Istat e Centro Studi Confindustria ci hanno regalato nei giorni scorsi i primi dati chiari sul grado di penetrazione e utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nelle aziende e nella manifattura italiana. Quando si parla di IA è giusto continuare a ragionare di algoretica, di rapporto uomo-macchina, di come regolarla e di come proteggere le libertà. Ma un Paese che sta nel G7 ed è il secondo manifatturiero d’Europa deve piuttosto fare i conti su quanto è realmente capace di utilizzare le potenzialità di questa tecnologia abilitante, per crescere meglio e di più.
Il quadro che emerge dai 2 report è ambivalente e problematico. 3 anni dopo la data spartiacque del 30 novembre 2022, quando è nata l’applicazione ChatGPT che ha reso comune l’uso dell’IA, la sua diffusione nell’economia italiana fatica e fa i conti con importanti ostacoli.
Nell’ultimo anno sono raddoppiate le aziende italiane con oltre 10 dipendenti che hanno inserito l’IA nei processi aziendali (sono nel 2025 il 16,4%), ma resta troppo elevata la differenza tra grandi imprese e PMI piuttosto refrattarie. Il 60% delle imprese dichiara addirittura di aver finora rinunciato all’IA per mancanza di competenze: un ritardo grave, colmabile solo con un grande investimento in formazione di capi, tecnici e lavoratori da rendere oggi prioritario.
Marketing, amministrazione e R&D sono le aree aziendali più interessate, mentre poca IA si sta affacciando nei cicli produttivi.
Ben il 45% delle imprese si dichiara in difficoltà nel reperimento dei dati, che sono la “benzina” con cui l’IA può generare produttività e innovazione. Anche qui tocchiamo una profonda debolezza dell’economia italiana, fatta di aziende piene di macchinari non collegati tra loro e di tecnici che sanno tutto a memoria, ma non trattano dati.
Nella manifattura italiana, secondo l’analisi del CSC, le cose non vanno meglio. Solo l’11,5% delle aziende associate ha introdotto l’IA, un altro 37,6% la sta valutando. L’industria italiana si è affacciata sul potente mondo dell’IA, ma le mancano le basi per potersi tuffare con idee chiare e spinta innovativa.
L’indagine dice inoltre che non preoccupa una immaginaria resistenza al cambiamento dei lavoratori e che solo il 2% delle imprese immagina effetti di riduzione del personale. Insomma, tutto il dibattito spesso catastrofico sugli effetti della IA verso il lavoro che pervade infiniti convegni e webinar sembra essere ben lontano da quanto in realtà accade nei reparti aziendali.
Infine un recente rapporto della BEI suona un ulteriore campanello d’allarme, collocando l’Italia al penultimo posto tra i Paesi europei in cui le aziende usano IA generativa.
Mentre la corsa dell’IA a modificare il modo di produrre e lavorare è lanciata e accelera, l’Italia (patria del diritto e non dell’innovazione) è il Paese che ha già prodotto una legge in materia, ma ha le imprese che faticano di più.
I dati parlano chiaro. In un Paese che non cresce e in cui da anni la produttività cala (tema enorme), questi report dovrebbero scottare nelle mani di tutti principali protagonisti economici e sociali e portare tutti a confrontarsi su come facilitare rapidamente lo sviluppo dell’IA a vantaggio della economia reale e del lavoro.
Non saranno le leggi a determinare il salto che manca, molto meglio e di più possono fare le parti sociali che ben conoscono queste dinamiche e che molto possono produrre. Sono le relazioni industriali quelle che possono aggredire le debolezze note e cooperare e partecipare per portare l’economia italiana a vincere la sfida dell’IA .
Sindacati e datori di lavoro possono porsi domande coraggiose: come diffondere e moltiplicare l’investimento in IA in tutte le imprese in un Paese a bassa produttività? Come l’IA può avere effetti positivi per la mia azienda? Dobbiamo difendere i lavoratori dalla IA o farvi accedere più lavoratori possibile? E’ possibile che la contrattazione diventi la protagonista per introdurre gli investimenti in IA e governarne gli effetti? Come regolare con efficacia ed equilibrio gli impatti dell’IA su gestione risorse umane, privacy, professionalità, competenze, salute, occupabilità di cbi lavora?
Le parti sociali italiane hanno rappresentatività, piglio e spirito adeguati per mettere le loro mani in pasta e fornire strumenti e soluzioni all’economia reale. La contrattazione collettiva mantiene in Italia una forza e una diffusione che può colmare i ritardi esistenti. Bene ha fatto il Cnel a istituire un Osservatorio sulla contrattazione della IA, che può ispirare tutti coloro che dovranno occuparsene.
La sfida è già lanciata e corre veloce. Le relazioni industriali possono giocare su questo campo un enorme partita di rilancio e di governo partecipativo.
Roberto Benaglia – Fondazione Carniti

























