Aar0n Rupar, un commentatore antitrumpiano su Internet, ha scritto: “Stanotte è tornata la speranza per il futuro di questo paese, per il futuro che i miei figli erediteranno, quando cresceranno, in un modo che sembrava impossibile solo due anni fa. Mi fa star bene”. E, nelle pieghe della elezione di portata storica dell’altra notte, non perdete due novità nascoste, ma ugualmente storiche. Il nuovo governatore della Georgia, lo Stato di “Via col vento”, è, per la prima volta, una donna. Nera. E il nuovo governatore del New Mexico, nel cuore della frontiera dei film western, è ugualmente una donna. Una pellerossa, tribù Pueblo. “L’America è tornata” ha scritto il premio Nobel Paul Krugman.
“Not so fast”, non così in fretta, come diceva un celebre commentatore di football. La clamorosa sconfitta di Donald Trump – che ha fatto il possibile per intestarsela, ripetendo che sulla scheda c’era lui – segnala, forse, che il picco dell’esperienza populista trumpiana è passato. Ma la vittoria – in pieno tempo di recupero, si direbbe allo stadio – dell’America di Krugman non può far dimenticare la fragilità di istituzioni democratiche che hanno consentito la deriva autoritaria di questi due anni e che non escludono una sua ripresa. Ci si può domandare cosa sarebbe successo, se Trump, nella sua egolatria, non le avesse sbagliate tutte, smantellando, pezzo pezzo, la coalizione che lo aveva portato alla Casa Bianca, nel 2024.
I dazi a penalizzare le esportazioni di soia, granturco, carne degli agricoltori del Midwest (vedi la sconfitta in Iowa). La caccia all’immigrato dell’Ice a terrorizzare i latinos appena avvicinatisi ai repubblicani (vedi il Texas). Il taglio delle tasse ai ricchi, mentre l’inflazione erode il potere d’acquisto di tutti gli altri. La guerra voluta con l’Iran e la corsa del diesel. Il razzismo esibito contro i neri e lo sforzo di rilanciare la discriminazione. La trasparente, sfacciata corsa ad arricchire se stesso e la sua famiglia, mentre le classi medie faticano ad arrivare a fine mese. Cosa sarebbe successo con un leader populista appena più abile e meno ottusamente egomaniaco?
La reazione popolare, alla fine, nelle urne c’è comunque stata ed è questo il risultato più prezioso di queste elezioni di midterm, al di là di quanto può accadere nei prossimi mesi, con un presidente ferito e una minoranza repubblicana al Congresso, imbottita di supertrumpiani. Ma il tentativo che la destra europea ha subito messo in campo, per ridimensionare lo spauracchio Trump (avete visto, niente fascismo, democrazia e non autoritarismo, possiamo di nuovo far affidamento sull’amico americano, altro che Occidente alternativo con l’Inghilterra di Burnham e il Canada di Mark Carney, tutto come prima) ha il fiato cortissimo. Anche l’America del dopo Trump non potrà prescindere dall’eredità di Trump. In una versione o nell’altra, i dazi imposti dal presidente non spariranno nel 2028: la svolta protezionistica a livello globale (letale una economia campione di esportazioni come quella europea) è destinata a restare, perché la globalizzazione ha perso slancio. Analogamente, anche con una Casa Bianca meno avventurista, l’ombrello americano non tornerà a dispiegarsi sull’Europa: il ritiro militare Usa continuerà, la Nato non sarà più la squadra compatta di una volta.
L’Europa deve prepararsi, essere capace di fare da sola. L’America sarà anche tornata. La fiducia no.


























