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Home - Blog - Semiconduttori: urge una strategia europea

Semiconduttori: urge una strategia europea

di Augusto Bisegna
20 Maggio 2021
in Blog
L’accordo per l’innovazione Madein4, forse un primo passo verso l’autonomia sui microchip

E’ un po’ di tempo che si sente parlare anche nel nostro paese di carenza di semiconduttori, in particolare i giornali nazionali ne hanno dato notizia in riferimento al fermo produttivo del sito del Gruppo Stellantis di Melfi in Basilicata per carenza di chip. Ma cosa sono i semiconduttori?  A cosa servono, perché c’è una carenza nel mercato mondiale di questi dispositivi?

I dispositivi su semiconduttore sono sostanzialmente tutti quei componenti elettronici che sfruttano le proprietà che hanno alcuni materiali – in particolare silicio, germanio – e che trovano applicazioni in una miriade di cose, dai sofisticati microprocessori e memorie, che fanno funzionare i nostri computer, server, smartphone, televisori, ecc.  ai  semplici componenti elettronici come diodi, led, transistor, spesso integrati in quelli che chiamiamo chip e che trovano la loro applicazione in migliaia di oggetti e macchinari, dall’industria  all’automotive, dalle centrali agli elettrodomestici, treni, navi, aerei, satelliti, reti di telecomunicazione, difesa e sicurezza, e via applicando. Internet stessa  non esisterebbe senza semiconduttori. Insomma, tutto quello che permette alla moderna società digitale di funzionare poggia le basi sui semiconduttori.

Il settore dei microchip, è quindi essenziale per moltissimi settori e, in prospettiva, con la crescita dell’IOT e la diffusione delle reti 5G, la richiesta sarà sempre più importante. Ma il settore è in mano a pochissimi produttori e un problema su un singolo produttore può avere conseguenze importanti su tutta la catena di fornitura.

La grave siccità che ha colpito Taiwan nei primi mesi dell’anno ha costretto il governo al taglio del 15% della fornitura di acqua a Taichung, la città industriale al centro dell’isola, dove si trovano uno dei principali produttori di chip e silicio del mondo, TMSC,  e  l’americana Micron Tecnology; nonostante le smentite di un calo della produzione da parte delle due società,  la situazione è oggettivamente assai complicata, poiché le fabbriche di semiconduttori sono grandi consumatrici di acqua. Tanto più complicata in una fase di ripresa, secondo Jean-Marc Chéry, presidente del consiglio di amministrazione e CEO di STMicroelectronics, il  produttore franco-italiano di microprocessori. La domanda di semiconduttori è attualmente superiore del 20% rispetto al 2020 e del 15% rispetto al 2019, con una domanda che, secondo le stime, continua a crescere.

Oggi i riverberi immediati della carenza produttiva di dispositivi su semiconduttore si segnalano soprattutto nel settore dell’automotive, dove il sistema just-in-time è stato messo a dura prova dalla pandemia. Infatti le aziende d’auto, che avevano ridotto parecchio gli ordini di semiconduttori all’inizio della pandemia, hanno dovuto poi affrettarsi, appena si sono manifestati segnali di ripresa,  a  fare nuovi ordini. Ma nel frattempo le fabbriche di semiconduttori avevano destinato la loro produzione per lo più  all’industria dell’elettronica di consumo. Anche questi scossoni nell’andamento della domanda, secondo gli analisti,  stanno contribuendo ad aggravare la carenza, visto che le linee produttive vanno riqualificate e testate ogni volta che si cambia prodotto, e questo richiede tempo e investimenti.

Insomma, è una situazione destinata a durare ancora qualche tempo  come dice giustamente Fabrizio Famà  HR Director di Lfoundry: “È forse giunto il momento che ci si accorga di quanto le supply chain dei semiconduttori siano lunghe e complesse, quando la domanda di ‘chip’ cresce. Per anni le dinamiche di mercato sono state guidate, e lo sono tuttora, da chi può permettersi costi del lavoro bassi e investimenti importanti spesso supportati dai governi”.

In Europa, il settore dei semiconduttori non è stato ritenuto, almeno fino ad oggi, strategico; a parte la società italo-francese STMicroelettronics, non abbiamo società europee del settore, anche se sul territorio europeo esistono diversi siti produttivi come quello di Lfoundry ad Avezzano (Aq) ora di proprietà della cinese Wixi Spark.

Questo implica nell’immediato una forte dipendenza dall’Asia e dagli Stati Uniti, una dipendenza che rischia di amplificarsi proprio per effetto della crescita pervasiva del digitale. Smart–city, reti 5G,  industria 4.0 avranno sempre necessità di semiconduttori. Si apre quindi un problema di approvvigionamento e  di sovranità industriale, per l’Europa e per l’Italia, su un settore trascurato ma sempre più strategico, non solo in termini industriali ed economici ma anche di sicurezza: a questi dispositivi affidiamo i nostri dati e – in fondo – le nostre vite. Non avere standard di sicurezza  in questi sofisticati dispositivi ci rende potenzialmente vulnerabili ed esposti a cyber attacchi.

Al momento Stellantis, la società che riunisce PSA e Chrysler, proprio per carenza di dispositivi su semiconduttore ha dovuto sospendere temporaneamente la produzione in cinque dei suoi stabilimenti nordamericani e in quello Italiano di Melfi a causa della carenza di chip elettronici. Mentre  Ford, Volkswagen, Toyota, BMW e Jaguar Land Rover hanno fermato in questi primi mesi dell’anno a più riprese le linee produttive. Secondo Oxford Economics, la carenza di chip ridurrà il numero di veicoli prodotti nel mondo di due milioni nella prima metà dell’anno. Mentre Samsung ha annunciato possibili riduzioni nella produzione di elettrodomestici e televisori.

Insomma, è una situazione che dovrebbe far riflettere sulla necessità da parte dell’Europa e dell’Italia di avere una strategia di settore. È di queste settimane l’annuncio del  commissario all’industria della commissione europea Thierry Breton della  strategia volta a raddoppiare la produzione di semiconduttori in Europa entro il 2030, vista la dipendenza eccessiva del continente da Taiwan, Cina e Corea del Sud. Quella sui semiconduttori è una competizione tecnologica che ha avuto per  decenni al centro Stati Uniti e Cina.

In Italia esistono tre impianti produttivi, due di proprietà della società italo-francese STMicroeletronics a Catania e ad Agrate (Mi),  dove c’è ancora un centro di ricerca e sviluppo,   e uno in Abruzzo ad Avezzano (Aq) che è oggi in mano  cinese. Le ristrutturazioni e chiusure dei primi anni duemila hanno ridimensionato la capacità produttiva e innovativa dei siti del settore nel nostro Paese. Sarebbe invece opportuno come richiesto dalla Fim Cisl,  nel recente incontro con il viceministro Todde per la vertenza Lfoundry, aprire un tavolo nazionale per inserire il settore dei semiconduttori e della microelettronica, che nei prossimi anni sarà sempre più decisivo per restare in testa ai paesi industrializzati del mondo,  all’interno di una strategia nazionale di sviluppo.

Augusto Bisegna

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