato un fattore cruciale della bassa inflazione di questi decenni. Ecco perché la deglobalizzazione fa pensare che, anche una volta che gli attuali picchi di prezzo dell’energia saranno rientrati, a lungo termine non si tornerà all’inflazione inesistente di questo inizio secolo. Questo, però, comporta anche un corollario cruciale. La globalizzazione ha penalizzato, quasi esclusivamente, le classi lavoratrici dei paesi avanzati che, di fronte al decentramento mondiale della produzione, hanno potuto godere di prezzi più bassi dei beni, ma hanno perso gran parte della loro forza  salariale.

La deglobalizzazione, ora, può restituire, in qualche misura, questo potere contrattuale. Non siamo più agli anni ’70 e, in economie ormai sempre più assorbite dai servizi, i destini della concorrenza internazionale dei lavoratori delle industrie che producono beni sono, forse, meno decisivi. Ma navigare fra spinte inflattive e spinte salariali sarà una delle sfide centrali del prossimo futuro.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

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Giornalista

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