Giorgia Meloni è un genio, è riuscita a silenziare perfino Donald Trump. In Italia ha avuto scarsissima eco il ravvedimento del presidente americano, grazie al controllo capillare della premier sulle tv di Stato, agli ottimi rapporti con le televisioni Mediaset (avere Forza Italia nel governo servirà pure a qualcosa…) e al flirt inossidabile con giornali e giornaloni. Eppure in altri tempi e in un’altra epoca, avrebbe fatto scalpore il tycoon tornare sui propri passi e incensare la premier italiana: “Abbiamo un ottimo rapporto, mi è sempre piaciuta”, ha detto sabato 3 ottobre. Ma niente. Da Meloni nessun commento. Neppure un bah. E anche i suoi, dopo un’attenta analisi dell’imbarazzante situazione con i sottosegretari Alfredo Mantovano Giovanbattista Fazzolari, sono stati silenziati. Dunque silenziosissimi.
La ragione è evidente. In barba ai legami politici, alla comune passione per la destra estrema, al tifo sfegatato per il nazionalismo e il sovranismo, l’amicizia con Trump adesso va tenuta nascosta. Messa sotto il tappeto come la polvere. Perché ormai lo sanno tutti, perfino i seguaci di Meloni e di Matteo Salvini: è stato l’energumeno di Washington ad avere attaccato l’Iran per fare un regalo al suo amico “criminale di guerra” Benjamin Netanyahu e ad avere provocato, di conseguenza, la più grave crisi energetica del nuovo Millennio. Ed è sempre Trump, perciò, la causa della tragedia che si sta abbattendo sugli italiani, con carburanti alle stelle, carrello della spesa impazzito, ceto medio in ginocchio e famiglie sotto la soglia di povertà alla disperazione.
Da qui la decisione di Meloni di stendere una pesante coltre di silenzio, di oscurare il gesto di pace del presidente Usa. Nessuno deve sapere. Nessuno deve vedere. Il bacio di Trump, adesso, in piena campagna elettorale, per la premier italiana è come il bacio della morte. Tant’è, che per evitare altri imbarazzi ed eventuali sgarbi e insulti, Giorgia a fine settembre aveva disertato perfino l’assemblea generale dell’Onu a New York. La parola d’ordine: stare lontano dall’energumeno di Washington.
Eppure Meloni aveva investito e molto, suscitando non pochi attriti e imbarazzi con le cancellerie europee, sul legame con il tycoon. Di quel rapporto ne aveva fatto una bandiera, spacciandosi come “ponte” tra Europa e Stati Uniti e predicando la necessità per l’Europa di avere gli americani al proprio fianco, proprio quando il presidente americano flirtava con Vladimir Putin, si voleva prendere “con la forza” la Groenlandia, chiamava gli europei “parassiti” e annunciava il disimpegno delle truppe Usa dal Vecchio Continente: “D’ora in poi dovete cavarvela da soli”.
Ebbene, nonostante tutto questo, Meloni ha continuato a coltivare l’amicizia con l’inquilino della Casa Bianca, “in nome dell’interesse nazionale”. Da qui una valanga di “prove d’amore” e un esercizio continuo di equilibrismo e di ambiguità, per non tranciare del tutto i legami con gli alleati europei. Celebre la frase: “Non sempre sono d’accordo con lui, ma che facciamo, assaltiamo i McDonalds?”.
Se si guardano i fatti e si evitano le chiacchiere, Meloni è stata l’unica leader europea ad andare nel gennaio del 2025 alla cerimonia di insediamento del tycoon a Capitol Hill (la collina di Washington che 4 anni prima il capo Maga aveva cercato di espugnare con un golpe fallito). Poi si è precipitata a Mar-a-lago, anche se per la nobile causa della liberazione di Cecilia Sala (almeno così fu spacciata quella missione improvvisa e improvvisata). Quando Trump ha bullizzato Zelensky alla Casa Bianca, ha cominciato ad amoreggiare con Putin e ha scaricato l’Europa, Meloni ha detto “no” ai Volenterosi di Macron e Merz: troppo ardito provare a mostrarsi autonomi dal bullo di Washington. E pure nel giorno in cui Trump ha rapito, nel gennaio scorso, il presidente venezuelano Maduro, l’underdog della Garbatella è stata la sola, tra gli europei, a definirlo un “attacco legittimo”.
Poi, tra vedere e non vedere, ha proposto Trump per il premio Nobel per la pace. Proprio lui che da quando è tornato alla Casa Bianca non fa che scatenare guerre. Ha definito i dazi imposti dal tycoon all’Europa “un’opportunità”. E gli lisciato il pelo inviando, unico Paese del G20, il ministro degli Esteri alla prima riunione del Board of peace per Gaza, una sorta di Onu privata con un gettone di entrata da 1 miliardo di dollari dove, per statuto, l’ultima decisione spetta a Trump.
Con il passare dei mesi però qualcosa si è rotto. La coppia, legata tra l’altro dall’adesione al fronte conservatore, è entrata in crisi. È bastato che Meloni osasse, con la solita timidezza, criticare nel marzo scorso il presidente Usa per gli attacchi “inaccettabili” a Papa Leone XIV, “colpevole” di avere invocato la pace in Medio Oriente, per innescare la prima reazione di The Donald: “E’ lei che è inaccettabile, perché non le importa se l’Iran ha un’arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità”.
Sono seguiti due mesi e mezzo di calma e poi, Trump ha letteralmente spianato l’artiglieria al G7 di Evian, il 19 giugno scorso. E l’ha spianata nel modo più crudele, svelando i tentativi di Meloni di tornare nel cerchio magico Maga: “La premier mi ha letteralmente supplicato per fare una foto con me”. “Io non supplico nessuno, Donald si è inventato tutto”, è stata la reazione di Giorgia. Ma il giorno dopo il presidente Usa ha rincarato la dose: “Meloni mi supplica perché la sua popolarità è in calo”. La risposta della premier: “La mia popolarità non ti riguarda. E, comunque, essere tua amica, non l’ha certo favorita”. La controrisposta velenosa di The Donald: “Per tenerla lontana da me ci vorrebbe un ordine restrittivo”. Insomma, Giorgia come una fastidiosa stalker.
E qui si arriva al ritorno di fiamma di Trump per Meloni. A quel “Giorgia mi è sempre piaciuta”. Parole pronunciate poche ore dopo che l’Europa aveva accettato la richiesta degli Usa di dare fondo alle riserve di gasolio per alleggerire la crisi energetica (anche) americana. Per un barile di nafta, insomma, il tycoon era pronto a dimenticare. Ma Meloni, già in piena campagna elettorale, preferisce tenersi lontana dall’amico ritrovato inviso agli italiani di ogni colore. Troppo impopolare. Tanto più che The Donald in tutta Europa sostiene i movimenti di ultra destra, compreso il pericoloso rivale di Giorgia, Roberto Vannacci. E che questa sia la linea, la premier l’ha dimostrato anche venerdì scorso quando ha difeso la Corte penale internazionale attaccata da Trump. “Sarebbe un autogol schierarsi con lui, si perdono voti”, è stato il didascalico commento di Giovanbattista Fazzolari, braccio destro di Giorgia a palazzo Chigi.
Da tutta questa telenovela, tra amore bisticci e odi, si ha una conferma: tra sovranisti non esiste amicizia o alleanza che tenga. Ognuno si fa i fatti suoi e chi se ne frega dell’assonanza politica. La giungla è giungla. E, nella giungla, per sopravvivere non si guarda in faccia a nessuno.
Alberto Gentili





























