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Home - Approfondimenti - La nota - Industria chimica, otto Paesi chiedono all’Ue un piano per salvare la petrolchimica europea. 50mila posti di lavoro e molti materiali “critici” messi a rischio dalla possibile chiusura di 20 impianti (anche in Italia)

Industria chimica, otto Paesi chiedono all’Ue un piano per salvare la petrolchimica europea. 50mila posti di lavoro e molti materiali “critici” messi a rischio dalla possibile chiusura di 20 impianti (anche in Italia)

di Nunzia Penelope
14 Marzo 2025
in La nota
Firmata ipotesi accordo per rinnovo contratto nazionale

Otto paesi dell’Ue lanciano l’allarme per le sorti dell’industria chimica europea, un settore cruciale, ma in grave difficoltà: la produzione è in calo, i prezzi energetici in salita, senza contare una serie di dismissioni di impianti se da un lato minano la tenuta dell’occupazione (50 mila posti a rischio nei prossimi anni), dall’altro rendono sempre meno disponibili alcuni materiali ‘’critici’’ per l’industria del continente: oggi reperibili su mercati esterni a prezzi più bassi, e’ vero, ma rendendo dipendente l’Europa e la sua industria da mercati poco affidabili, anche considerando il contesto internazionale. È quanto si legge nella ‘’Dichiarazione congiunta di Repubblica Ceca, Ungheria, Italia, Paesi Bassi, Romania, Slovacchia, Spagna e Francia sull’industria chimica europea’’, nata su impulso della Francia e diffusa l’11 marzo scorso, con la quale si descrive ‘’la situazione allarmante dell’industria chimica europea’’, definendola “settore strategico” e richiedendo, per la sua salvezza, uno specifico “Eu Critical Chemicals Act” dedicato.

Nel documento, i firmatari affermano: “l’industria chimica europea sta affrontando una grave crisi, che riguarda soprattutto gli impianti a monte e che minaccia la resilienza europea’’. Si evidenzia un calo del 12% della produzione tra il 2019 e il 2023, “dovuto principalmente ai costi energetici (o correlati al costo delle materie prime ad alta intensità energetica) e alla concorrenza agguerrita o addirittura sleale dei paesi extra-UE”. Per quanto riguarda la sola petrolchimica, il documento dei affermano che “entro il 2035 circa 20 cracker potrebbero essere chiusi, con conseguenze per 50.000 posti di lavoro”, se non verrà intrapresa “un’azione collettiva per ripristinare la competitività e lavorare verso produzioni più sostenibili”.

Gli otto paesi sottolineano di aver già allertato la Commissione europea attraverso un primo non-paper cofirmato, presentato durante il Consiglio per la competitività a maggio 2024 e basato sulla necessità di promuovere “la creazione di un campo di gioco equo a livello globale e quadri politici coerenti e coerenti per l’industria chimica, consentendo al contempo le sue transizioni energetiche e ambientali”. Il recente annuncio del Presidente della Commissione in merito a un imminente “Clean Industrial Deal” e a uno specifico “Chemical Industry Package”, affermano i firmatari, “è pertanto accolto con favore”: ma mentre il primo dovrebbe prevedere misure forti per facilitare la decarbonizzazione delle industrie pesanti, il documento degli otto paesi mette in luce anche e soprattutto “la necessità di misure ambiziose di politica industriale su misura per il settore chimico”. In sintesi, occorre un regolamento per poter continuare a produrre in Europa le materie critiche, necessarie per lo sviluppo di infinite altre produzioni di settori diversissimi tra loro ma essenziali per la competitività europea.

L’industria chimica, afferma infatti il documento, “è una componente essenziale della maggior parte delle catene del valore industriali in quanto produce le molecole necessarie per i settori sanitario, alimentare, automobilistico, edile, delle tecnologie verdi ecc”. Tuttavia, il settore, che soffriva già di debolezze strutturali, “sta attualmente attraversando una massiccia crisi di competitività, con un calo dell’indice di produzione del 12% tra il 2019 e il 2023”. Ciò è dovuto principalmente – spiega il testo- al divario nei costi dell’energia e delle materie prime tra l’UE e le altre regioni industriali (prezzo del gas naturale tre volte superiore a quello degli Stati Uniti, ad esempio), nonché a una “concorrenza feroce e talvolta sleale da parte dei produttori originari di paesi terzi”. Inoltre, anche i mercati per i prodotti chimici (come l’edilizia o l’automotive) “stanno vivendo una contrazione della loro attività, sottolineando ulteriormente le prospettive al ribasso”.

Gli impianti più energivori sono ovviamente i più colpiti (produzione di ammoniaca, steam cracking). Nel caso dell’etilene, prodotto principale degli steam cracker, “i gap di margine con gli Stati Uniti o il Medio Oriente raggiungono i 300 $/t, mentre i prezzi di mercato in Europa sono di circa 1000 $/t. I gap di margine sono ancora più alti considerando i costi delle materie prime”. In questo quadro già difficile, osserva il documento con preoccupazione, nel solo 2024 sono state annunciate quattro chiusure di steam cracker: “ExxonMobil a Gravenchon, Francia; Sabic a Geleen, Paesi Bassi; Eni-Versalis, in Italia, ha annunciato un piano analogo per gli impianti di Brindisi e Priolo in altre piattaforme. Diverse installazioni appartenenti a LyondellBasell in tutta Europa sono attualmente sottoposte a revisione strategica”. Nel complesso, “oltre 50.000 posti di lavoro dipendenti da questi impianti petrolchimici potrebbero scomparire dopo il 2035”. ll paradosso è che tra i paesi che si apprestano a fermare gli impianti c’è, appunto, anche l’Italia, il cui governo ha recentemente dato all’Eni il via libera per lo stop di Brindisi e Priolo, e nello stesso tempo ha firmato il documento che lancia l’allarme proprio sui danni derivanti dalle chiusure.

Ma non solo l’occupazione è a rischio: osserva infatti il documento che i cracker sono essenziali per produrre alcune molecole identificate come ‘’strategiche’’ per l’industria europea, in particolare etilene, propilene, butadiene e benzene; tre di queste, a causa “del deficit molto significativo nella bilancia commerciale”, sono considerate addirittura ‘’critiche’’. Tuttavia, proprio queste molecole, che costituiscono ‘’i mattoni per la maggior parte delle reazioni chimiche industriali’’, sono ora messe in discussione “dalla crisi che stanno affrontando i cracker in Europa”. Da qui, la necessità di salvaguardare le produzioni, attraverso ingenti investimenti per la decarbonizzazione dei diversi impianti: “i costi per un singolo steam cracker ammontano in genere a più di un miliardo di euro per la decarbonizzazione completa, a cui si possono aggiungere decine di milioni di costi operativi annuali per energia a basse emissioni di carbonio o idrogeno, o cattura e stoccaggio del carbonio, a seconda del percorso tecnologico scelto”.

Nunzia Penelope

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