La storia conosce l’ironia: Giorgia Meloni corre verso le prossime elezioni, rischiando l’effetto Biden. L’ex presidente americano portò gli Usa alle urne, nel 2024, con una economia rombante e l’inflazione domata, ma gli elettori non la vivevano così, ancora scottati dalla crisi post Covid, e bocciarono i democratici. Nel suo piccolo, la Meloni sta su un percorso simile: i numeri – almeno alcuni, anche inaspettatamente – sono dalla sua parte, ma le sensazioni no. In realtà, detta così, è una semplificazione brutale: su senso e direzione dei numeri c’è da fare una cascata di precisazioni e distinguo, che ne svuotano la portata, mentre le sensazioni, più che dai sondaggi, sono per ora raccontate dai comportamenti che suggerisce l’economia come la gente la percepisce ogni giorno. Però, le semplificazioni brutali sono esattamente quelle che fanno gli elettori e che decidono il voto.
I numeri che piacciono alla Meloni sono quelli che gli economisti definiscono fondamentali, la base su cui si sviluppa ogni economia. Ci sono 291 mila occupati in più, rispetto ad un anno fa; il Pil sta crescendo più in fretta di quanto si sperasse, allo 0,8 per cento annuale e forse si arriverà all’1 per cento; il deficit pubblico viaggia al 2 per cento, con buone probabilità si restare, quest’anno, sotto il 3 per cento, consentendo all’Italia, nel 2027, di uscire dalle sanzioni Ue, conquistando margini di manovra sul bilancio, anche se troppo tardi per la campagna elettorale. Insomma, economia in marcia e conti in ordine, come insisterà a raccontarci la propaganda di governo nelle prossime settimane.
La realtà, però, è meno rosea di come la dipinge il governo, anche sui fondamentali. A spingere il Pil, infatti, è ancora quasi esclusivamente la spesa del Pnrr, cioè i fondi europei che si esauriscono fra poche settimane. A rimpolpare l’occupazione sono gli anziani: trovano lavoro gli ultracinquantacinquenni, la disoccupazione giovanile sta oltre il 20 per cento. Quanto al deficit, i conti hanno tenuto grazie ad un costo basso del debito e all’idrovora del fiscal drag, che succhia più tasse, perché i redditi imponibili crescono grazie all’inflazione, anche se gli stipendi reali sono rimasti uguali.
Soprattutto, i dati si fermano a giugno, prima, cioè, che la crisi di Hormuz facesse sentire tutti i suoi effetti alla pompa di benzina e prima che l’inflazione spingesse verso l’alto i tassi e il costo del debito pubblico, rovinando l’immagine benigna dello spread.
Eppure, già in quella primavera apparentemente benevola, i dati che raccontano l’economia che la gente vive ogni giorno sulla propria pelle suonavano l’allarme. Pil e debito pubblico sono realtà astratte, quasi sempre ignorate. Gli elettori non si accorgono se il Pil cresce dell’1 per cento. Mentre si accorgono se, come è successo fra aprile e giugno scorsi, il potere d’acquisto delle famiglie scende dello 0,9 per cento. Il reddito disponibile è salito dello 0,4 per cento, ma, nonostante i soldi in tasca fossero rimasti quasi gli stessi, i consumi sono cresciuti dell’1,7 per cento. E come hanno fatto le famiglie a colmare questa differenza fra reddito e consumi? Ce lo racconta un’altra serie di dati: i risparmi delle famiglie sono cresciuti del 6,7 per cento, esattamente 1,2 punti in meno del trimestre precedente, praticamente il buco che c’è fra reddito disponibile e consumi. Insomma, per tirare avanti la gente è andata a pescare nel conto in banca. Mentre la pressione fiscale saliva di un altro mezzo punto, toccando un nuovo record.
Tartassati, costretti a stringere la cinghia, a decidere fra risparmi e consumi, gli elettori difficilmente potranno essere convinti ad alzare la testa e a guardare alle statistiche sul Pil e il disavanzo pubblico. In più, il secondo trimestre, probabilmente, non ci racconta ancora questo 2026.
La crisi di Hormuz è andata aggravandosi con l’estate, mentre scattava l’allarme in tutto il mondo sui mercati dei titoli di Stato, facendo salire il costo del debito pubblico e restringendo ulteriormente i margini di manovra della politica economica.
L’economia reale, insomma, potrebbe avvicinarsi all’economia percepita più di quanto possa piacere alla maggioranza di governo. Comunque, il caso Biden dimostra come sia l’economia percepita a decidere le elezioni. Tuttavia, c’è qualcosa di più sul cammino della destra. Se non bastassero i dati su redditi, consumi e inflazione a indicare quale sarà il terreno di confronto delle prossime elezioni, infatti, ci sono le immagini delle manifestazioni in Francia e in Spagna a indicare quale sarà il terreno di confronto nei prossimi mesi. La casa, la scuola, la sanità. Cosa può dire in materia il generale Vannacci? Negli anni scorsi, l’avanzata della destra è avvenuta, in tutta Europa, facendo leva sui temi della sicurezza e dell’immigrazione. Impegnarsi, invece, sui temi di politica sociale non rientra nel suo Dna: mancano risposte preconfezionate. Per Meloni e soci, una sfida complicata.
Maurizio Ricci
























