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Home - Approfondimenti - Analisi - La John Hopkins University smonta il mito dell’efficienza dell’Italia nella battaglia contro il COVID

La John Hopkins University smonta il mito dell’efficienza dell’Italia nella battaglia contro il COVID

di Roberto Polillo
21 Dicembre 2020
in Analisi

L’ampio risalto dei dati della John Hopkins University sulla mortalità per Covid 19 nei diversi paesi del mondo, Cina esclusa, ha definitivamente fatto tramontare il mito che l’Italia nella lotta virus avesse la palma dell’efficienza.

Un mito, riferito alla prima ondata del contagio, che peraltro era stato alimentato da importanti testate internazionali come il New York Times e l’austero Financial Time, e di cui si era fatto orgogliosamente vanto il presidente del Consiglio Giuseppe conte.

Il nostro paese, dopo lo shock iniziale e il dilagare dell’infezione per la mancata istituzione di zone rosse in Val Seriana, aveva mostrato, grazie al sacrificio di medici e operatori sanitari, una capacità di risposta resa più intensa dal duro lockdown imposto il 9 marzo che indubbi e importanti risultati aveva portato.

Gli stessi giornali internazionali si trovavano dall’altro lato il presidente inglese Boris Johnson quello americano Donald Trump che nulla facevano, convinti fino all’ultimo che l’unica soluzione razionale fosse quella di lasciare il virus libero di correre, certi che dopo avere portato via i più fragili e indifesi si sarebbe estinto, come un ciclone che perde forza dopo le inevitabili distruzioni.

Nessuno sapeva ovviamente che la valutazione dell’OMS Europa sull’operato del nostro paese, frutto di un’analisi accurata di suoi valenti ricercatori, coordinati da Francesco Zambon, funzionario ricercatore della stessa OMS, era di tutt’altro avviso; nel loro report “An unprecedented challenge Italy’s first response to COVID 19” pubblicato il 13 maggio e subito e inspiegabilmente ritirato per ordine dei vertici europei della stessa OMS si mettevano in luce le gravi carenze del nostro servizio sanitario nell’affrontare la crisi definendo “caotica e creativa” la risposta degli ospedali a causa della mancanza di un piano pandemico aggiornato.

Oggi sappiamo che lo stesso Zambon, scrisse in data 27 maggio al Presidente della OMS Europa Hans Kluge chiedendo che la decisione di ritirare il documento fosse annullata in quanto «Il rapporto contiene messaggi importanti, estrapolati dai fatti su cosa ha funzionato (molte cose) e sui punti ciechi del sistema». Il giorno dopo, in un messaggio a Ghebreyesus, lo stesso Zambon avvertì del “rischio di un danno catastrofico in termini di indipendenza e trasparenza se una versione ‘censurata’ della pubblicazione venisse modificata”.

Nella vicenda altri attori entreranno come personaggi principali e secondari tra cui il vicedirettore della stessa OMS Raneri Guerra che chiede a Zambon, appena prima del ritiro,  di modificare la data dell’aggiornamento del Piano pandemico, di cui sopra, posticipandolo dal 2006 al 2017 e dello stesso Kluge che secondo Open “scrisse al ricercatore, spiegando che il ministro della Salute Roberto Speranza era stato «molto contrariato» dal rapporto: il governo italiano, disse, si sente «costantemente attaccato dalla stampa e ogni parola può essere interpretata male. Si sono sentiti calpestati da un amico».

Una vicenda poco chiara, approdata tra l’altro nelle stanze della procura di Bergamo, in cui i soggetti coinvolti non hanno brillato di trasparenza trincerandosi talvolta dietro il silenzio, minimizzando la vicenda o non mettendo in luce il vero problema; che non è quello relativo alla data taroccata di aggiornamento del piano (che tra l’altro doveva essere rivisto ogni tre anni) bensì quello della mancata predisposizione delle misure previste nel piano del 2006 comunque vigente, e che se attuate avrebbero, in ogni caso, fatta la differenza. Si trattava infatti dello stoccaggio di DPI (maschere, camici, gambali, guanti etc), di ampliamento dei posti letto in terapia intensiva, di addestramento del personale, di rafforzamento dei mezzi di trasporto, mobilitazione della protezione civile etc. Azioni programmate e coordinate che avrebbero messo in sicurezza operatori, pazienti e cittadini.

Ritornando ai dati della John Hopkins University, l’Italia è oggi al primo posto tra i venti paesi del mondo con più alta circolazione del virus per numero di morti con un valore di 111,23 per 100.000 seguita da Spagna, UK ed USA e al terzo per indice di letalità (rapporto tra contagiati e numero di decessi) con un valore 3,5% preceduta da Iran (4,7%) e Messico (9%) seguita da Regno Unito (3,4%) Indonesia (3%) e Spagna (2,7%).

Una caduta nel precipizio di cui ancora si ignorano le cause e su cui possono essere avanzate tre ipotesi, colpa anche della mancata diffusione da parte del governo dei dati epidemiologici disaggregati; e questo nonostante le pubbliche rassicurazioni di Conte che i relativi file sarebbero stati messi a disposizione della comunità scientifica.

  1. La vetustà della nostra popolazione è sicuramente una delle cause, atteso che l’età media dei soggetti deceduti è di 80 anni, mediana 82 dei quali il 65,9% portatore di tra patologie croniche; ma questo non spiega per quale motivo il Giappone che ha una popolazione ancora più anziana della nostra abbia un indice di letalità dell’1,4%. Ricordo anche che la Germania (che è riuscita a uscire dal novero dei paesi super anziani in cui si trovava prima del 2015 grazie all’accoglienza di 2,6 milioni di giovani immigrati) non ha un differenziale di età media della sua popolazione rispetto alla nostra tale da giustificare il dimezzamento dell’indice di letalità (1,7 per mille)
  2. Il numero di tamponi eseguiti è il secondo fattore con l’accortezza che al loro crescere diminuisce l’indice di letalità; nel caso dell’Italia l’ultimo valore settimanale elaborato dall’università americana è di 124 casi per 100k di pop a fronte sempre del Giappone che evidenzia un dato di gran lunga inferiore essendo pari a 33 casi per 100 k di pop.
  3. Il terzo fattore è la qualità dei diversi servizi sanitari e nel nostro caso abbiamo più volte segnalato le gravi carenze sia sul fronte dell’assistenza ospedaliera nelle regioni del centro sud e di quella territoriale in tutto l’ambito nazionale. La sanità è stata gravemente e depotenziata nel corso degli ultimi 15 anni come evidenziato in un convegno del “Il diario” tenuto al Cnel nel 2019. Basta ricordare che nel corso degli ultimi 5 anni sono state chiuse 74 strutture di ricovero, 413 strutture di specialistica ambulatoriale e la contrazione del personale è stata di 22.000 unità di cui 2216 medici di medicina generale. A questo si è accompagnato l’abbandono di una politica di contrasto ai fattori di nocività e di promozione di corretti stili di vita con le conseguenze che la nostra popolazione è molto anziana ma anche molto provata per la presenza di quelle cronicità che abbiamo appena ricordato

L’epidemia dunque o per meglio dire la sindemia, come ben messo in evidenza sul Diario da Luigi Agostini, ha fatto emergere quelle debolezze strutturali del nostro sistema sanitario che si sono accumulate causa una lunga stagione di tagli lineari.

A questo però sia accompagna un’opacità della nostra classe politica che mostra una costante idiosincrasia verso la trasparenza e l’analisi critica del proprio operare. E questa è un variabile purtroppo indipendente dalla prima.

 

Roberto Polillo

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