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Home - Approfondimenti - La nota - Lo “stato stratega” nel Libro Bianco Made in Italy 2030 del Mimit

Lo “stato stratega” nel Libro Bianco Made in Italy 2030 del Mimit

di Tommaso Nutarelli
29 Gennaio 2026
in La nota
RIUNIONE TAVOLO DELLA CHIMICA AL MIMIT

Un documento di strategia industriale. È questo il cuor del Libro Bianco Made in Italy 2030 realizzato da Mimit, insieme ad oltre 200 stakeholder e think tank, presentato al Cnel per tracciare il futuro dell’industria italiana.

Il Libro Bianco offre un’analisi del sistema produttivo italiano, basata su 18 filiere industriali e 160 distretti, distinguendo tra quelle tradizionali, nuovo Made in Italy e comparti abilitanti. All’interno di questo perimetro viene individuato il made in Italy di eccellenza, che comprende settori quali arredamento, macchinari, agroalimentare, moda, farmaceutica, cantieristica e aerospazio, per un valore complessivo di circa 692 miliardi di euro di fatturato e oltre 419 miliardi di euro di export.

Il documento vede la luce in un contesto nel quale, come ha spiegato Paolo Quercia, responsabile dell’ufficio III. Analisi delle politiche pubbliche e coordinamento statistico, “vede tutti i paesi occidentali impegnati un processo di reindustrializzazione, dopo trent’anni di deindustrializzazione. Ma non dobbiamo pensare che oggi reindustrializzarsi vuol dire che lo stato si muove come negli anni ’50 e ’60, ma come uno stratega, che avendo dati e informazione in proprio possesso, prende delle decisioni. La deindustrializzazione – ha aggiunto – non è un destino, ma una fase di passaggio tra due modelli produttivi diversi”.

Secondo Paolo Pirani, consigliere del Cnel, “il coordinamento tra livello nazionale ed europeo è un passaggio necessario per rafforzare la produttività. Questo amplia lo spazio di manovra degli attori politici, economici e sociali, ma al tempo stesso un paese deve difendere quelle filiere strategiche e peculiari del proprio sistema produttivo, come appunto il made in Italy”. Pirani ha poi sottolineato come un documento così organico non si vedeva dal disegno di legge dell’allora ministro dell’industria, Bersani, denominato Industria 2015, durante il secondo governo Prodi nel 2006. Ma tutto questo “non deve farci dimenticare le debolezze strutturali del nostro paese, legate all’energia, alla frammentazione del tessuto produttivo,  alla bassa produttività, ai pochi investimenti in ricerca e sviluppo, e alle crisi tutt’oggi aperte, come quelle dell’auto e della siderurgia”.

Cristina Sgubin, segretario generale Telespazio e consigliere di amministrazione Eni e Sace, ha sottolineato come il documento “si pensato in una visione olistica. Il sistema deve garantire una risposta a tutta la filiera industriale, dai grandi attori fino alla start up, a quelle che sono le sollecitazioni, i cambiamenti e i bisogni. Lo stato stratega deve immaginare soluzioni di lunga visioni. Le imprese devono muoversi in una strategia di lungo periodo”.

Il ministro Urso ha definito il libro “non è un punto di arrivo ma di partenza. La strategia industriale si fa in Italia ma anche in Europa. Dobbiamo affrontare in modo integrato le quattro grandi transizioni del nostro tempo: digitale, green, demografica e geopolitica”. “Il documento – ha proseguito – nasce dopo un percorso condiviso, che he tenuto conto non solo degli attori economici e dei corpi intermedi, ma anche delle forze politiche distanti dalla nostra area politica, e che tiene conto anche del percorso di riforme che si sta avviando in sede europea”.

“Il Libro Bianco individua correttamente le grandi direttrici su cui si giocherà la competitività del Paese nei prossimi anni”, afferma Stefano Cuzzilla, presidente di CIDA. “Affrontare in modo integrato le transizioni demografica, geopolitica, digitale ed energetico-ambientale significa riconoscere che crescita, produttività e coesione sociale sono temi inseparabili. Ora la vera sfida è trasformare questa visione in decisioni operative, con una governance stabile, strumenti di valutazione e una capacità esecutiva in grado di garantire continuità alle politiche industriali nel tempo”.

Secondo Cida “il richiamo allo “stato stratega” può tradursi in un reale cambio di passo solo se accompagnato da metodi chiari di policy making: obiettivi misurabili, coordinamento tra i diversi livelli istituzionali, monitoraggio degli impatti e aggiornamento continuo delle strategie sulla base dei risultati. Senza una solida capacità di esecuzione, anche le migliori impostazioni rischiano di restare sulla carta. In questo quadro, la gestione delle transizioni può diventare un fattore di crescita solo se affrontata in modo sistemico. Demografia, geopolitica, innovazione tecnologica ed energia incidono contemporaneamente su competitività, organizzazione del lavoro e struttura delle filiere, e richiedono scelte coerenti e integrate”.

“Un capitolo centrale riguarda il capitale umano. Il Libro Bianco pone giustamente l’accento su formazione continua, rigenerazione delle competenze e valorizzazione dei profili senior. Per Cida, la formazione deve diventare una leva manageriale della politica industriale, capace di coinvolgere anche i vertici delle organizzazioni. Le competenze digitali e ambientali non sono solo competenze tecniche, ma competenze di governo dei processi produttivi e organizzativi. In questa prospettiva, investire in formazione significa rafforzare la produttività e la capacità competitiva del sistema nel suo complesso”.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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