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Home - Approfondimenti - Analisi - Tutele e livelli retributivi

Tutele e livelli retributivi

13 Maggio 2009
in Analisi

di Marco Marazza – Professore Ordinario di Diritto del Lavoro

La presentazione del Libro Bianco di Maurizio Sacconi è stata accompagnata da dichiarazioni di condivisibile prudenza (“in tempi di crisi le riforme degli ammortizzatori sociali e dell’articolo 18 non sono all’ordine del giorno”) e da un’interessante presa di posizione “sociale” (“il Libro Bianco sul Welfare e’ stato scritto guardando ai valori del popolo, non a quelli di certe borghesie d’elite … che potranno pure criticarcelo e non ce ne frega niente ”) che non può essere liquidata solo come un gioco di anticipo del Ministro nella dialettica con la comunità di intellettuali a vario titolo interessati alla materia.
Guardando il merito della proposta riformatrice la sua anima popolare traspare eccome. Questo il ragionamento che si può ricostruire dalla lettura del documento. Nella società dell’informazione e delle conoscenza emergono nuovi lavori e nuove professioni che non sono riconducibili al tradizionale modello di lavoro subordinato costruito più di trenta anni fa sulla figura dell’operaio della fabbrica fordista. Il mercato del lavoro ancora stenta a decollare anche a causa di “un corpo normativo sovrabbondante e ostile che …. intralcia inutilmente il dinamismo dei processi produttivi e l’innovazione dell’organizzazione del lavoro”. Tutti i lavoratori hanno diritto ad un ambiente di lavoro sicuro, ad un equo compenso ed all’apprendimento continuo. La distribuzione di ulteriori tutele, secondo lo schema dello statuto dei lavori, deve avvenire in modo direttamente proporzionale “all’anzianità di servizio” ed al “reale grado di dipendenza economica del lavoratore”.

Il modello proposto prevede, in altri termini, un’unica tipologia contrattuale cui corrisponde uno statuto protettivo base (comprensivo per ora dell’art. 18) ed un nucleo di ulteriori tutele variabile e differenziato (periodo di prova, limiti all’apposizione del termine al contratto di lavoro, vincoli di orario, limiti alla modificabilità delle mansioni, tutela della malattia, ecc…). Variabile perché le garanzie del lavoratore sono destinate a crescere man mano che il contratto di lavoro si protrae nel tempo. Differenziato perché il livello di queste ulteriori tutele è anche condizionato dalla quantificazione del corrispettivo riconosciuto al lavoratore. Giacchè è solo quello il parametro oggettivamente utilizzabile per misurare la minore o maggiore forza contrattuale del lavoratore e, quindi, anche il suo grado di dipendenza economica (che il libro bianco propone inequivocabilmente di prendere in considerazione).


La potenzialità innovativa del modello è evidente perché non può sfuggire che oggi il dirigente di azienda con uno stipendio lordo di oltre centomila euro annui beneficia di un sistema protettivo più significativo di quello che la legge assegna all’operatore di call center ingaggiato con un contratto di collaborazione a progetto da ottomila euro annui. Ma in concreto la sua reale capacità innovativa e natura popolare dipenderà dal posizionamento dell’asticella che dovrà demarcare i diversi gradi di dipendenza economica del lavoratore (e, di conseguenza, anche i diversi livelli di protezione).


Diamo pure per scontato che sotto i dodicimila euro ci troviamo in una situazione di conclamata dipendenza economica e che sopra i sessantamila (più o meno la soglia di ingresso di retribuzione del dirigente) il trattamento economico può giustificare un alleggerimento dell’assetto normativo del contratto di lavoro. Rimane comunque il lavoro più difficile. Valutare il grado di dipendenza economica del lavoratore con uno stipendio superiore a trentacinquemilaeuro.


A chi scrive sembrerebbe ragionevole individuare più scaglioni di dipendenza economica (ad esempio quattro) riconoscendo maggiore spazio alla libertà di contrattazione individuale tra lavoratore e impresa al diminuire del grado di debolezza del primo. Incentivando così le imprese, di conseguenza, ad offrire salari più consistenti.


In molti sarebbero pronti a seguire il Ministro Sacconi. In primo luogo coloro che vivono ai margini del mercato del lavoro a causa di un gap di professionalità e coloro che, pur lavorando da tempo, condividono una visione solidaristica ed inclusiva della società. Ma poi anche tutti quelli che si rendono conto, anche sulla propria pelle, di quanto siano inadeguate per la società post industriale le tutele costruite trent’anni fa per operai e manovali. La borghesia dei nuovi lavori, prevalentemente immateriali, ormai disincantata dal mito del posto fisso ed il cui interesse primario è quello di poter esprimere le proprie capacità intellettuali a fronte di retribuzioni più alte.


C’è un dato che più di altri colpisce. Nel 1998 la popolazione dei lavoratori attivi era composta per il 49% da soggetti con diploma di scuola media e per 7,2% da lavoratori laureati. A distanza di dieci anni i primi sono scesi al 25,4% ed i secondi sono saliti al 22,4%. Si può seriamente pensare che a questo stravolgimento della struttura sociale del paese non corrisponda una sostanziale modifica delle aspettative professionali? Si può seriamente pensare che un giovane laureato che entra in azienda abbia gli stessi bisogni di tutela dell’operaio della catena di montaggio? Si può seriamente pensare che quel giovane non sia disponibile a scambiare una pezzettino del vecchio statuto protettivo con una maggiore retribuzione?

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