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Home - Rubriche - Giochi di potere - La guerra non è un derby

La guerra non è un derby

di Riccardo Barenghi
3 Marzo 2022
in Giochi di potere
Ucraina, perseguire la pace a ogni costo

Morti, feriti, distruzioni, persone che devono fuggire altrove con sacchi in spalla, donne, vecchi e bambini costretti a scappare da casa loro, magari distrutta. Mentre gli uomini no, loro devono restare a combattere contro un nemico dieci, cento volte più potente. Questa è la guerra in Ucraina.

La guerra che non dà speranze, una spirale di morte che si riproduce da sola, la legge della giungla al suo massimo “splendore”: vince il più forte e il più debole soccombe. L’uomo torna a essere quell’animale che non ragiona, che vede davanti a sé non un altro essere umano ma solo un nemico da eliminare. Lo cantava Fabrizio de André: “Vedesti un uomo in fondo alla valle che aveva il tuo stesso identico umore, ma la divisa di un altro colore. Sparagli Piero, sparagli ora, e dopo un colpo sparagli ancora, finché tu non lo vedrai esangue, cadere in terra a coprire il suo sangue…”. Ecco, una sintesi migliore della guerra è difficile da trovare, basterebbe ricordarsela per smettere di combattersi. Ma evidentemente i potenti del mondo non la conoscono o fanno finta di non saperla. In questo caso, il potente principale si chiama Vladimir Putin, il presidente-dittatore della Russia, che ha deciso di invadere l’Ucraina costi quel che costi (soprattutto agli ucraini), ed è dunque lui il colpevole (ma non l’unico) di tutto quel che sta succedendo a Kiev. Su questo non c’è dubbio, è lui che ha sparato per primo, che non ha voluto sentire ragioni, mosso solo dalla sua smania espansionistica e dalla sua paranoia che lo fa sentire accerchiato dall’odiato Occidente e dalla Nato.

Ma la guerra non provoca solo morte e distruzione, purtroppo spesso offusca la mente. Se c’è chi spara e ammazza, c’è anche chi, nelle retrovie, gli dà una mano. Arruolandosi, ma ovviamente senza combattere. Scrivendo articoli, parlando in televisione, pubblicando post sui famigerati social: tutti (o quasi) che vanno in una sola direzione: Putin è un dittatore spietato, un criminale, e noi siamo i buoni. Ora, che Putin sia quello che è, cioè un dittatore anche criminale, uno che non perdona, che imprigiona e uccide i dissidenti avvelenandoli, non c’è dubbio alcuno.

Ma sul fatto che noi siamo i buoni, qualche dubbio c’è. Eravamo buoni quando abbiamo fatto la guerra in Afghanistan? O in Iraq? O nella ex Jugoslavia? Si dirà che quelle erano guerre “giuste e umanitarie”, combattevamo contro i cattivi e quindi, di conseguenza eravamo i buoni. Buoni anche quando abbiamo fatto finta di credere che Saddam avesse le armi di distruzione di massa, assistendo inebetiti alla sceneggiata di Colin Powell con una bustina di antrace che antrace non era? Oppure quando abbiamo deciso che i talebani erano il male assoluto perché bin Laden si nascondeva dalle loro parti, salvo poi restituire loro il Paese dopo vent’anni di guerra inutile ma letale? O ancora: quando dovevamo difendere a tutti i costi il popolo del Kosovo e della Bosnia – massacrato dal serbo Milosevic – bombardando a nostra volta Belgrado, quindi uccidendo i civili? E scoprendo poi che in Kosovo e in Bosnia si addestravano le milizie islamiche che più tardi hanno partecipato agli attentati che hanno funestato la nostra vita, da New York a Londra, da Madrid a Parigi? E ancora: siamo stati buoni quando non abbiamo seguito Gorbaciov nella politica del disarmo, allargando invece la Nato ai confini della Russia? E siamo buoni ora che forniamo armi agli ucraini, spingendoli alla guerra invece che alla pace? E guai a tentare timidamente di spiegare che i russi non sono tutti cattivi e che forse qualche ragione ce l’hanno nel sentirsi accerchiati e dunque umiliati e offesi: si viene subito accusati di essere “putiniani”.

Questo solo per dire che la storia è più complessa per poterla dividere in maniera manichea tra buoni e cattivi, facendo il tifo per la nostra squadra, manco fosse un derby. E a proposito di calcio, vi pare normale che l’Occidente abbia deciso di espellere la Russia da tutte le competizioni sportive? Qualcuno dovrebbe spiegarci cosa c’entra il pallone con la guerra, a meno che non si tratti di una misura punitiva. Ma così non se ne uscirà più. Come non se ne uscirà se cacciamo dai nostri teatri direttori d’orchestra o cantanti russi, solo perché non si sono dissociati da Putin. Oppure se un’Università come la Bicocca di Milano sospende un corso del professor Paolo Nori su Dostoevskjj per non creare polemiche, come se lo scrittore russo dell’ottocento potesse venir confuso per un pasdaran di Putin (poi la Bicocca ha fatto retromarcia, ma troppo tardi).

Non è compito dei calciatori o degli artisti dissociarsi dal Presidente del loro Paese. Certo, chi lo fa dimostra un coraggio encomiabile e va applaudito. Ma chi non lo fa non può essere messo in castigo, come fosse un bambino maleducato. Altrimenti non saremo riusciti a dimostrare – per l’ennesima volta – la nostra intelligenza, la nostra capacità di trovare la strada giusta per uscire dalla spirale mortifera della guerra, altro che i nostri valori (come ha detto Mario Draghi in Parlamento), valori che sarebbero proprio quelli che fanno vedere al resto del mondo e a noi stessi la capacità di uscire dal vicolo cieco, indicando al nemico che un’altra strada è possibile. Se vuoi trovare una soluzione di pace, devi evitare di mettere l’avversario alle corde, impedendogli anche di intravvedere una via di fuga dalla spirale in cui s è infilato. Antonio Gramsci ha spiegato molto bene cosa sia l’egemonia: ecco, bisognerebbe che i governanti occidentali si vadano a rileggere (o, più probabilmente, a leggere per la prima volta) i suoi scritti: forse, chissà, lì dentro possono trovare un pensiero, una chiave intelligente per domare quella tigre inferocita che si chiama Putin.

Riccardo Barenghi

Riccardo Barenghi

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Giornalista

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