Centoventi anni di vita, quelli che la Cgil ha compiuto in questi giorni, festeggiandoli a Milano alla presenza di Sergio Mattarella, non sono pochi per un sindacato. Significa una continuità di rapporti con la propria base, una capacità di rappresentanza a tutti i livelli. Se l’istituzione sindacato in Europa, e nel mondo, non se la passa molto bene, come ha testimoniato il sociologo Yelle Visser in una storica analisi compiuta per conto dell’Ilo, per il sindacato italiano non è così. La Cgil, e le altre confederazioni, mantengono negli anni la propria solida base di iscritti. 5,5 milioni di tessere per la Cgil, più di 4 per la Cisl, circa 2 per la Uil. Sono cifre autoprodotte, è vero, ma appena saranno pronti i nuovi sistemi di calcolo della rappresentanza sarà possibile avere dati certi, che comunque è difficile che si discostino da quelli indicati, di tutto rispetto.
Certo, non è tutt’oro quello che luccica, perché se nell’industria e nei maggiori servizi i rapporti e il legame con i lavoratori sono solidi, non è ovunque così. Esistono zone dove il rapporto con i lavoratori difetta, ma hanno una ampiezza per lo più limitata ad alcune specifiche realtà.
Intanto, proprio in queste settimane, le confederazioni stanno per ottenere il risultato più importante, come sarà certamente l’accordo che Cgil, Cisl e Uil stanno negoziando con Confindustria, Confcommercio e altre dodici grandi associazioni datoriali. Un risultato di rilievo, al quale, va detto, ha dato un contributo importante l’azione della Cgil. Sia chiaro, la Cisl da sempre si batte, in tutti i luoghi e in tutte le circostanze, per una nuova alleanza tra capitale, lavoro e politica che rafforzi i lavoratori; ma, si era detto, l’ostacolo era sempre il tentennamento, il sottrarsi, della Cgil. Invece, in questa nuova fase di confronto ha spiccato proprio la volontà di parteciparvi della Cgil, che ha trovato un alleato nella Confindustria di Emanuele Orsini.
Maurizio Landini ha cercato testardamente questo confronto e, per ottenerlo, ha dovuto forzare la propria indole, quella della propensione alla contrapposizione con il governo, anzi con i governi che ha avuto davanti, con le controparti datoriali, con gli altri sindacati. Non è mai stato un signor no, Landini, uno che dice no sempre e per principio, ma la radicalità delle sue posizioni lo ha spesso portato a collidere con gli interlocutori.
Stavolta invece è andata diversamente, e infatti ha colto, o sta cogliendo, un risultato importante su ogni fronte, compreso quello dell’unità tra i sindacati. Un risultato che andrà valutato con attenzione, quando sarà realizzato, si spera a fine ottobre: ma il solo fatto che le tre confederazioni sindacali abbiano saputo esprimere a giugno un documento unitario sui temi della contrattazione e della rappresentanza, già questo segna un punto a favore. Tanto più che anche le 14 associazioni datoriali hanno trovato tra loro un accordo sui medesimi temi.
Landini può dunque a ragione essere orgoglioso di questa battaglia di civiltà. Ma per delineare la figura del segretario generale e l’azione della confederazione, è necessario valutare anche le iniziative più politiche che l’hanno caratterizzata. Non mi riferisco agli scioperi generali che la Cgil ha sempre fatto, a volte da sola, altre assieme alla Uil, contro diversi governi sulle politiche economiche: Landini ha sempre dichiarato che si è trattato di scelte obbligate, perché le decisioni dei governi erano talmente in rotta di collisione con la difesa degli interessi dei lavoratori che non era possibile agire diversamente. Mi riferisco piuttosto all’azione che la Cgil ha portato avanti nel 2025, con i cinque referendum sui temi del lavoro e dell’accoglienza, e questa primavera con la battaglia contro la riforma costituzionale sulla giustizia voluta dal governo di Giorgia Meloni.
Non è un caso se in queste due battaglie la Cgil si sia trovata sola, con Cisl e Uil magari non indifferenti, ma certamente non impegnate. Nella cultura della Cgil è sempre stata forte la volontà di andare al di là delle rivendicazioni contrattuali, approdando a un terreno più propriamente politico. Per due motivi: intanto, perché un risultato contrattuale, anche di rilievo, su salario e organizzazione del lavoro, può essere svuotato di contenuto da una manovra economica e dalle politiche governative. E poi perché scelte cruciali di civiltà e democrazia, ne è convinto Landini, non possono vedere il sindacato disinteressato e assente.
L’iniziativa del 2025 con i cinque referendum su lavoro e immigrazione ha trovato molti detrattori perché, come era ampiamente prevedibile, il quorum non è stato raggiunto e l’operazione è stata bollata come inutile e colpevolmente onerosa. In realtà, questi giudizi non rendono giustizia alla Cgil, perché il risultato c’è stato e anche di qualità. La confederazione, che conta cinque milioni di iscritti, ha saputo intercettare ben quindici milioni di sì ai quesiti proposti, e, tra questi, una grandissima quantità di giovani, notoriamente non troppo vicini all’azione del sindacato.
Poi è arrivato il referendum costituzionale sulla giustizia. In questo caso non era necessario il quorum, contavano solo i voti dei cittadini, che si sono espressi contro l’ipotesi di riforma voluta dal governo e a favore della critica sostenuta, tra le varie organizzazioni mobilitate, anche dalla Cgil, che esprimeva addirittura il vicepresidente del Comitato della società civile per il No: un impegno, dunque, diretto e fortissimo. Anche in questo caso circa 15 milioni di cittadini hanno votato No, e la riforma è stata respinta. Due battaglie che è difficile pensare separate, unite come sono dall’uguale numero di votanti e dal ritorno alle urne di elettori scettici o delusi. Un risultato politico di qualità, quindi, che Landini ha subito evidenziato affermando che, nell’immediato futuro, la spinta della Cgil sarà quella di cercare di riportare i cittadini al voto. E per far questo la confederazione ha deciso di dirottare parte delle risorse umane e finanziarie dalle strutture di categoria a quelle territoriali: non perché le battaglie contrattuali non siano importanti, ma perché è lì, sul territorio, che si combatteranno partite forse decisive per la democrazia.
Landini ormai si prepara a lasciare la Cgil, avendo quasi terminato i suoi otto anni di mandato. Per allontanare qualsiasi speculazione sul proprio futuro, ha voluto che il congresso, dove si attuerà il cambio della leadership, si tenga l’anno prossimo, ma solo dopo le elezioni politiche, quando che saranno. Come a dire, sono e resto un sindacalista, non un politico.
Massimo Mascini

























