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Home - Approfondimenti - Interviste - Bentivogli: non lasceremo soli i lavoratori, ma l’azienda abbandoni l’antagonismo

Bentivogli: non lasceremo soli i lavoratori, ma l’azienda abbandoni l’antagonismo

di Fabiana Palombo
10 Ottobre 2014
in Interviste

Da ieri è iniziato il conto alla rovescia: 75 giorni per trovare l’accordo. Il segretario nazionale della Fim-Cisl, Marco Bentivogli, crede che per riuscire nell’impresa la Thyssenkrupp debba abbandonare l’atteggiamento antagonistico e aprirsi a un reale confronto con i sindacati. Duro il giudizio sull’ad di Ast, Morselli, e per questo, Bentivogli auspica che, d’ora in avanti, la trattativa si svolga direttamente con l’ad di Thyssenkrupp. 

Bentivogli, perché la trattativa è fallita?

Principalmente perché, se è vero che le distanze fra proposte sindacali e aziendali sono notevoli, è altrettanto vero che non c’è stata, da parte dell’amministrazione Thyssenkrupp, la benché minima volontà di ridurle. In particolare l’atteggiamento di Lucia Morselli, ad di Ast, è stato sin dall’inizio guidato dalla ricerca di uno ‘scontro senza mediazioni’. A dirla tutta, non credo che il modo di comportarsi della Morselli abbia precedenti nella storia delle vertenze industriali del paese. Il problema è che i tedeschi non hanno capito che con questo antagonismo verso i sindacati non si rischia di far male non solo ai lavoratori ma anche all’impresa.

E i sindacati che atteggiamento hanno adottato?

Un atteggiamento non antagonista ma propositivo, e unitario anche. La nostra è stata ed è una proposta di mediazione, sulla quale vorremmo poter discutere.

Quali i nodi sui quali vorreste discutere?

Diversi. Innanzitutto riteniamo inaccettabile tagliare radicalmente il salario di secondo livello, e, per questo, chiediamo che venga mantenuta una parte di salario fissa e una variabile che sia realmente raggiungibile attraverso il progressivo recupero di efficienza dello stabilimento. Chiediamo inoltre di mantenere in funzione due forni elettrici, per poter arrivare a superare la produzione di un milione di tonnellate di acciaio spedito, non solo colato. Chiediamo poi chiarezza sul tema degli investimenti, tema relegato, nel testo del piano industriale, a un solo breve passaggio. Vogliamo anche che vengano mantenute le maggiorazioni attuali sugli straordinari, così come la quota fissa domenicale e che vengano stabilizzati i lavoratori atipici. Infine rifiutiamo una clausola finale che prevede un automatismo di licenziamento per i lavoratori che non accettino l’esodo incentivato.

Ora, quindi, cosa accadrà?

Adesso si aprono 75 giorni di tempo per cercare un accordo, al termine dei quali l’azienda avrà la possibilità di inviare le lettere di licenziamento per gli oltre 550 lavoratori del sito umbro. E, dato che lo stesso premier Renzi ha definito l’Ast come una delle ‘tre vertenze chiave del paese’, ci aspettiamo che sia fatta pressione, nei confronti della multinazionale tedesca, ai massimi livelli. Riteniamo infatti impossibile non giungere a un accordo in una situazione così grave ma, soprattutto, relativa a un settore che gioca un ruolo primario nei confronti dell’economia del paese. Se perdiamo terreno nel settore degli acciai speciali, e nella siderurgia in generale, rischiamo di perdere sovranità economica.

A proposito della strategia da adottare per salvaguardare il settore, cosa ne pensa della proposta di Landini di ‘occupare le fabbriche’?

Dire che bisogna occupare le fabbriche è una proposta utile solo ad andare in televisione, frutto di un sindacato dalle idee poco chiare. La strategia landiniana è contraddittoria rispetto al reale obiettivo del paese, cioè quello di far ripartire la macchina degli investimenti sulle industrie. Con 600 mila posti di lavoro persi e un miliardo di ore di cassa integrazione, penso, bisogna sì occupare le fabbriche, ma di lavoro!

Qual è la sua visione della riforma del lavoro proposta dal governo?

Credo che non risponda direttamente ai nodi sulla competitività del paese. Le regole del mercato del lavoro, che il governo sta riformando, servono a decidere come si assume e come si licenzia. Il ‘come si licenzia’ è noto, dato che, solo nell’industria, abbiamo avuto 600 mila licenziamenti dall’inizio della crisi a oggi. Quindi il punto è come assumere. Ma è difficile dirlo se prima non si crea lavoro e se non si parte dal rilanciare proprio quei settori che, oltre alla ricchezza, producono, appunto, lavoro. In 10 anni abbiamo avuto 5 riforme del lavoro che hanno prodotto occupazione per gli avvocati, ma zero posti di lavoro. E nel frattempo, benché l’Italia rimanga la seconda potenza manifatturiera europea e l’ottava nel mondo, procediamo col perdere posizioni nelle classifiche delle potenze industriali. Per questo chiediamo al governo di concentrarsi su manovre serie, per far ripartire questo paese oramai completamente ingessato.

Tornando quindi alla vertenza, quali sono le vostre previsioni?

Auspichiamo che il gruppo tedesco la smetta di delegare tutti i rapporti all’ad dell’Ast, e che sia Hiesinger, l’ad di Thyssenkrupp in persona, a venire qui per trattare e confrontarsi con noi e con il governo. Un cosa è certa, che un sindacato serio non può lasciare soli i lavoratori a rischio licenziamento. Per questo l’unica soluzione è quella di trovare un accordo che impedisca la logica aziendale di ricaduta dei costi sociali sui lavoratori, e che sia, quindi, un accordo socialmente sostenibile.

F.P.

Tags: ContrattiIndustriaRiforme
Fabiana Palombo

Fabiana Palombo

Ex-redattrice de Il diario del lavoro

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