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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Le conseguenze della Guerra nel Golfo: un superspot per dire addio ai fossili

Le conseguenze della Guerra nel Golfo: un superspot per dire addio ai fossili

di Maurizio Ricci
14 Aprile 2026
in Poveri e ricchi
Energia e petrolio, siglata ipotesi di accordo per rinnovo

“Se non aprite lo Stretto di Hormuz, lo chiudo io”. L’ultima mossa americana nel braccio di ferro con gli ayatollah richiama la vecchia gag di un celebre film di Mel Brooks (“Mettete giù le pistole, altrimenti mi arrendo”). Improbabile che abbia un senso dal punto di vista militare, il raddoppio del blocco ha comunque un pesante impatto economico sulle speranze suscitate dal “cessate il fuoco” fra Usa e Iran, fermando anche le poche navi che passavano. Ogni giorno in più senza i barili del Golfo, infatti, equivale ad un altro giro nella spirale di una crisi energetica, annunciata come la peggiore della storia.

Arrivano in questi giorni nei porti europei le ultime petroliere che sono riuscite a superare, a fine febbraio, lo Stretto. L’emergenza concreta nelle forniture, cioè, comincia adesso. Ci sono oltre 600 tanker bloccati, in questo momento, nel Golfo. Ma se anche partissero domani, impiegherebbero due mesi per arrivare in Europa. In altre parole, da oggi siamo in apnea e non possiamo pensare di riprendere a respirare liberamente prima di metà giugno.

Un buco di soli due mesi è, peraltro, l’ipotesi più ottimistica, anche se sembra quella cui si aggrappano gli operatori sul mercato dei futures, che vedono una progressiva discesa dei prezzi, rispetto agli attuali 100 dollari a barile, già entro l’estate, sia pure per attestarsi su prezzi del 25-30 per cento superiori ai 60 dollari anteguerra. Ma il mercato dei futures è principalmente finanziario, nel senso che nessuno di quelli che compra quei barili di carta pensa di averli davvero in mano per più di qualche ora e, certo, non alla scadenza del contratto. Il barile reale, quello fisicamente in questo momento nella pancia dei tankers, ha tutt’altro prezzo e viaggia intorno ai 140-150 dollari.

La differenza fra le due quotazioni è data dalla consapevolezza di chi quel barile dovrà concretamente usarlo che il ritorno alla normalità del sistema petrolifero parte, ma non si conclude, con lo sblocco di Hormuz e neanche con i primi arrivi a destinazione dei tanker prigionieri. La guerra, infatti, ha prodotto ferite profonde, destinate a rimarginarsi lentamente. E, qui, lentamente vuol dire nell’arco di anni. I danni agli impianti e ai pozzi, fanno sapere i sauditi, massimi produttori dell’area, hanno ridotto la loro capacità produttiva del 5 per cento, l’equivalente di 600 mila barili al giorno. Questo significa che, anche se si ripartisse domani con una sovraproduzione di 1 milione di barili al giorno, ci vorrebbero due anni per tornare alla normalità, ricostituendo gli abituali stoccaggi del prodotto. Due anni sembrano tanti? In realtà, sono una valutazione ottimistica. Se la guerra si prolunga, anche queste previsioni possono saltare. L’estrazione del petrolio, infatti, avviene non manovrando un rubinetto, ma grazie alla pressione interna dei pozzi. Tienili chiusi troppo a lungo e non è detto che forniscano lo stesso gettito.

Analoga la situazione dei giacimenti di gas. Il Qatar ha già fatto sapere che i danni al maggior giacimento del Golfo non potranno essere sanati prima di 3-5 anni e, fino ad allora, la produzione sarà ridotta di poco meno del 20 per cento.

Due anni, almeno, da una parte, tre-cinque anni dall’altra. Le cicatrici della Terza Guerra del Golfo le sentiremo a lungo, anche se il conflitto si concludesse domani. Quali effetti sull’economia? Le previsioni pubblicate in questi giorni dal Fmi disegnano tre scenari.

Lo scenario base prevede una rapida fine del conflitto, ma ne porta già i segni. La crescita mondiale rallenta dal 3,4 per cento del 2025 al 3,1 per cento e l’inflazione globale sale dal 3,9 al 4,4 per cento. Gli stessi economisti del Fondo, tuttavia, ammettono che la fragilità del “cessate il fuoco” rende più realistico il secondo scenario, definito “avverso”: crescita crollata al 2,6 per cento e inflazione che schizza al 5,4 per cento. La precondizione di questo secondo scenario, peraltro, è un prezzo del barile a 75 dollari a fine anno, una previsione che gli ostacoli al ritorno alla normalità nel Golfo potrebbero svuotare. Con il petrolio a 110-120 dollari a barile, lo scenario diventerebbe quello “severo”: crescita al 2 per cento (a livello globale, una cosa vista solo quattro volte dal 1980 ad oggi) e l’inflazione mondiale salirebbe al 5,8 per cento.

Una prospettiva da brivido per una economia votata alle esportazioni come quella italiana. Tuttavia, anche nello scenario più roseo, il Fmi inchioda l’Italia appena sopra la crescita zero. Mezzo punto nel 2025, mezzo punto nel 2026, mezzo punto nel 2027. Gli americani lo definirebbero “il rimbalzo del gatto morto” ed è una pietra al collo per un governo che si avvia alle elezioni. Ma può andare assai peggio: se la crescita italiana è dello 0,5 per cento, quando il mondo cresce del 3,1 per cento, quale può essere con uno sviluppo globale ridimensionato al 2 per cento dallo scenario più severo della Guerra del Golfo?

E, tuttavia, la crisi fornisce una indicazione e uno spunto positivo per il futuro. Nel senso che potrebbe andare anche molto, ma molto peggio. E, invece, no, perché siamo messi meglio degli anni ’70. Petrolio e dintorni non sono più la condizione principale e indispensabile dello sviluppo. Nel 1990, con un chilo di petrolio producevamo 7 dollari di Pil. Oggi, con lo stesso chilo, ne produciamo 26. Ci serve, insomma, un terzo del petrolio di una volta. Perché l’economia è più pulita ed efficiente. Possiamo vedere la Guerra del Golfo anche come un superspot per lasciarsi alle spalle, il più in fretta possibile, l’era dei combustibili fossili.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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