Nel 2024 i liberi professionisti in Italia sono 1,378 milioni, pari al 5,8% degli occupati e al 27,1% del lavoro indipendente. È questa la fotografia del X Rapporto sulle libere professioni di Confprofessioni presentato a Roma. L’Italia si conferma tra i paesi europei con la più alta presenza di professionisti, che rappresentano oltre un quinto degli indipendenti nell’Unione europea.
Il rapporto si sviluppa su quattro direttrici rappresentate da quattro D: demografia, dazi, debito e digitale. Anche il mondo delle professioni è toccato dal progressivo invecchiamento della popolazione. Gli over 55 passano dal 28,3% al 37,8% tra gli uomini e dal 13,6% al 22,5% tra le donne.
L’impatto dei dazi statunitensi, poi, si fa sentire maggiormente su alcuni profili professionali, in particolare coloro che lavoro con le imprese più votate all’export. Fatto 100 la media generale di vulnerabilità, i professionisti economico-finanziari arrivano a un indice di vulnerabilità che arriva 201,5, i consulenti del lavoro a 197,5 e gli ingegneri a 193,8. E questo è più mercato per chi lavora al nord. Il divario di genere è anch’esso rilevante, con un indice di 115,6 per gli uomini e 70,1 per le donne. Questo dato se da un lato rappresenta un fattore positivo per le donne, dall’altro può essere imputabile al fatto che le libere professioniste operino maggiormente con la pubblica amministrazione che, tuttavia, garantisce anche compensi molto inferiori. Mentre a livello generazionale i valori più alti si osservano tra i 55-64enni (119,4) e i più bassi tra i professionisti under 34 (56,0).
Il debito ancora molto elevato riduce i margini di manovra per la spesa pubblica a aumenta il rischio di crisi e instabilità finanziaria. Per le libere professioni questo si traduce in una minore possibilità di accesso al credito, ma anche in una sfida perché cresce la richiesta di professionisti esperti in ambito finanziario.
Sul fronte digitale, inoltre, l’intelligenza artificiale è ormai diffusa: il 58,2% dei professionisti la utilizza frequentemente, soprattutto per testi, ricerca normativa e documentazione. Strumenti come ChatGPT, Gemini, Copilot e Perplexity sono i più impiegati. L’atteggiamento oscilla tra entusiasmo e cautela, con richieste di più formazione e regole chiare sul piano etico e professionale.
Dopo la pandemia il comparto ha ripreso a crescere: +0,8% tra il 2022 e il 2023 e +1,3% tra il 2023 e il 2024. Tuttavia i livelli restano ancora inferiori ai livelli pre covid, con un saldo negativo del 3,4% rispetto al 2019. Se guardiamo agli ultimi dieci anni la filiera registra un incremento dell’8%.
La crescita è trainata dai professionisti con dipendenti, saliti al 17,6% del totale, erano il 14,2% nel 2019, mentre i professionisti individuali sono calati del 7,2% negli ultimi cinque anni. Dal punto di vista geografico, analizzando il trend dal 2014, il sud registra gli incrementi più intensi con un +17,7%, seguito dal centro +11,3%, mentre il nord ovest resta stabile -1,0% e il nord est cresce moderatamente (+3,8%).
Sul piano settoriale prevalgono le attività scientifiche e tecniche (48,3%) e quelle sanitarie e sociali (17,6%), entrambe in calo nell’ultimo quinquennio. Crescono invece i comparti legati alla trasformazione economica: costruzioni (+54,4% dal 2019) e attività artistiche e culturali (+21,1%). Nel 2024 le professioni intellettuali e ad alta specializzazione rappresentano il 56,7% del totale, seguite dalle tecniche (32,5%).
Il rapporto analizza anche la composizione sociodemografica delle professioni. Le donne hanno visto una crescita del 20% in dieci, e oggi sono 510mila unità, pari al 37% del totale, con punte del 40% nel nord ovest. Restano però minoranza negli ambiti tecnici e finanziari (21-24%). Resta forte il divario di istruzione: nel 2024 il 78,2% delle professioniste sono laureate, contro il 59,6% degli uomini.
C’è poi il capitolo redditi. Se i salari tra il 2010 e il 2023 hanno visto il loro valore nominale incrementarsi del 18,6%, da 37.284 a 44.213 euro, tuttavia in termini reali il report evidenza una del 5,4%, pari a oltre 2.000 euro annui di potere d’acquisto. Le perdite più forti colpiscono le fasce centrali e mature, con riduzioni fino al 24,6% tra i 61-70 anni. Restano ampi anche gli squilibri reddituali tra generazioni. Forte la polarizzazione tra categorie. Gli attuari, ossia professionisti esperti in matematica o statistica, restano al vertice con oltre 106 mila euro, seguiti dai commercialisti con 88 mila. Rimane marcato il gender gap: gli uomini dichiarano 54.480 euro mentre le donne 29.051, con un divario del 53%.
“Il Rapporto ci dice chiaramente che il mercato spinge verso attività più organizzate e studi di dimensione maggiore: crescono i professionisti datori di lavoro e arretrano gli individuali, un segnale inequivocabile della trasformazione in atto, che indica la necessità di aggregazione, di competenze integrate e di modelli organizzativi capaci di affrontare le nuove sfide del lavoro” ha dichiarato il presidente di Confprofessioni Marco Natali.
“Dobbiamo fare sistema e lavorare insieme per rafforzare l’unione del mondo professionale. Il vero nodo del paese è la scarsa produttività: se non creiamo ricchezza per i giovani, lasciamo loro solo debito. Occorre una spesa pubblica più efficace ed efficiente e il coraggio di tagli mirati. Noi professionisti, con il nostro lavoro intellettuale e le nostre competenze, dobbiamo essere il pungolo. Il nostro ruolo è imprescindibile anche per la pubblica amministrazione: dobbiamo esserne consapevoli e rivendicarlo, facendo sistema” ha concluso Natali.
Tommaso Nutarelli




























