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Marciare divisi per non colpire

Riccardo Barenghi
Novembre25/ 2022

Esistono vari tipi di opposizione politica. Quella dura e pura, che scende in piazza tutte le settimane, e in Parlamento non perde occasione per farsi sentire. Poi c’è quella “ragionevole” o “costruttiva”, quella cioè che cerca di ottenere il più possibile dal governo per poi sostenere sui mass media che si è trattato di una sua vittoria. Poi c’è quella compatibile, quella che sta all’opposizione per modo di dire ma non vede l’ora di poter “governare” insieme al governo, quella che una volta si chiamava “opposizione di sua maestà”. Infine c’è l’opposizione che non esiste, ossia quella che non sta al governo perché non è riuscita a entrare nella coalizione vincente oppure perché non ha ottenuto i voti necessari neanche per entrare in Parlamento. Quest’ultima potremmo chiamarla “opposizione fantasma”: non si sente e non si vede, insomma non c’è.

La prima opposizione, quella dura è pura, è rappresentata oggi sopattutto dal partito di Giuseppe Conte, ovvero i Cinquestelle – che ormai sono talmente cambiati che dovrebbero anche cambiare nome, ma questa è un’altra storia – , insieme ai due piccoli partiti della sinistra, quelli guidati da Ncola Fratoianni e da Angelo Bonelli, per quanto questi ultimi due per storia e cultura siano più vicini al Partito democratico, o almeno a una parte di esso, che non a Conte. In ogni caso, questo è l’agglomerato politico-parlamentare che manifesta il più alto grado di aggressività contro il governo Meloni. Non accetta, almeno per ora, trattative e compromessi con chi guida il Paese, vuole stare fuori dai giochi politicisti, assomiglia a quella che i Fratelli d’Italia hanno incarnato per diversi anni. Ottenendo alla fine un ottimo risultato: primo partito italiano e palazzo Chigi per la loro leader. Difficile tuttavia che Conte e gli altri due piccoli partiti di sinistra possano ripetere il miracolo, tuttavia comportandosi in questo modo dimostrano di avere una certa grinta e forse – ma proprio forse – anche un’identità politica.

Identità che manca totalmente a quello che dovrebbe essere il motore dell’opposizione, quello che traina gli altri, il partito leader insomma. Parliamo ovviamente del Partito democratico, il quale non solo sconta la mancanza di una leadership degna di questo nome, visto che lo sconfitto Letta si è dimesso ma resta in carica fino al congresso, ovvero alle primarie che si terrannno a febbraio o a marzo. Ma al Pd manca proprio la ragione di essere, nessuno capisce cosa sia né cosa voglia essere. Un partito socialdemocratico no, perché la corrente che viene dalla Margherita non gradirebbe; un Partito liberal-democratico no, perché in questo caso sarebbero gli eredi del Pci (chiamiamoli così per carità di ragionamento) a mettersi di traverso,. E allora cosa? Un partito né carne né pesce, anzi un po’ carne e un po’ pesce. Insomma un mix tutt’altro che virtuoso, diciamo pure un pasticcio politico che forse non sarebbe dovuto proprio nascere. Ma tant’è, ormai esiste e ce lo teniamo. A meno che, come qualcuno ipotizza in queste settimane, non finisca tutto con una ennesima scissione, stavolta più corposa di quelle del passato anche recente.

Ma per il Pd esiste anche un problema supplementare, e non di poco conto: non è abituato a stare all’opposizione, negli ultimi dieci anni in un modo o nell’altro è sempre stato al governo. Quindi soffre questo ruolo per lui inedito, una sofferenza foriera di pasticci al momento imprevedibili. Soprattutto se leader diventasse l’attuale governatore dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, che in quanto ex (ex?) renziano non appare certamente uno che possa imprimere una linea politica basata sul conflitto col governo. Semmai la sua indole è quella di governare, sempre e comunque.

 Così come il cosiddetto Terzo Polo, che poi sarebbe quarto se non quinto. E’ già evidente – e sono passati appena due mesi dal voto – che Calenda e Renzi non vedono l’ora di stringere un dialogo con Meloni e i suoi, tanto che il capo di Azione ha subito chiesto un incontro alla premier per parlare di Finanziaria, richiesta subito accolta. Per non parlare della loro propensione a schierarsi con chiunque non provenga dalla sinistra, un esempio per tutti è quello di Letizia Moratti che si è autocandidata a governatore della Lombardia. E che ha immediatamente ottenuto l’appoggio dei due Dioscuri terzisti. Come se Moratti non fosse stata per tutta la sua vita politica una dirigente di Forza Italia, ricoprendo anche importanti cariche istituzionali. Ma, come si dice, “scordammoce ‘o passato…”.

Ecco, se questo è lo lo stato attuale dell’opposizione, fossimo nei panni della Meloni dormiremmo sonni tranquilli. Ovviamente sperando che all’interno della sua coalizione non ci sia qualcuno pronto a farle qualche sgambetto, metti Salvini, metti Berlusconi, metti entrambi.

Riccardo Barenghi

Riccardo Barenghi

Giornalista