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Home - Approfondimenti - Interviste - Liliana Ocmin: contro le violenze, certezza della pena e piu’ donne al lavoro

Liliana Ocmin: contro le violenze, certezza della pena e piu’ donne al lavoro

di Alessia Pontoriero
5 Ottobre 2017
in Interviste
Liliana Ocmin: contro le violenze, certezza della pena e piu’ donne al lavoro

Liliana Ocmin, responsabile del coordinamento donne, giovani e immigrati  della Cisl, in questa intervista al Diario spiega il suo punto di vista sull’aumento della violenza sulle donne. La prima risposta, afferma, è nella maggiore occupazione femminile, per garantire a tutte indipendenza e autonomia. Da questo punto di vista, e’ fondamentale il ruolo del sindacato, anche per quanto riguarda le molestie sul luogo di lavoro, tema assai meno dibattuto rispetto a quelle domestiche, ma certo non meno grave. Ma sono fondamentali anche la certezza della pena e, ovviamente, una legislazione adeguata. E qui Ocmin prende di petto il governo, a causa della sostanziale depenalizzazione dello stalking varata la scorsa estate: “malgrado le tante parole, anziché rinforzare le pene -osserva- qui le alleggeriamo, consentendo allo stalker di patteggiare con quattro soldi un risarcimento alla vittima, come dimostra il caso di Torino. Prima che si concluda il mandato di questo governo, vogliamo che si ponga rimedio”.

Ocmin, secondo lei quanto è aumentata la violenza in Italia nei confronti delle donne?

E’ un fenomeno in grande crescita, ma le cifre in aumento ci dicono anche una cosa fondamentale, e cioè che, finalmente, il fenomeno sta emergendo. La violenza, infatti, ha una grossissima componente di sommerso: ma negli ultimi dieci anni abbiamo lavorato moltissimo sulla possibilità di uscire dall’ombra. Abbiamo lavorato molto proprio perché il fenomeno emerga in tutta la sua complessità. E la legge contro le molestie sessuali, la ricezione della convenzione di Istanbul, i diversi gli strumenti normativi, hanno contribuito a loro volta a facilitare un’emersione delle violenze.

C’e’ stato un ruolo attivo, svolto dal sindacato?

Noi come organizzazione sindacale abbiamo lavorato moltissimo perché, per esempio, si parli di più anche delle molestie nei luoghi di lavoro: mentre ci si concentra molto a parlare della molestia nelle mura domestiche, questi sono fenomeni ancora nel completo buio. Abbiamo bisogno di continuare a sensibilizzare e fare emergere il più possibile il problema. Purtroppo, vuoi per cultura, o vuoi per l’alimentarsi dei pregiudizi, la percezione che si ha oggi ha aumentato il senso di insicurezza che partiti e movimenti stanno suscitando nelle persone. Probabilmente una componente importante è il protrarsi della crisi, che sta mettendo a dura prova la stabilità economica delle famiglie e che sta provocando, per esempio, la guerra tra poveri nelle periferie romane. La povertà e la disuguaglianza sono aumentate, portando fragilità nelle famiglie e soprattutto fragilità nelle donne, che faticano a trovare un’occupazione, o se la trovano non è stabile. Le donne vittime di violenza o che non trovano più un’armonia all’interno della famiglia, se non hanno più un’indipendenza economica  non sono più libere di allontanarsi dal nucleo familiare assieme ai figli. Quindi, finisce che talvolta sopportano in silenzio. E da questo silenzio poi si arriva facilmente a situazioni estreme.

Cosa sta facendo di specifico la Cisl su questo terreno?

Abbiamo lanciato una piattaforma nel 2009, che aggiorniamo annualmente, dove trattiamo la violenza nelle sue diverse sfaccettature: la violenza domestica, quella legata al lavoro,  la violenza legata alla presenza di nuove culture, che investe le immigrate, dalla mutilazione genitale femminile alle spose bambine. Sono tutti fenomeni che impongono una sensibilità, una conoscenza e una prevenzione mirata. E dal 2009 possiamo dire che passi in avanti ne abbiamo fatti parecchi. Oggi siamo arrivati, come Cisl, ad affrontare il problema della tratta: un tema molto delicato che da un lato comprende le vittime della prostituzione, dall’altro quello del lavoro nero nell’agricoltura, nell’edilizia e nel lavoro domestico. Inoltre, quando guardiamo alla violenza noi utilizziamo il nostro punto di vista culturale, ma dobbiamo fare di più per rendere consapevoli anche le donne immigrate che arrivano in Italia. Per esempio, non ci rendiamo conto della violenza che subiscono le donne che ci aiutano in casa, quanti sacrifici devono fare: e’ una violenza anche dover rinunciare agli affetti, alla famiglia, per venire a lavorare qui. C’è un dramma, dietro la mercificazione del lavoro delle donne immigrate, che non affrontiamo nella maniera appropriata. Accanto a queste cose noi dobbiamo lavorare per rendere soggetto le donne. Dobbiamo controllare bene gli stereotipi che passano sul corpo delle donne e che contribuiscono alla violenza di genere.

Lei pensa, a proposito di migranti, che ci sia una violenza di serie A e una di serie B per chi la subisce e per chi la esercita? Mi riferisco alle recenti polemiche su noti casi di cronaca.

La violenza deve essere condannata allo stesso modo, sia che venga esercitata da un uomo del Nord Europa piuttosto che del Sud dell’Africa. Dobbiamo creare le condizioni per cui le vittime abbiano la garanzia che chi si macchia di un reato come la violenza sia punito con norme certe, e che le sanzioni servano a prevenire e contrastare. Non accomunerei pero’ il tema della violenza al razzismo, anche se è chiaro che se c’è un fenomeno che non si governa, e che non garantisce una decorosa convivenza, si peggiorano le cose. E’ chiaro che esistono le mele marce, l’abbiamo visto anche quest’estate nel caso di Rimini; ma abbiamo visto anche due carabinieri in divisa che a Firenze hanno violentato due ragazzine straniere. Non si può generalizzare su tutta l’Arma, ovviamente, che fa un lavoro preziosissimo di contrasto alla violenza; ma mi auguro una condanna esemplare, soprattutto con l’aggravante di essere due custodi della legge e di essersi macchiati di un reato di questa natura. Nello stesso modo, però, non si può generalizzare sugli immigrati. Per questo, dico che, comunque, il punto fondamentale è sempre garantire la certezza della pena.

Oggi non è garantita a sufficienza?

No, e noi siamo, infatti, fortemente arrabbiati: perché vediamo  da un lato l’attenzione che c’è sulla violenza sulle donne, ma dall’altro, da istituzioni e governo, vediamo arrivare segnali completamente opposti. Mi riferisco, in particolare, al reato di stalking, sostanzialmente depenalizzato con la riforma del codice penale. Questo porterà, e sta gia portando, come abbiamo visto con il caso di Torino, conseguenze nefaste: se lo stalker può contrattare con il giudice per il risarcimento, invece che per la punizione, come donna non mi sento protetta. Dunque, malgrado le tante parole, anziché rinforzare le pene, qui le alleggeriamo. Prima che si concluda il mandato di questo governo, vogliamo che sia eliminata la depenalizzazione dello stalking. Su questo abbiamo trovato pareri positivi anche da parte del Ministro Orlando.

Secondo lei le donne hanno bisogno di più ‘’protezione’’,  per esempio di più telecamere nelle strade, o serve qualcosa di diverso?

Penso che innanzi tutto il tema della violenza non debba essere legato a un’ ideologia. Anche per questo non condivido la manifestazione delle donne di sabato scorso: le battaglie del femminismo sono servite al movimento delle donne, ma hanno fatto anche molti errori. E la nostalgia del femminismo degli anni ’70, che ha pure portato grandi conquiste, responsabilità e passi in avanti, oggi non può essere posta come soluzione. La violenza oggi ha una corresponsabilità con gli uomini, ha una corresponsabilità con i sindacati: che devono fare di più per favorire la conciliazione e garantire maggiori tutele nei luoghi di lavoro. Noi dobbiamo presidiare i luoghi di lavoro. Abbiamo fatto anche degli accordi importanti, abbiamo sottoscritto l’accordo di Bruxelles del 2007 dove abbiamo precisato che nel lavoro privato la Confidustria deve garantire codici di condotta delle aziende, strumenti che diano la possibilità di prevenire certi comportamenti nei luoghi di lavoro insieme alle rappresentanze sindacali. Abbiamo chiesto anche che all’interno del piano venga garantita l’operatività dei Cup nel lavoro pubblico. Io credo che di questo abbiamo bisogno: di portare avanti una battaglia a 360°. E serve la garanzia del lavoro in primis.

Il lavoro femminile come antidoto alla violenza, dunque?

Per uscire dalla minaccia della violenza le donne devono lavorare: se non viene consentita la possibilità di essere indipendenti, continueranno a sopportare in silenzio. A questo cambio di prospettiva dobbiamo contribuire tutti con le nostre differenze, che peraltro costituiscono un valore in se’. Non credo che questa la battaglia contro la violenza appartenga ad un colore politico o ad un movimento, e’ un impegno che dobbiamo portare avanti insieme. Penso, anche, che sia fondamentale l’educazione dei nostri figli, nelle scuole a tutti i livelli. L’educazione sessuale è fondamentale per avere giovani informati, consapevoli, che recuperano questo valore per se stessi. Abbiamo una grossa responsabilità sia come genitori, sia  come sindacato nella contrattazione. Abbiamo bisogno di questo.

Lei ha ricordato il movimento delle donne degli anni ’70. Quel movimento ha fatto emergere chiaramente che la violenza è una conseguenza di una mancata indipendenza economica e di autonomia della donna. Ha fatto emergere che il posto della donna era relegato in famiglia e il suo compito era quello di sorreggere, al contrario di come si voleva far apparire, la struttura economica del nostro paese garantendo la riproduzione della forza lavoro: occupandosi della casa, dei figli e del proprio marito. Non è un caso che ancora oggi questa responsabilità sia tutta sulle spalle della donna. Un grande pregio è stato quello di aver fatto luce sul fatto che il ruolo della donna è stato fondamentale e non secondario per sorreggere la struttura economica del nostro, ma anche di tanti altri paesi. Anche oggi è così? Come si può continuare a fare emergere questa realtà?

Non vi è dubbio che alla radice c’è un momento anche di crisi dell’uomo di fronte all’autonomia della donna, soprattutto a livello culturale. E’ chiaro che c’è una crisi antropologica, a mettersi alla pari gli uomini faticano. Quindi c’è probabilmente un rigurgito culturale misogino rispetto alle scelte che hanno preso le donne. La domanda è: è una croce di cui ci dobbiamo caricare noi o la dobbiamo condividere? Io sono per la condivisione e la responsabilità. Condividiamo anche la responsabilità che gli uomini hanno di darsi una nuova collocazione. Le donne devono farlo con intelligenza, senza scimmiottare, perché noi siamo portatrici di un modello diverso. Dobbiamo prenderci fino in fondo questa responsabilità, e condividere questa responsabilità per un riequilibrio antropologico e culturale. Per esempio, come Cisl abbiamo sostenuto fortemente la legge 120, perché pensiamo che se ci sono donne ai vertici delle società potranno contribuire a sensibilizzare i consigli di amministrazione nelle scelte: se si decide se fare un campo di calcetto o un asilo, per dire, c’è una differenza importante. Abbiamo fiducia che se si lavora dal basso, e si lavora anche dall’alto, si può creare maggiore sensibilizzazione sul tema. Io sono convinta che il cambiamento nel quotidiano da più frutti e maggiori risultati. Inoltre, non penso faccia bene al nostro paese negare un tema come quello della denatalità.

Cioè?

Su questo argomento noi donne non siamo chiare. Invece, dobbiamo prendere di petto questo problema proprio come donne. Il destino di un paese e’  segnato, se non nascono piu’ bambini. E i bambini in Italia non nascono perchè le donne non lavorano. Inoltre, quei pochi bambini che nascono sono poveri. In Italia abbiamo un milione di bambini poveri. Quindi che sono necessari incentivi sia alle famiglie e sia  all’occupazione femminile. Tutte le ricerche, tra l’altro, dimostrano che l’occupazione femminile incrementa il Pil. La risposta alla crisi e’ proprio questa. Le donne che lavorano hanno bisogno di chi le aiuta a casa, di chi bada ai loro figli: il lavoro femminile genera altra occupazione. Purtroppo però prevale una cultura misogina che non vede la donna come risorsa, intellettuale e culturale. Credo però che sia anche  una nostra responsabilità, poiché siamo noi che cresciamo i nostri figli e diamo loro questo tipo di educazione.

Quanto contano le battaglie sul lavoro delle donne contro la violenza, dentro e fuori l’ambito familiare e lavorativo?

Sono fondamentali. Il sindacato deve fare la sua parte nel posto di lavoro, così come le associazioni, le istituzioni, la giustizia. Le battaglie sul lavoro ridefiniscono la dignità di tutti. E ne vale anche della nostra, quando ad esempio mercifichiamo a tal punto il lavoro delle donne come quello delle badanti o quello delle donne che tengono i nostri figli degradiamo anche la nostra stessa dignità. Penso che ai cortei dovrebbero esserci più donne migranti, arrabbiate per il lavoro ipermercificato che fanno per noi. Le donne devono prendere coscienza anche di questo aspetto. Dobbiamo combattere insieme contro tutte le violenze: quelle più evidenti e quelle meno visibili e più sottili.

Alessia Pontoriero

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Ex-Redattrice de Il Diario del lavoro

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