Con lo sciopero di 8 ore per ognuno dei tre turni di lavoro indetto unitariamente da Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil, i tre maggiori sindacati dei metalmeccanici, e avviatosi a partire dalle 7:00 di stamattina, si conclude oggi la settimana di passione siderurgica iniziata lunedì 4 novembre con l’annuncio, dato da ArcelorMittal, di voler recedere dal contratto finalizzato all’acquisto dell’Ilva. Per l’esattezza, lo sciopero di 24 ore è in corso a Taranto, Novi Ligure (Alessandria) e negli altri siti dell’ex-Ilva, mentre a Cornigliano (Genova) i lavoratori hanno dato vita, stamattina, a un’assemblea unitaria.
Una settimana, o meglio cinque giorni, in cui l’intero sistema politico e i mezzi di informazione sono stati costretti a porre al centro del dibattito, e dello scontro, una di quelle questioni industriali che vengono spesso e volentieri relegate, per così dire, a fondo pagina. Perché per tutti, dirigenti politici e grandi commentatori, è facile stracciarsi le vesti parlando di pericoli per l’occupazione e rischi ambientali. Più difficile, è soprattutto più faticoso, misurarsi con questioni specificamente industriali e con i mille risvolti produttivi, tecnologici, economici e giuridici che tali questioni portano con sé.
La prossima puntata della vicenda Ilva è attesa per lunedì 11, giorno in cui vi sarà, forse, un nuovo incontro fra il Governo italiano e i vertici di ArcelorMittal. Nel frattempo, possiamo cogliere l’occasione di questa pausa relativa per tentare di fare un po’ di chiarezza su alcuni aspetti variamente tecnici di questa vicenda.
Qui sopra abbiamo usato l’espressione “finalizzato all’acquisto dell’Ilva” e non quella “di acquisto dell’Ilva” per via di un aspetto giuridico, tutt’altro che secondario, del contratto sottoscritto dai Commissari straordinari del Gruppo Ilva con ArcelorMittal il 28 giugno 2017. Infatti, in base a una delle modalità previste dal nostro Codice Civile, quel contratto prevedeva il cosiddetto affitto di rami d’azienda. Affitto finalizzato, peraltro, al loro acquisto. Un acquisto da perfezionarsi, però, in tempi successivi.
Ciò significa che il 1° novembre 2018, ovvero quando – successivamente all’accordo sindacale raggiunto da Ilva, ArcelorMittal e sindacati il 6 settembre 2018 – il contratto del giugno 2017 è diventato “efficace”, come si dice in termini giuridici, la stessa ArcelorMittal non è diventata proprietaria né dell’intera ex-Ilva, né di una sua ampia parte. È diventata affittuaria di un’ampia parte dei suoi “complessi aziendali”.
É importante sottinearlo perché ciò spiega due cose.
In primo luogo, spiega che l’Ilva in Amministrazione straordinaria esiste ancora, con tanto di Commissari e dipendenti. Il che, peraltro, ci aiuta a comprendere perché il contenzioso processuale relativo al cosiddetto Altoforno 2 (Afo 2, nel gergo aziendale), nonostante che sia di vitale interesse per ArcelorMittal, veda come protagonista opposto al Tribunale di Taranto l’Amministrazione straordinaria e non AM InvestCo Italy, ovvero la società costituita ad hoc da ArcelorMittal per partecipare alla gara di acquisto dell’Ilva. Infatti, a tutt’oggi, il proprietario dell’Altoforno 2 di Taranto, come di tutti i suddetti “complessi aziendali” dell’Ilva, è l’Amministrazione straordinaria. Ed è dunque a tale Amministrazione che spetta farsi carico delle condizioni di sicurezza di questa come di altre strutture produttive dell’acciaieria tarantina.
In secondo luogo, sapere che ArcelorMittal é stata fin qui affittuaria e non proprietaria dei “complessi aziendali” dell’Ilva ci aiuta a capire quale sia l’attuale collocazione contrattuale dei lavoratori. Circa 8.500 sono stati assunti da AM InvestCo Italy a tempo determinato ( di questi, peraltro, circa 1.300 sono attualmente in Cassa integrazione). Ciò, ovviamente, con l’intesa che, una volta perfezionato l’acquisto, e cioè entro il 2021, saranno assunti a tempo indeterminato. Gli altri, circa 2.000, sono invece ancora dipendenti di Ilva in Amministrazione straordinaria. Anche qui con l’intesa che quelli che entro il 2023 risultassero ancora a carico dell’Amministrazione straordinaria, saranno poi riassorbiti da ArcelorMittal.
Inutile dire che, qualora l’annunciato abbandono dell’Ilva da parte di ArcelorMittal dovesse tradursi in realtà, tutti gli oltre 10.000 lavoratori diretti coinvolti in questa vicenda dovrebbero tornare in carico all’Amministrazione straordinaria. Il che per molti, nel migliore dei casi, significherebbe finire in Cassa integrazione.
@Fernando_Liuzzi



























