La fabbrica – potremmo dire parafrasando il titolo di un film di Scorsese – non abita più qui. E a disertare, accusa il sindacato, sono soprattutto i padroni.
Il punto di partenza è la deindustrializzazione dell’Europa. Ormai, non è più una minaccia, ma un processo in atto, qui ed ora. Negli ultimi cinque anni, le fabbriche dell’Unione europea hanno perso 1 milione di posti di lavoro e ancor più ne perderanno in futuro. A dettare questo ritmo, non è soltanto lo storico e inevitabile sviluppo di una economia sempre più di servizi. E’ la concorrenza delle fabbriche cinesi e americane, coniugata con la passività europea.
A suonare la sirena d’allarme è un rapporto commissionato da IndustriALL, l’organismo che raccoglie i sindacati europei dell’industria. Il rapporto esamina la situazione nei 18 settori che compongono lo spettro dell’industria europea: auto e componenti, aerospaziale, metallurgia, acciaio, chimica, vetro, cemento, difesa, petrolio e petrolchimica, farmaceutica, carta, solare, eolico, semiconduttori, telecomunicazioni. Della crisi di alcuni – auto, acciaio – si parla da tempo. Ma la crisi è generale, a 360 gradi. Dei 18 settori esaminati, solo uno è in salute e risulta leader a livello mondiale: l’aerospaziale. Forse, dicono alcuni, per le contemporanee difficoltà dell’americana Boeing o per le esenzioni nelle tariffe di Trump. Ciò che conta, però, è la crisi degli altri 17, scavalcati dalla concorrenza cinese, ma anche da quella americana.
Non è vero che in Europa c’è troppa regolamentazione, indica IndustriALL: in Cina ce n’è di più. E non è vero che non si faccia abbastanza ricerca. La ricerca di base c’è, manca la spinta ad applicarla. Come manca la capacità di impostare una politica del lavoro, che favorisca una formazione professionale di massa, adeguata ai grandi mutamenti in corso. Non è però un problema generico di politica industriale. L’analisi del sindacato europeo punta in due direzioni.
La prima è l’inerzia della leadership Ue. Il richiamo esplicito è ad una politica più protezionista, capace di reagire ai fenomeni di dumping dei concorrenti esteri e di difendersi dalle offensive dei dazi: fra le grandi economie, quella europea è l’unica rimasta ai mercati aperti. Con una resa alla concorrenza di Pechino. Di fatto, mentre in Cina si sforzavano di comprare soprattutto cinese, si è lasciato che, in Europa, si cercasse chi vendeva a meno, il quale, di solito, è anche cinese. Le difficoltà dell’industria europea nel solare, nell’eolico, nei semiconduttori, nelle telecomunicazioni iniziano da qui. Non è una critica inedita: sono in molti a reclamare una politica più interventista da Bruxelles. Ma l’asse dell’analisi promossa da IndustriALL punta altrove. E chiama, implicitamente, sul banco degli accusati, gli imprenditori.
Timidi, innanzitutto. Braccino corto sugli investimenti, quasi sempre di sostituzione, mentre in America si puntava sulla espansione della capacità produttiva. Ancora fra il 2021 e il 2024, negli Usa gli investimenti sono cresciuti più del 15 per cento, il doppio di quanto sia accaduto nella Ue. Il grosso è stato in intangibili, dai software all’intelligenza artificiale, i settori in cui l’Europa è rimasta indietro. Ma anche nel più tradizionale comparto dei “tangibili” – attrezzature, macchinari, intermedi – la domanda delle imprese è stata più fiacca.
Per mancanza di soldi? Niente affatto. L’unica cosa che in Europa non manca è proprio il capitale. Il risparmio, al contrario che in America, è pingue ed abbondante. Peccato che vada soprattutto fuori dall’Europa: i dati ufficiali dicono che ci sono quasi 10 mila miliardi di euro investiti dagli europei in giro per il mondo. Ne escono 5-600 miliardi l’anno. La critica che fa IndustriALL, tuttavia, è più mirata e tocca proprio i dirimpettai. Le imprese, dice il rapporto, in Europa guadagnano bene, ma, invece di investire i profitti, li spartiscono. Come? Con i dividendi. L’Europa ha il record dei dividendi distribuiti agli azionisti. Negli ultimi 20 anni, in media, un grasso 3,4 per cento. Che è andato dappertutto, tranne che tornare nelle fabbriche.
Maurizio Ricci


























