Il quadro politico è profondamente mutato rispetto agli anni ’50 ma le ragioni della divisione sindacale permangono inalterate. L’approccio ideologico di tipo conflittual- antagonista, che allora si esprimeva nella tradizionale formula comunista della cinghia di trasmissione dal partito verso il sindacato ha semplicemente invertito l’ordine dei soggetti. Oggi è la componente più tradizionalista della CGIL, numericamente minoritaria ma forte del “richiamo della foresta” e in grado di organizzare un’area consistente di militanti, ad esercitare il ruolo di condizionamento politico del sindacato che fu del PCI tenendo sotto scacco, con l’intera CGIL, anche il Partito Democratico.
In questo scenario sono del tutto coerenti il rifiuto dell’accordo, sottoscritto dalla UIL e dalla CISL, che privilegia la contrattazione di secondo livello per incentivare la produttività, la demonizzazione dell’arbitrato che affida alle parti la soluzione della controversie sull’applicazione del contratto, l’intransigente ostilità verso accordi di flessibilità che, anche in deroga a contratti esistenti, consentano a livello aziendale la crescita della competitività e la difesa dell’occupazione. Si lavora così alacremente a costruire una “linea del Piave” delle relazioni industriali che in realtà rischia di preparare una “nuova Caporetto” per l’economia e per il lavoro nel nostro paese. D’altra parte nel mondo libero, il ruolo del sindacato non solo convive ma si consolida con compromessi e clausole di tregua che vincolano sia i sindacati firmatari dei contratti sia i singoli lavoratori cui il contratto si applica. Nel nostro paese questo spesso è difficile per ragioni giuridiche e perché troppo frequentemente si identifica la libertà sindacale con la conflittualità permanente, ma trasferire in sede giudiziaria il confronto relegherebbe il sindacato ad un ruolo marginale. Le pregiudiziali politiche sono insuperabili ma è possibile e necessario un accordo interconfederale che introduca le regole della democrazia sindacale per l’attuazione delle norme costituzionali di cui agli articoli 39, 40 e 46. Tale intesa, auspicabilmente sottoscritta da tutte le organizzazioni, dovrebbe essere poi tradotta in legge. Deve essere però chiaro che l’introduzione di norme che danno efficacia generale ai contratti, sottoscritti e ratificati dalla maggioranza dei lavoratori interessati o dai loro rappresentanti eletti, deve contestualmente estendersi alle dichiarazioni di sciopero proprio per garantire la piena coerenza delle regole democratiche. Il diritto di sciopero, come recita la Costituzione, si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano. Lo si può quindi equiparare al diritto di voto che spetta ai cittadini ed è un cardine fondamentale della democrazia liberale e, in quanto diritto sì individuale ma esercitato collettivamente, risponde a regole e procedure stabilite.
Nello stesso tempo occorre disporre di nuovi strumenti partecipativi e di responsabilizzazione dei lavoratori alla gestione delle imprese per rafforzare il concetto di diritto a collaborare espresso dall’articolo 46 della Carta.
In questo modo verrebbe a realizzarsi un nuovo modello sindacale di forte rilevanza istituzionale che, salvaguardando la libertà di organizzazione e del pluralismo, adotterebbe regole chiare attribuendo agli interessati il potere ultimo di decidere, sia in ordine alle iniziative di sciopero che per l’efficacia generale dei contratti di lavoro che entrerebbero così a pieno titolo tra le fonti di produzione delle norme giuridiche. Naturalmente i contenuti rivendicativi sono parte integrante del progetto che darebbe vita ad una effettiva unità d’azione aprendo la via alla costituzione di un grande sindacato unitario di stampo riformista, libero da ogni condizionamento che, accanto alla tradizionale e insopprimibile dimensione conflittuale, esercita un ruolo partecipativo e di responsabilità. Una strategia complessiva per una politica sindacale riformista dovrebbe essere condivisa anche dalla maggioranza congressuale della CGIL. Per di più molte intese innovative considerate impraticabili in alcuni settori sono state ampiamente condivise in altre realtà da tutte le organizzazioni. Non dimentichiamoci che agli inizi del secolo scorso erano le Camere del Lavoro a gestire il collocamento della forza lavoro e che straordinaria in quel tempo fu la funzione delle Società di Mutuo Soccorso. E’ possibile che di fronte alla nascita di una grande organizzazione certamente maggioritaria raccolta intorno alla CGIL, alla CISL e alla UIL si assista alla contestuale formazione di un sindacato che veda nella conflittualità permanente di natura antagonista la propria ragion d’essere. Ma è una sfida da accettare per dare ai lavoratori italiani un sindacato moderno.
Walter Galbusera, segretario della UIL di Milano e Lombardia

























