Il Libro Bianco presentato dal ministro Urso lascia freddi i sindacati, che pur ritenendo corretta l’iniziativa, non riscontrano, nello studio elaborato dal Mimit, i contenuti necessari a un concreto rilancio dell’industria nazionale.
“Il Libro Bianco sul Made in Italy 2020 rappresenterà una strategia industriale davvero efficace solo se l’approccio sarà fondato sull’analisi dei dati e sulla capacità dello Stato di orientare i cambiamenti”, commenta la segretaria confederale della Uil, Vera Buonomo. Per la sindacalista, “restano ancora poco chiari i nodi fondamentali degli investimenti strategici, delle priorità, delle risorse, dei tempi di realizzazione e soprattutto degli effetti sull’occupazione e sulla qualità del lavoro. L’istituzione di una Conferenza Permanente delle filiere, inoltre – ha precisato Buonomo – rischia di rimanere inefficace senza un coinvolgimento reale e strutturato delle parti sociali.
Per Buonomo è altrettanto indispensabile “stabilire delle condizionalità chiare sugli incentivi affinché le risorse pubbliche vadano solo alle imprese che applicano i Ccnl sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative e garantiscono occupazione stabile, investimenti, legalità e sicurezza nei luoghi di lavoro. Sono condivisibili i principi della neutralità tecnologica, dell’autonomia strategica e della riforma degli aiuti di Stato, ma la loro declinazione deve essere coraggiosamente europea. Bisogna superare la logica del debito nazionale: senza risorse comunitarie, l’Italia rischia di restare schiacciata dalla capacità di spesa dei partner più forti”. A oltre un anno dal Libro Verde, conclude, “ci aspettavamo un cronoprogramma certo e modalità di finanziamento definite. Le quattro transizioni stanno già trasformando il mercato del lavoro e le risposte non possono più attendere”.
Dubbi anche da parte Cisl: Giorgio Graziani, segretario confederale di via Po, rimarca che la redazione del Libro Bianco ‘’è un fatto positivo, perché senza un deciso rilancio dell’industria non c’è futuro per il Paese”, ed è quindi “apprezzabile che il Governo intenda impegnarsi non solo con misure comuni, trasversali ai diversi comparti ma anche con la scelta di puntare su filiere specifiche. Opzione necessaria per abilitare la produzione e per rilanciare un’industria capace di rivitalizzare Pil e salari”.
Anche per Graziani il documento “presenta alcuni limiti”: il primo dei quali, sottolinea l’esponente Cisl, “è l’assenza del necessario coinvolgimento delle parti sociali, e in particolare del sindacato. Dalla stagnazione attuale non si esce con orientamenti calati dall’alto: serve un progetto comune in cui gli attori sociali responsabili si riconoscano e siano pronti a contribuire”. Altro aspetto, avverte Graziani, riguarda “la non piena consapevolezza, nel documento, del fatto che senza un forte protagonismo europeo l’industria non riparte. Serve una politica manifatturiera continentale, per conquistare un minor grado di dipendenza dai nostri competitor, USA e Cina in primis. Inoltre – prosegue –senza dotarsi una politica energetica specifica non è possibile immaginare una strategia per l’industria nazionale. Su questo il Paese deve intraprendere una direzione chiara, cominciando ad operare per un mix di fonti che includa anche l’energia nucleare”.
In sintesi, conclude il segretario confederale Cisl, “il Libro Bianco sembra ripropone gli stessi limiti di Industria 4.0 e 5.0, proponendo un modello che assegna alla sola digitalizzazione il compito di incrementare la produttività nelle fabbriche. Ma è un’illusione: solo investendo anche in formazione, capitale umano e valorizzando contrattazione e relazioni industriali si può ottenere il riscatto necessario”.



























