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Home - Rubriche - Giochi di potere - Renee Good e la verità alternativa, Trump sulle orme di Goebbels

Renee Good e la verità alternativa, Trump sulle orme di Goebbels

di Alberto Gentili
12 Gennaio 2026
in Giochi di potere
Trump firma l’uscita degli Usa dalla Trans-Pacific Partnership

Nell’America di Donald Trump al peggio non c’è fine. L’assassinio a sangue freddo il 7 gennaio di Renee Nicole Good, poetessa e madre di tre figli, segna l’apice della svolta autoritaria imposta negli States dal tycoon, leader dell’Internazionale sovranista, nazionalista, populista. Quella donna di 37 anni, come hanno dimostrato centinaia di video, non aveva fatto nulla, eppure è stata freddata con tre colpi di pistola alla testa da un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice).

Un delitto efferato reso possibile perché la polizia anti-immigrati è una sorta di milizia privata di Trump: agisce indisturbata e impunita in tutto il Paese alle dirette dipendenze della Casa Bianca, godendo di fondi ingenti (85 miliardi: più quanto spende la Spagna per il suo intero esercito) e di una “immunità completa”. Si tratta di agenti mascherati, privi di identificativo che operano a bordo di veicoli civili senza contrassegni. In altre parole: squadracce agli ordini e al soldo di Trump che da mesi terrorizzano l’America. Cose che, ci insegna la storia, accadono nei regimi autoritari. Appunto.

E, proprio come nelle autocrazie, il presidente americano è corso ad affermare la “verità”. “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”, predicava Joseph Goebbels, il responsabile della propaganda di Adolf Hitler. Ebbene, Trump e i suoi hanno adottato lo stesso metodo per mascherare il nuovo crimine dei miliziani. Hanno detto e ripetuto, fino a un milione di volte, usando tv, giornali, web, che ciò che è accaduto in quella fredda mattinata a Minneapolis “è colpa” di Renee Nicole Good. Hanno costruito una “verità alternativa”. Questa: “La donna era molto turbolenta, ostacolava e opponeva resistenza e ha investito violentemente, volontariamente e brutalmente l’agente dell’Ice che ha sparato per legittima difesa”, ha scritto Trump sul suo social Truth (che significa verità). Kristi Noem, la ministra alla sicurezza interna, si è spinta oltre: “Good ha usato il proprio veicolo come un’arma, faceva parte di un’organizzazione eversiva”. Tutto falso. L’hanno rivelato i video. “Non sono arrabbiata con te”, ha detto la poetessa all’agente prima di essere assassinata, mentre cercava di allontanarsi a bordo della sua auto.

A mettere la ciliegina sulla torta, a completare la mostruosità, ci ha pensato J.D. Vance. Il vicepresidente americano non è voluto entrare nel meccanismo della costruzione della “verità alternativa”. Ha preferito dire che la poetessa “è morta per la sua ideologia”. Vance ha affermato il principio, insomma, che chi la pensa diversamente da Trump compie una forma di aggressione e che dunque è legittimo eliminarlo. Tant’è, che all’agente dell’Ice è stata immediatamente garantita “immunità assoluta”. E il vicepresidente ha annunciato che la risposta a chi si oppone alle politiche della Casa Bianca “sarà ancora più dura”. Allora c’è da chiedersi: cosa c’è di più duro dell’assassinio a sangue freddo di una madre di 37 anni a bordo del suo Suv? Dove vuole arrivare Trump?

Il quadro è fosco. Il presidente americano, ormai è indiscutibile, è un campione di sciagure. Un flagello per il pianeta. In poco più di un anno l’energumeno di Washington ha sbriciolato l’Occidente, frantumato i rapporti con l’Europa, è stato complice di Benjamin Netanyahu nel massacro di Gaza e di Vladimir Putin nel perpetuare l’aggressione all’Ucraina. Di più. Il presidente americano ha sconvolto il commercio mondiale con i dazi, ha imposto la legge del più forte in spregio del diritto internazionale “conquistando” il Venezuela e il suo petrolio in una notte e ora vuole papparsi perfino la Groenlandia. E chi se ne importa se l’isola artica fa parte della Nato e, dunque, prendersela con la forza vorrebbe dire portare la guerra in casa. “Quel che serve alla sicurezza nazionale lo faccio o me lo prendo”, è lo slogan di Trump. Ma tutto questo, ormai, è noto. E’ sotto gli occhi di tutti e dunque in qualche modo metabolizzato dall’opinione pubblica italiana. C’è però di più. Molto di più. C’è che negli Stati Uniti la libertà è minacciata, limitata. La stretta autoritaria di Trump si fa sempre più feroce e capillare. Gli oppositori, come avviene nei regimi autoritari, sono perseguitati ed eliminati (il caso della poetessa Good)

Trump, per paradosso, all’estero si erge a paladino di chi “lotta per la libertà”, come in Iran e in Venezuela (con lo scopo, in realtà, di incassare un cambio di regime). Ma in patria, passo dopo passo, mese dopo mese, il tycoon stringe alla gola gli spazi di libertà degli americani, calpesta i diritti civili, impone il divieto di opinione. Gli esempi sono pressoché infiniti. Comici, commentatori, giornalisti, semplici dipendenti licenziati perché “colpevoli” di avere criticato il presidente. Università lasciate senza fondi federali in quanto non allineate con il pensiero nazionalista Maga (make America great again). Migranti prelevati nottetempo nelle loro case e deportati a Guantanamo o in altre carceri. Soldati della guardia nazionale spediti, tra le proteste di sindaci e governatori, a invadere le strade di Washington, Los Angeles, Chicago, Portland con la scusa di garantire la sicurezza.

Nonostante tutto questo, in Italia c’è chi tifa per Trump. C’è chi si dichiara sua amica o amico. E non sono degli scappati di casa, hanno l’ufficio a palazzo Chigi. C’è solo da sperare che Giorgia Meloni e Matteo Salvini non si siano accorti di cosa sta succedendo negli States.

Alberto Gentili

Alberto Gentili

Alberto Gentili

Giornalista

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