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Home - Approfondimenti - Analisi - Un Testo unico omogeneo, condiviso, attuabile

Un Testo unico omogeneo, condiviso, attuabile

1 Giugno 2005
in Analisi

di Carlo Fabio Canapa – Segretario Confederale Uil

E’ morto il re. Viva il re. E’ stato ritirato il Testo unico su salute e sicurezza. Cominciamo subito a lavorare tutti insieme per elaborare un nuovo Testo unico. Uno finalmente equilibrato, che raccolga le esperienze positive sinora pur maturate e che semplifichi e stabilizzi il quadro legislativo attuale nella continuità delle tutele e nel rafforzamento della filosofia partecipativa indotta dal 626; un elaborato che si proponga come piattaforma certa per successivi affinamenti ed arricchimenti, magari articolati ma, comunque, omogenei ed univoci in tutto il territorio nazionale, costruiti esaltando le potenzialità propositive ed attuative delle parti sociali.

Appunto: omogenei ed univoci. E’ questo, infatti, da sempre, uno dei principali problemi da risolvere, che non si riscontra  solo in relazione alla produzione normativa, ma anche – direi, anzi, soprattutto – in rapporto alla sua applicazione e, quindi, ai vari momenti di controllo. Un problema, oltretutto, reso teoricamente più complesso dalla “legislazione concorrente” del modificato Titolo V della Costituzione e che, così, sembra ben difficile poter essere  risolto in linea di principio, evitando la coda infinita delle interpretazioni causidiche con le relative contumelie giudiziarie, magari pure costituzionali. Peraltro, il ruolo determinante svolto dal Coordinamento delle Regioni per  l’accantonamento dell’ultima proposta di Testo unico – un ruolo sostenuto dal continuo e costruttivo confronto con le rappresentanze del lavoro, a partire dai sindacati confederali – suggerisce l’opportunità di un percorso Stato – Regioni – Parti sociali che pragmaticamente “produca” un accordo tale, nella sua condivisione, da essere propedeutico di una pratica applicativa delle norme non condizionata da particolarismi, vuoi di interesse vuoi, diciamo così, teoretici.


L’ accordo, evidentemente, proprio perché tale, dovrebbe essere in grado di superare tutte le disarticolazioni interpretative, offrendo paradigmi applicativi certi, garanzia per le imprese e per i lavoratori, ma anche presidio nei confronti di approcci nel territorio differenziati, tali da proporre – magari anche involontariamente – condizioni di concorrenzialità tra le varie Regioni: il che, in tema di sicurezza,  è aberrante più ancora che inaccettabile.


Dovrebbe inoltre poter garantire, un tale accordo, una più ampia partecipazione ed una più diretta responsabilizzazione degli attori sociali alla specificazione delle varie norme  e, soprattutto, alla loro concreta applicazione. Non va dimenticato, infatti, che il problema della sicurezza sul lavoro per noi non è riconducibile tanto al contesto legislativo – certo sempre perfettibile – quanto alla sua osservanza. C’è dunque, al fondo della nostra certo non esaltante situazione, un problema di effettività; sicuramente aggravato dalla complessità sempre maggiore del tessuto normativo, lievitato per successive sovrapposizioni, delle quali, nei fatti, non si è mai verificata neanche l’eventuale difformità di indirizzi. Necessaria, dunque, una accorta semplificazione, ma se il problema più che nel contenuto legislativo sta nella pratica attuazione,  allora il ruolo congiunto delle parti e la loro responsabilizzazione diviene condizione prevalente anche rispetto ad una capacità di controllo pubblico che, per quanto incrementata, sarà sempre troppo eventuale per divenire garanzia concreta. Il rapporto quotidiano delle parti, invece, magari sostenuto da una strutturalità tutta da pensare e da realizzare anche in azienda, diviene non solo occasione di verifica, ma condizione per maturare e diffondere una cultura della prevenzione che è la condizione vera per evitare condizioni di rischio.


E’ peraltro inutile ripetere, ora, come l’attività negoziale, arricchita e modulata secondo l’evoluzione delle problematiche di questa particolare materia, sia lo strumento che può produrre i risultati più immediati e più significativi, favorendo la progressiva maggior collaborazione tra lavoratori ed imprese. L’obiettivo principale di questa specifica “contrattazione” era ed è, infatti, quello di rendere applicabili, con certezza ed al meglio, le varie norme ad ogni singolo contesto lavorativo. Tenendo conto, cioè, delle diverse specificità, che non sono correlate solo al settore produttivo, ma anche alle varie realtà aziendali, sia rispetto alle condizioni di  lavoro, sia rispetto allo scambio impresa-territorio.


Lo snodo concreto della contrattazione, allora, è il posto di lavoro: il “luogo” dove l’iniziativa coordinata dei nostri Rls e dei nostri Rsu ha la possibilità di essere valorizzata – con la conoscenza più precisa della realtà lavorativa – non solo per l’osservanza corretta di quanto prescritto, ma anche sui tempi e sull’organizzazione del lavoro, fattori primi, come è noto, di ogni evento calamitoso.


Un orizzonte partecipativo, quello appena delineato, che magari rafforza, ma certamente non stravolge le indicazioni del 626 e che non si propone come disarticolazione del dettato legislativo, ma come condizione determinante della sua concreta attuazione.


Dobbiamo essere ben consapevoli, però, che va in parte ripensata, proprio in termini  strutturali,  la qualità dell’elaborato legislativo, così da consentirne una applicazione modulata in relazione alle diverse e mutevoli condizioni operative. In tal senso, anche se ripensato nelle condizioni applicative e nella strumentazione  attuativa, va accortamente considerato l’approccio suggerito dal Testo unico, che rende disponibili ad attuazioni “di buona tecnica e di buone prassi” alcuni contenuti di atti normativi rilevanti. Una prospettiva che ci sembra interessante, a condizione che ne sia  garantita l’esigibilità e che siano esplicitamente indicati i principi che  con tali procedure si debbono attuare.


Non vuole essere, questa indicazione, solo un elemento di coerenza con la volontà asserita  di considerare e valorizzare  tutte le diverse proposte; ci sembra infatti, questo metodo,  una possibilità ottimale  di adeguamento alle necessità imposte  dall’evoluzione delle tecniche produttive e, al contempo, la condizione positiva per fruire dei nuovi ritrovati della scienza e della tecnica. Ma è soprattutto, questa, una prassi che dobbiamo valutare e precisare, così da facilitare l’azione delle parti sociali nella realizzazione di condizioni di lavoro sicure e rispondenti in concreto alle indicazioni legislative. Una occasione di concretezza  che, prima di essere rifiutata, merita l’attenzione di un tentativo, indispensabile, di messa a punto.

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