Stiamo assistendo in questi giorni a uno strano paradosso delle relazioni sindacali. Ci sono 2 tavoli aperti: uno tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria. Un altro (separato) tra i sindacati (compresi Ugl e Confsal) e il Governo sulla manovra finanziaria.
Negli anni e decenni precedenti avremmo visto due possibili modelli di relazione/confronto. Il primo avrebbe voluto un accordo di massima tra sindacati e imprese sulle priorità da trattare e poi un tavolo con il Governo per misurare le distanze o le convergenze tra le priorità e le politiche che il Governo intendeva adottare. Il secondo modello avrebbe richiesto un tavolo comune (trilaterale, come si dice) fin dall’inizio del confronto ove ciascun soggetto fosse libero di misurarsi sui punti di merito e di metodo. Le decisioni sul “cosa fare” (proteste, scioperi, manifestazioni) in caso di dissenso venivano prese a discussione avvenuta o almeno iniziata.
Il paradosso cui assistiamo in questi giorni ha ribaltato queste logiche e queste ragionevoli esperienze.
Dal tavolo sindacati Confindustria sembra essere emersa l’intenzione di un documento condiviso su cui sviluppare il confronto col Governo, ma al tavolo col Governo sembra si vada ciascuno per conto suo: sul merito e sul percorso. Ne sono pertanto derivati pareri molto vari. Confindustria ha criticato la manovra e persino ironizzato sull’impegno del Ministro. La Cisl e l’Ugl si sono dichiarati soddisfatti: “il Governo apre alle proposte dei sindacati”. La Cgil ha lanciato una manifestazione nazionale per il 25 ottobre e poi ha dichiarato che l’incontro col Governo è stato “dannoso” (?) e che la manovra “porta il Paese a sbattere”. La Uil sta in mezzo: condivide la delusione per l’incontro ma ritiene che possano essere portate alla discussione con il Governo le priorità “emerse” (?) dal tavolo con Confindustria.
Perché questo percorso appare oltre che paradossale anche “sconcertante”? Perché praticato da tanti “solisti” fuori da ogni partitura concordata e da ogni criterio di buon senso comune: come se agire isolati desse più forza ai singoli protagonisti. Mentre al contrario, da che mondo è mondo, quando gli interlocutori agiscono per conto proprio (ed è saltato ogni vincolo concertativo) è chi sta seduto dall’altra parte del tavolo a decidere chi ascoltare e valorizzare e chi no.
Quanto ai contenuti, anche qui c’è qualcosa di strano e paradossale.
Se nel Paese sono fermi salari e produttività da 20 anni, questa dovrebbe essere la materia centrale di un accordo interconfederale tra imprese e sindacati: un “Patto per l’Italia” su cui orientare la contrattazione nazionale e aziendale (e territoriale per le piccole imprese industriali e artigiane) per far crescere produttività del lavoro e retribuzioni. Poi, certo che il Patto deve essere aiutato da adeguate politiche fiscali che facilitino la crescita retributiva e della produttività. Ma pensare che tutto si risolva con politiche fiscali decise a Roma, senza azioni contrattuali articolate per imprese e territori, è un ulteriore percorso difficile da realizzare.
Personalmente credo che nel Patto per l’Italia andrebbe inserito il tema della sicurezza sul lavoro che, a causa dell’espandersi dell’appalto e del subappalto non regolato, produce precarietà e condizioni di lavoro sempre più rischiose. “La sicurezza sul lavoro è un diritto inalienabile” come ha detto il Presidente Mattarella. Tre morti al giorno è un record vergognoso che chiede più controllo pubblico ma anche più prevenzione attiva da parte di sindacati e imprese: una mappa territoriale delle imprese che applicano le norme e di quelle che scaricano sull’insicurezza una parte dei costi.
Un’ultima considerazione.
Tutti parlano di politica industriale: il Governo, le imprese, i sindacati. Ma di cosa si tratta esattamente nessuno lo spiega. Un aiuto a pioggia a tutte le imprese, in qualsiasi settore industriale operino e qualsiasi politica di investimenti facciano? E qualsiasi lavoro usino? Forse bisognerebbe cominciare a pensare che le politiche di crescita debbono essere economiche generali più che industriali, dato il peso decrescente del settore rispetto al Pil del Paese e al mercato del lavoro. E orientate a favorire l’innovazione. Altrimenti un altro paradosso: si finanziano le imprese industriali (tutte) così come sono e intanto il mercato del lavoro non regolarizzato, i contratti pirata e i salari sotto i minimi contrattuali si espandono nel terziario aumentando le diseguaglianze anziché ridurle.
Gaetano Sateriale



























