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Home - Approfondimenti - Analisi - Pensioni, la “fotografia” secondo Itinerari previdenziali

Pensioni, la “fotografia” secondo Itinerari previdenziali

di Giuliano Cazzola
28 Gennaio 2026
in Analisi
Istat, nel 2016 calano pensionati ma sale reddito lordo percepito

La Fondazione Itinerari previdenziali, di cui è presidente Alberto Brambilla, ha presentato nei giorni scorsi il XIII Rapporto sul sistema previdenziale italiano. Lo studio dal titolo ‘’ Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza per l’anno 2024’’  è come sempre prezioso perché – come è scritto nell’introduzione – rappresenta oggi l’unico strumento disponibile in grado di mettere a disposizione, in un solo documento, una visione d’insieme del complesso sistema previdenziale, nel senso più ampio del termine, del nostro Paese e il suo finanziamento, attraverso una analisi puntuale del sistema pensionistico di base gestito da INPS e Casse Privatizzate, delle prestazioni di assistenza erogate dal sistema pubblico. L’articolo si limita a segnalare, per evidenti motivi di spazio, alcuni aspetti che ricorrono nel dibattito sulla materia.

La fotografia del sistema pensionistico

Le pensioni classificate in un’unica categoria “vecchiaia + anzianità/anticipate/prepensionamenti” sono 11.833.992 e comprendono 6.927.582 pensioni di “anzianità o anticipate o prepensionamenti”, di cui 66% maschili e 34% femminili, e 4.906.410 pensioni di “vecchiaia”, di cui 39,1% maschili e 60,9% femminili. La spesa complessiva annua lorda per “vecchiaia + anzianità, anticipate, prepensionamenti” ammonta a 259,17 miliardi, con una spesa prevalente, ad oggi, per le pensioni di anzianità, anticipate, prepensionamenti. Gli uomini percepiscono il 70% dell’importo complessivo anzianità/anticipate/prepensionamenti e le donne il restante 30%, mentre l’importo complessivo della categoria vecchiaia è erogato per il 47% agli uomini e per il restante 53% alle donne. Le pensioni di invalidità previdenziale sono 853.540, di cui il 58,6% maschili e il 41,4% femminili. Le pensioni ai superstiti, le reversibilità, sono 4.155.645, erogate quasi tutte alle donne (86,6%) e per solo il 13,4% a uomini che percepiscono l’9,0% della spesa complessiva (46.002,5 milioni di euro).

All’1.1.2025, le pensioni integrate al minimo erano 1.974.269 (l’83,2% erogate a donne e il 16,8% a uomini) con importo complessivo annuo di 14.810,2 milioni di euro, di cui 9.208,5 milioni di euro per la quota a calcolo e 5.601,8 milioni di euro per la quota di integrazione. Esse si suddividono tre le categorie di pensione nel seguente modo: 1.117.526 pensioni di vecchiaia e anzianità/anticipate (l’86,7% a donne e il 13,3% a uomini), di cui il 93,4% di vecchiaia e il 6,6% di anzianità, 180.079 pensioni di invalidità previdenziale, (57,5% a donne e 42,5% a uomini) e 676.664 pensioni ai superstiti (84,3% a donne e 15,7% a uomini). Al 1.1.2025 le pensioni con maggiorazione sociale erano 1.164.758, (il 5,5% del complesso delle pensioni vigenti). Di esse 408.744 erano pensioni con maggiorazione ex art. 38 della legge 488/2001 (c.d. milione di Berlusconi), 47.798 con maggiorazioni ex legge n. 544/1988 (art. 1 e 2) e 708.216 pensioni che percepiscono entrambe le maggiorazioni. Le pensioni con maggiorazioni sociali (che possono essere anche integrate al minimo) si distribuiscono percentualmente tra le categorie di pensione nel seguente modo: l’11,0% pensioni di vecchiaia, l’1,2% di invalidità, il 15,7% ai superstiti, il 42,4% pensioni/assegni sociali e il 29,7% prestazioni agli invalidi civili, con una netta prevalenza di prestazioni assistenziali. L’importo complessivo annuo delle maggiorazioni sociali è di 3.074,9 milioni di euro.

Il numero delle prestazioni fino a una volta il minimo (nel 2024, 598,61 euro mensili) era pari a circa 7,596 milioni, ma i pensionati interessati erano 2.264.759.

  1. I sistemi di calcolo della pensione

2.1-  regime retributivo

I trattamenti liquidati integralmente col regime retributivo,  sono ormai un gruppo chiuso per una spesa pari a 126.862,0 milioni di euro, assorbono il 36,7% dell’importo complessivo annuo (345.493,6 milioni di euro) e andranno ad esaurirsi nel tempo, in quanto tale regime è cessato dall’1.1.2012, con l’entrata in vigore della riforma Monti-Fornero.

2.2. regime misto

Il regime misto è suddiviso in due sotto regimi: a) il regime misto della riforma Dini che con 2.438.654 (277.311 in più rispetto al 2024) pensioni delle gestioni FPLD e autonomi cresce mentre  quelle retributive ovviamente si riducono numericamente, pesa per il l’11,53% sul totale, con età medie di 68 anni (66,8 anni gli uomini e 69,2 le donne) relativamente giovani composta dagli ultimi baby boomer che non possedevano i 18 anni di anzianità contributiva all’1.1.1996, ma che all’1.1.2024 hanno raggiunto i requisiti di anzianità per la pensione anticipata o hanno usufruito delle numerose anticipazioni (Pensione anticipata, Quote 100, 102, 103, precoci, Opzione donna ecc.) e salvaguardie poste in essere in quest’ultimo decennio, tale gruppo è destinato a crescere nei prossimi anni. b) il regime misto della riforma Monti-Fornero con 1.339.574 pensioni IVS delle gestioni FPLD e autonomi (il 6,3% del totale pensioni) con età medie di 68,9 anni (69,2 gli uomini e 68,3 anni le donne), leggermente più elevate delle miste Dini, è composto sempre dai baby boomer, quelli più anziani con molti anni di anzianità contributiva nel regime retributivo puro, che possedevano già i 18 anni di anzianità contributiva all’1.1.1996, magari anche grazie al riscatto della laurea, con periodi lavorativi superiori ai requisiti minimi di anzianità semmai trattenuti al lavoro dopo l’1.1.2012 (entrata in vigore della riforma Monti-Fornero) per colmare interruzioni lavorative o motivati economicamente a proseguire l’attività lavorativa; infatti gli importi medi delle loro pensioni pari a 2.083,81 euro mensili (2.273,71 euro mensili gli uomini e 1.659,46 euro mensili le donne) sono i più  alti tra i regimi trattati, principalmente nella gestione dei lavoratori dipendenti privati (2.364,84 euro medi mensili); tale gruppo è destinato a decrescere nei prossimi anni.

2.3. regime contributivo puro

Sono 954.747 pensioni IVS vigenti al 1.1.2025, sinora (appena il 4,5% del totale pensioni) liquidate in regime contributivo puro  e riguardano, oltre le gestioni FPLD dei lavoratori privati e autonomi, anche 616.979 pensioni della gestione separata istituita dall’1.1.1996. Queste ultime sono per circa l’84% pensioni supplementari di vecchiaia (517.459 seconde pensioni), con importi medi mensili di 324,39 euro i cui beneficiari possiedono età medie di 76,7 anni, (pensionati nati mediamente nel 1948). Infatti, per la categoria vecchiaia della gestione separata si tratta di pensioni supplementari ottenibili dopo il compimento dell’età legale di vecchiaia (67 anni) per contributi accreditati per consulenze o collaborazioni, ma non sufficienti a perfezionare un diritto autonomo alla pensione, parallelamente ai contributi versati nella gestione in cui si è titolare di pensione principale. Invece, le età medie più basse delle categorie invalidità e superstiti delle gestioni lavoratori dipendenti e autonomi mediamente 51-52 anni suggeriscono che appartengano a persone giovani entrate al lavoro dopo l’1.1.1996 e che si sono invalidate o sono decedute in attività, quindi con superstiti abbastanza giovani. E’ importante tener conto di questa osservazione per non cadere nell’errore che la gestione separata eroghi pensioni basse. Nella maggior parte dei casi si tratta di trattamenti che si aggiungono a quello principale in base ad attività secondarie effettuate dal soggetto interessato, riconducibili a redditi sottoposti a contribuzione nella Gestione separata Inps.

  1. Età medie effettive alla decorrenza del pensionamento

 I dati riportati sono molto importanti perché fanno chiarezza su di un aspetto del problema che da sempre è oggetto del dibattito: a quale età si va in pensione, dopo la riforma Fornero? Per il combinato disposto della natalità, dell’accesso precoce al lavoro e della continuità del rapporto, le generazioni del baby boom sono state e sono tuttora in grado di arrivare da anziani/giovani all’appuntamento con la pensione, facendo valere lunghe storie di copertura pensionistica e potendo contare su di un incremento dell’attesa di vita (in media queste coorti restano in quiescenza per un periodo pari all’80% di quello in cui si è lavorato).  In proposito secondo la RGS la crescita del rapporto tra spesa per pensioni e PIL accelera fino a raggiungere il valore di 17,1 per cento nel 2040. Tale dinamica è ascrivibile principalmente all’aumento del numero di pensioni rispetto a quello degli occupati, indotto dalla transizione demografica collegata all’ingresso in quiescenza delle generazioni del baby boom, solo parzialmente compensato dall’innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento e dall’effetto del contenimento degli importi pensionistici esercitato dalla graduale applicazione del sistema di calcolo contributivo sull’intera vita lavorativa. Dal 2040 in poi il rapporto tra spesa pensionistica e PIL è previsto decrescere progressivamente con intensità diverse portandosi al 15,9 per cento nel 2050 e al 14,0 per cento nel 2070. La rapida riduzione del rapporto fra spesa pensionistica e PIL nella fase finale del periodo di previsione è determinata dall’applicazione generalizzata del calcolo contributivo che si accompagna alla stabilizzazione, e successiva inversione di tendenza, del rapporto fra numero di pensioni e numero di occupati. Tale andamento risente sia della progressiva uscita delle generazioni del baby boom, sia dell’adeguamento automatico dei requisiti minimi di pensionamento in funzione della speranza di vita. Secondo Itinerari previdenziali nel 2024 anche per gli effetti di tutti i canali di uscita della pensione anticipata, classificati statisticamente nella categoria delle pensioni di “anzianità/anticipate e prepensionamenti”, l’età media effettiva alla decorrenza è scesa a 61,5 anni per gli uomini (era di 61,8 nel 2021, 61,6 nel 2022, 61,5 nel 2023) e aumentata a 61,3 anni per le donne (era di 61,3 nel 2021, 61,1 nel 2022 e 61,2 nel 2023); nella media maschi – femmine, l’età effettiva della pensione anticipata  è restata ferma a 61,4 anni, (era 61,6 nel 2021 e 61,4 nel triennio 2022-2024). Essendo le pensioni anticipate più elevate per importo (per numero, nell’ultimo anno sono risultate  inferiori a quelle di vecchiaia), le età medie alla decorrenza sono più importanti anche se, considerando il complesso della vecchiaia (anzianità/anticipate con prepensionamenti e vecchiaia), nel 2024 si è osservato che l’età media effettiva del pensionamento è stata di 65,1 anni; nel calcolo di tale età media ponderata per genere, pesa di più l’età degli uomini, pari a 64,7 anni (che sono il 60,0% del totale dei due generi) che l’età media delle donne di 65,8 anni (che incidono per il 40,0% del totale vecchiaia dei due generi). Quest’ultima età media femminile ha subito un graduale innalzamento dei requisiti anagrafici, iniziato in modo più incisivo dal 2014. Se poi consideriamo insieme all’età media effettiva di pensionamento per vecchiaia e anzianità/anticipata anche quella per invalidità previdenziale, ossia l’età media effettiva di tutte le uscite per pensionamento previdenziale diretto, nel 2024 l’età media effettiva scende a 63,5 anni per gli uomini e 64,5 anni per le donne, con una media ponderata dei due generi di 63,8 anni. Analizzando, infine, la media ponderata delle età effettive alla decorrenza di tutte le categorie di pensione, comprese le pensioni ai superstiti e i trattamenti assistenziali, nel 2024 si rileva un’età media effettiva di 67,4 anni; per gli uomini l’età media effettiva è di 64,3 anni e per le donne, che hanno maggior presenza nelle pensioni ai superstiti e nelle prestazioni assistenziali, l’età media è di 70,1 anni.

Giuliano Cazzola

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