Chiara Gribaudo, parlamentare del Pd e presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, fa il punto sulla vicenda che nelle scorse settimane ha interessato l’Ispettorato nazionale del lavoro e sui temi sui quali la Commissione sta lavorando maggiormente.
Onorevole Gribaudo sembra caduta l’ipotesi di portare l’Ispettorato nazionale del lavoro sotto l’ala del ministero. La partita è veramente finita qua?
Su questa vicenda al momento pare che ci sia un ripensamento da parte del governo. Se dovesse essere così veramente è un fatto che accogliamo positivamente.
Per quale logica il ministero avrebbe voluto mettere le mani sull’Inl?
Di controllo e di assoggettamento politico che di certo non fa bene a chi deve svolgere una funzione ispettiva e di vigilanza. E questo non è positivo in un paese dove, molto spesso, l’illegalità e lo sfruttamento dei lavoratori sono collegati alle organizzazioni criminali.
Se l’ipotesi accorpamento dal parte del ministero dovesse essere ripresentata e portata nuovamente avanti potremmo aspettarci anche degli interventi sanzionatori da parte dell’Europa?
Siamo stati già richiamati dall’Europa per l’elevato numero di corpi ispettivi, ben sette, per andare verso una razionalizzazione come già accade in molti altri paesi. Ma è ben altro dall’accorpamento in un ministero. Se l’autonomia dell’Inl dovesse essere messa nuovamente a rischio dalla politica, potremmo sicuramente attenderci interventi più forti da parte di Bruxelles.
Come andrebbe potenziato l’Inl?
L’Inl è un ente in salute, con un bilancio in attivo che potrebbe essere usato per ricompensare gli ispettori non solo sotto il profilo del salario ma anche delle polizze assicurative. È un lavoro che comporta una sovra esposizione al rischio, motivo per cui i concorsi vanno deserti proprio perché non solo manca un reale riconoscimento retributivo e delle competenze ma anche l’incolumità personale è messa in pericolo.
Quando l’Inl nacque l’idea era quella di arrivare a un’agenzia unica di controllo. Cosa occorre per andare in quella direzione?
Vanno prima superati dei paletti corporativisti, che in parte sono anche comprensibili, per mettere a sistema le competenze presenti in tutti i corpi ispettivi sotto un unico cappello. Va detto che questa divisione è molto meno accentuata se non nulla nei territori, dove la sinergia tra i vari enti di vigilanza è molto più consolidata.
I numeri ci dicono che le morti, gli infortuni e gli incidenti sul lavoro non sono in calo, anzi. Che cosa può fare la politica per fermare questa strage?
La prima cosa da fare è quella di rafforzare il numero degli ispettori. In realtà produttive, con un’elevata concentrazione di aziende e di appalti, con le forze attuali è impossibile fare controlli capillari. C’è poi la necessità di un salto tecnologico. Questo consentirebbe di fare ispezioni mirate, di incrociare i dati e andare a vedere dove le cose non tornano. Dobbiamo pensare che l’azione degli ispettori non sia solo sanzionatoria ma anche preventiva. E poi c’è il tema della formazione svolta dalle imprese sulla sicurezza che deve essere di qualità e certificata, cosa che molto spesso non è. Dobbiamo pensare di superare una formazione unicamente frontale o addirittura erogata on line, che non sviluppa la percezione del pericolo nel lavoratore e non lo pone davanti a casi concreti. Nell’edilizia, grazie alla bilateralità, ci sono esempi virtuosi di formazione attraverso la realtà aumentata. Se stiamo andando verso una nuova organizzazione del lavoro allora anche la formazione sulla sicurezza deve stare al passo di queste trasformazioni.
Su quali punti sta procedendo il lavoro della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia da lei presieduta?
Un tema è quello degli appalti a cascata. È sotto gli occhi di tutti che gli incidenti mortali e gli infortuni accadono maggiormente dove c’è un ricorso eccessivo al sub appalto. Quello che la Commissione sta portando avanti è di far riconoscere la piena responsabilità del committente quando in gioco ci sono aziende a partecipazione statale. Ma per fare questo serve un aggiornamento della normativa. Il secondo punto è sulla giustizia. L’istituzione di una procura nazionale potrebbe essere una soluzione per dare risposte alle famiglie di chi muore o a coloro che subiscono un infortunio, senza che nessuno sia lasciato solo.
Tommaso Nutarelli




























