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Home - Approfondimenti - Analisi - “Per la fase 2 stop ai codici Ateco, contrattiamo l’organizzazione del lavoro azienda per azienda”

“Per la fase 2 stop ai codici Ateco, contrattiamo l’organizzazione del lavoro azienda per azienda”

di Luigi Giove
14 Aprile 2020
in Analisi

È sempre più attuale il dibattito sulla cosiddetta “fase 2” dell’emergenza Covid-19. Una riflessione concreta sul che fare al termine del lockdown appare opportuna, anche se è necessario avere certezza della definizione di un quadro di carattere nazionale.

È infatti risultato evidente che, sin qui, un approccio differenziato e a volte persino incoerente tra territori, abbia reso difficile l’efficacia delle azioni di contrasto alla diffusione del virus. Inoltre, l’interconnessione dei sistemi produttivi, delle filiere, dei distretti e dei servizi pubblici e privati ad essi collegati, rende impraticabile percorsi non coordinati a livello nazionale.

Pur in presenza della conferma di misure fortemente restrittive per ancora alcune settimane, è necessario fin da ora cominciare a ragionare su come riavviare in sicurezza le attività produttive e di servizio. In tal senso, è necessario anche un cambio di linguaggio: appare infatti inopportuno parlare di “ripresa produttiva”, perché se di ripresa vera e propria si potrà parlare, questa sarà all’ordine del giorno solo tra diversi mesi e a emergenza conclusa.

È chiaro a tutti che la “convivenza” con una situazione straordinaria e con la presenza stessa del virus Covid-19 sarà lunga, pertanto è necessario affrontare rapidamente il come si gestisce una fase altrettanto lunga di transizione.

In definitiva, bisogna approfondire cosa implica il superamento dell’attuale prima fase, ovvero il lockdown, nella quale si è determinato un fermo produttivo che esclude solo le produzioni e i servizi essenziali. Occorre quindi ragionare su come gestire una transitoria, ma non breve, fase di convivenza con la pandemia. Fase nella quale rimane prioritario l’obiettivo di contrastare la diffusione del virus, pur passando a un modello differente rispetto a quello della prima fase, e che deve comunque essere molto attento alla salute e alla sicurezza sui luoghi di lavoro. Infine, si potrà ragionare su una effettiva ripresa solo quando si potrà essere certi di avere superato la pandemia, ovvero in presenza di un vaccino.

 

Transizione/convivenza:

Pare abbastanza scontato che nella fase di transizione/convivenza con il fenomeno epidemiologico, anche a fronte di eventuali alleggerimenti delle norme restrittive sin qui adottate, alcune importanti limitazioni saranno certamente mantenute.

In particolare, le norme di distanziamento tra le persone si protrarranno sicuramente per tutta la fase di transizione, così come le limitazioni agli spostamenti e alla mobilità saranno solo gradualmente, ma non del tutto, attenuate. Ciò implica la necessità di declinare anche nei luoghi di lavoro condizioni coerenti. In ogni caso, è indispensabile che al più presto si superi la logica che ha ridotto le attività consentite alle sole filiere essenziali attraverso lo strumento inefficace dei codici Ateco. È totalmente inadeguato il modello adottato, centralizzato presso le Prefetture, che sta determinando una situazione fuori controllo fatta di deroghe, silenzio assenso e che agevola le imprese che agiscono in modo spregiudicato.

Nella “fase 2” bisogna affermare con nettezza che lavora e produce solo chi è in grado di garantire livelli adeguati di sicurezza sul lavoro, di rispetto della salute dei lavoratori e di adozione di sistemi efficaci a contrastare la diffusione del virus.

Serve pertanto ripensare, nel suo complesso, il sistema produttivo e dei servizi ad esso connessi. A partire dalla mobilità delle persone da e per i luoghi di lavoro; dai modelli organizzativi dei singoli luoghi di lavoro; dagli spazi di lavoro; dal layout delle aziende; dagli orari di lavoro; dalla quantità delle produzioni; dalla saturazione degli impianti; da un uso adeguato ed esteso dello smartworking.

È chiaro che riavviare le attività economiche, anche solo gradualmente e anche solo parzialmente, necessita della garanzia di avere sufficienti disponibilità di dispositivi di protezione individuali che siano anche adeguati alla tipologia di lavoro svolto e al tipo di organizzazione del lavoro e quindi al fattore di rischio.

Al fine di garantire un costante flusso di DPI disponibili nei luoghi di lavoro, è sicuramente necessario approntare un piano di riconversione produttiva di aziende che siano in grado di assicurare le forniture al mercato interno regionale e nazionale.

La Regione Emilia-Romagna si è caratterizzata in questi anni per la capacità di sviluppare un sistema di relazioni tra corpi intermedi ed istituzioni che è stata in grado di affrontare più volte situazioni emergenziali ed è stata ancor più spesso capace di produrre risposte di qualità e di prospettiva per il lavoro e per le imprese. Per questa ragione il luogo in cui è più utile avviare un confronto sul come si affronta una fase di transizione/convivenza con il virus è il Tavolo del Patto per il Lavoro, in tale ambito infatti hanno modo di confrontarsi tutti gli attori economici, sociali ed istituzionali che avranno il compito di governare questa fase.

Il Tavolo regionale ha il compito di operare in termini di regia e indirizzo generale, ma la grande articolazione e le diverse vocazioni economiche e produttive del sistema Emilia-Romagna impongono l’istituzione di Tavoli provinciali per la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro in costanza del fenomeno epidemiologico Covid 19. I Tavoli dovranno prevedere il coordinamento da parte delle Istituzioni territoriali a partire dai Comuni capoluogo, e la presenza di Organizzazioni sindacali, Associazioni datoriali, ASL, Ispettorato del Lavoro, DTL, servizi di prevenzione e protezione sul lavoro, Inail.

Questi Tavoli dovranno avere il compito di definire linee guida su salute e sicurezza nei luoghi di lavoro che dovranno poi essere approfondite e quindi declinate e differenziate per filiere produttive e per classi dimensionali di impresa. A valle delle linee guida si potranno, previo confronto con Organizzazioni sindacali, RSU e RLS, definire accordi aziendali che meglio potranno rispondere al livello di singola unità produttiva. Per le piccole imprese e per le imprese artigiane il confronto potrà avvenire con le Organizzazioni sindacali territoriali e gli RLST, arrivando anche alla definizione di Accordi di Bacino. Questa contrattazione dovrà prestare attenzione ai siti produttivi complessi, nei quali sono presenti varie aziende, anche attraverso Accordi di sito. Una base di partenza c’è già e si tratta del Protocollo sottoscritto tra Governo e Parti sociali il 14 marzo 2020. Abbiamo già, inoltre, alcune significative esperienze contrattuali che possono essere un valido riferimento.

In parole povere la “fase 2” implica una capillare azione contrattuale, apre al sindacato una strada impensabile fini a solo poche settimane fa: contrattare l’organizzazione del lavoro azienda per azienda. Si tratta al tempo stesso di una grande responsabilità, di una grande opportunità, di una sfida.

Una impostazione di questo tipo, che implica un forte senso di responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti, necessita di una adeguato sistema di controlli efficaci. In tal senso sarà necessario: definire una responsabilità unica rispetto al sistema dei controlli; riconoscere ad ogni singolo componente del Tavolo territoriale la possibilità di effettuare segnalazioni, di irregolarità o non conformità; garantire che a ogni segnalazione corrisponda una risposta motivata qualunque sia l’esito della stessa. Infine, bisognerà che l’attività di verifica e controllo sia adeguatamente supportata in termini di risorse umane disponibili e di competenze. A tal riguardo potrebbe essere utile l’istituzione di gruppi interforze a livello provinciale che siano di supporto operativo all’attività dell’Autorità deputata ai controlli. Credo infatti che sia più utile, per contrastare la diffusione del virus, verificare cosa accade nei luoghi di lavoro piuttosto che impiegare le forze dell’ordine in posti di blocco e nella compilazione di autocertificazioni.

Da ultimo, una fase di transizione come sopra descritta implica necessariamente la presenza di strumenti generali di accompagnamento:

– la formazione è indispensabile affinché ci sia profonda conoscenza e consapevolezza di come affrontare il lavoro in una condizione di convivenza con il virus;

 – gli ammortizzatori sociali dovranno necessariamente accompagnare tutta la fase di transizione in quanto sono indispensabili a riadattare i modelli organizzativi di impresa;

 – i congedi parentali, stante il protrarsi della chiusura delle scuole, sono indispensabili a garantire una effettiva conciliazione delle esigenze familiari delle lavoratrici e dei lavoratori;

 -il blocco dei licenziamenti è uno strumento che serve a evitare un riposizionamento verso il basso dei livelli occupazionali che produrrebbe tassi di disoccupazione e livelli di scopertura insostenibili su piano sociale.

È quindi arrivato il momento (saremmo già in ritardo a dire il vero) di fare questa discussione. Ripeto, discussione che dovrà avvenire nel quadro di una impostazione nazionale, anche perché sarà difficile passare ad una fase di responsabilizzazione di cittadini, imprese, lavoratori, se non si abbandona al più presto un approccio “poliziesco” e repressivo.

 

Luigi Giove, segretario generale CGIL Emilia-Romagna

Luigi Giove

Luigi Giove

Segretario generale CGIL Emilia-Romagna

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