In ballo ci sono un mucchio di soldi, quelli di Big Oil. Sono (di nuovo), infatti, tempi duri per chi deve riempire il serbatoio del camion o dell’auto e tempi d’oro per i petrolieri. Come nel 2022, con l’invasione dell’Ucraina. Allora, il record dei prezzi convinse la Ue a imporre una tassa straordinaria sui bilanci delle compagnie petrolifere: il 33 per cento sugli extraprofitti, definiti come la quota di profitti superiore alla media degli ultimi anni. Risultato? Un introito di 29 miliardi di euro per le casse pubbliche. Ora le crisi incrociate Hormuz-Ucraina ripropongono questa strada: secondo il Financial Times, la guerra con l’Iran ha messo nelle tasche di Big Oil, nel giro di soli sei mesi, 32 miliardi di dollari (circa 30 miliardi di euro), che le compagnie non avevano messo in conto. Una tassa come quella del 2022, dunque, frutterebbe dai 10 miliardi di euro in su, ad attutire l’impatto di una prosecuzione delle guerre.
Se ne discuterà al prossimo summit Ue di novembre. La Commissione esita. Sia perché sull’extratassa del 2022 sono ancora in corso i ricorsi giudiziari delle compagnie, sia perché penalizzare i profitti potrebbe scoraggiare i petrolieri ad investire in nuove raffinerie. Il boom dei prezzi di benzina e diesel, infatti, è il risultato del taglio delle forniture, determinato dalla chiusura dello stretto di Hormuz e, insieme, dai bombardamenti ucraini sulle raffinerie russe.
Gli esperti calcolano che, sul mercato mondiale, manchi il 40 per cento della benzina e del diesel normalmente disponibile. In realtà, però, da tempo le raffinerie hanno comunque abbandonato l’Europa: negli ultimi 20 anni la lavorazione del petrolio nella Ue è diminuita del 20 per cento. Difficile che, con la transizione energetica in vista, qualcuno investa, a lunga scadenza, nei prodotti petroliferi nel continente. E, d’altra parte, alle esitazioni di Bruxelles fanno riscontro le fughe in avanti dei singoli paesi: Polonia e Portogallo hanno già messo in piedi una supertassa. Si rischia una situazione a macchia di leopardo, a svuotare il mercato unico.
E dunque? Più che intorno al prezzo del barile di greggio, schizzato verso l’alto in questi mesi di blocco navale nel Golfo Persico, ma meno dei timori iniziali, la questione ruota intorno ai margini di raffinazione. Se il greggio arriva alla raffineria a 100 dollari al barile, a quanto esce un barile di benzina o di diesel? A gennaio scorso, la differenza fra il costo di un barile di greggio e quello di un barile raffinato era di 20 dollari. Per tutta l’estate ha viaggiato invece sui 70 dollari e solo nelle ultime settimane è sceso intorno ai 60 dollari.
Questo scarto ha, forse, penalizzato chi, specificamente, si occupa di raffinazione, ma niente affatto le grandi compagnie capaci di integrazione verticale. Ovvero quelle che controllano il prodotto dal pozzo alla pompa. Almeno, questo si conclude guardando i primi bilanci 2026, che cominciano ad arrivare dalle compagnie petrolifere. E la definizione che viene in mente è: una grande bonanza.
Nel secondo trimestre di quest’anno, ovvero subito dopo l’inizio della guerra con l’Iran, ExxonMobil, Total e Bp hanno aumentato gli introiti fra il 30 e il 50 per cento, ricavandone profitti stellari: il profitto per azione è cresciuto del 147 per cento per la Bp. Tutte insieme, Exxon, Shell, Chevron, Total e Bp, hanno incassato nella prima metà del 2026 il 75 per cento in più degli stessi mesi del 2025. Non siamo ai livelli del 2022 (gli incassi aumentarono, allora, del 125 per cento), ma non troppo lontani. In estate, deve essere andata ancora meglio. I bilanci del terzo trimestre devono ancora arrivare, ma, a casa nostra c’è già quello dell’Eni e spiega perché sia venuta una risposta così rapida e consenziente all’appello di Giorgia Meloni per un tetto ai prezzi alla pompa. L’utile netto realizzato nei primi 9 mesi del 2026 dall’Eni è più alto del 70 per cento, rispetto agli stessi mesi del 2025. Ma l’impressione è che, man mano che la guerra si prolunga, i profitti si gonfino: questa estate, l’utile netto è stato superiore del 125 per cento all’estate 2025.
Maurizio Ricci


























