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Home - Approfondimenti - Interviste - Industria, in Toscana il primo sciopero regionale unitario. Berni (Cgil): “La crisi è strutturale: non basta gestire le emergenze, serve la politica industriale”

Industria, in Toscana il primo sciopero regionale unitario. Berni (Cgil): “La crisi è strutturale: non basta gestire le emergenze, serve la politica industriale”

di Elettra Raffaela Melucci
8 Luglio 2026
in Interviste
Sottoscritta ipotesi d’accordo per le piccole e medie imprese tessili e chimiche

La manifattura toscana attraversa una crisi che da congiunturale è diventata strutturale, con calo della produzione, aumento degli ammortizzatori sociali e perdita di posti di lavoro. CGIL, CISL e UIL hanno scelto di rispondere con il primo sciopero regionale unitario dell’intero comparto industriale per chiedere una nuova politica industriale. Al centro della mobilitazione il futuro della moda, della meccanica e degli altri settori strategici, ma anche la necessità di governare le transizioni senza scaricarne i costi sui lavoratori. Dalla Regione al Governo, il sindacato chiede un cambio di passo nella gestione delle crisi e nella programmazione dello sviluppo. Ne parla in questa intervista Fabio Berni, della segreteria Cgil Toscana.

È il primo sciopero regionale che coinvolge l’intera manifattura toscana. Perché avete deciso di superare la logica delle singole vertenze aziendali e proclamare una mobilitazione che riguarda tutto il sistema industriale?

La crisi del sistema industriale della Toscana segue in parallelo quella dell’industria italiana. La nostra regione presenta alcune peculiarità: non siamo più di fronte a una crisi congiunturale o contingente, ma a una crisi diventata strutturale. La Toscana, per le proprie specializzazioni produttive fortemente legate all’export, sta vivendo ormai da molti mesi una fase di diminuzione della produzione industriale. Nel 2025 si è registrata una riduzione di quasi il 7% e anche nell’ultimo trimestre dello stesso anno, mentre altre regioni analoghe – come Emilia-Romagna, Piemonte, Lombardia – hanno visto una ripresa della produzione industriale. I dati di gennaio parlano di una riduzione della produzione in Toscana dell’1,8%. Siamo in presenza ormai da tempo – e lo denunciamo da diversi mesi – di un quadro particolarmente rilevante anche osservando il dato degli ammortizzatori sociali e della perdita di posti di lavoro. Di fronte a una crisi così generale e pervasiva, che rischia di produrre effetti drammatici, abbiamo ritenuto, insieme a CISL e UIL, di dare una risposta decisiva con questo sciopero unitario di tutti i settori.

Quali sono i numeri che raccontano la crisi?

Dal 2023, quando inizia il rallentamento dopo il rimbalzo post-Covid, al 2025 c’è stata una crescita esponenziale delle ore autorizzate di ammortizzatori sociali straordinari. In alcuni settori, come quello meccanico, chimico e della plastica, abbiamo avuto un raddoppio, così come nel settore della moda, che rappresenta circa il 40% dell’occupazione dell’intero comparto manifatturiero regionale: qui l’incremento delle ore autorizzate di ammortizzatori straordinari è stato del 1.280%, cioè sono cresciute di 13 volte. Abbiamo poi perso molte realtà produttive, soprattutto piccole e piccolissime imprese, che si traducono in circa 10.000 posti di lavoro persi. La situazione non è ulteriormente sostenibile e c’è bisogno di fare ragionamenti generali e d’insieme.

Quali interventi potrebbero essere utili per arginare questa situazione?

Non esiste una misura che possa risolvere tout court la situazione. Per questo c’è bisogno di tenere insieme sia il livello nazionale, che riguarda anche le piattaforme delle singole organizzazioni presentate al governo, con cui chiediamo risposte sulle politiche industriali e il superamento della logica degli annunci. Inoltre, poiché i plafond autorizzabili degli ammortizzatori sociali, che ormai durano da tempo, sono in esaurimento proprio in questi giorni, c’è la necessità di avere ammortizzatori sociali in deroga sia per il comparto industriale sia per l’artigianato, che siano effettivamente utilizzabili.

C’è anche una responsabilità delle imprese, rispetto a questa crisi?

È anche a loro che ci rivolgiamo. Secondo uno studio condotto dai nostri istituti di ricerca sull’andamento del settore industriale della Toscana negli ultimi dieci anni, a fronte di circa 28 miliardi di utili aziendali, solo una minima parte è stata destinata a investimenti, ricerca, innovazione e valorizzazione del lavoro. Anche alle controparti datoriali chiediamo quindi un innalzamento del livello degli investimenti, la possibilità di condividere regole per la gestione delle crisi, un ulteriore passo nel contrasto allo sfruttamento lavorativo e la garanzia di tracciabilità e qualificazione delle filiere produttive.

Quanto alla regia regionale: cosa non ha funzionato?

Alla Regione chiediamo politiche generali capaci di tenere insieme interventi settoriali. In Toscana abbiamo vissuto la crisi di tre importanti settori: moda, automotive-meccanico e siderurgia, che coinvolgono moltissime crisi aziendali. Al momento sono aperti ventitré tavoli, ma considerando le crisi monitorate, quelle in transizione e quelle su cui esistono progetti di reindustrializzazione dei siti, si superano i centocinquanta casi. In questa dimensione c’è bisogno di interventi settoriali, di mantenere l’attenzione sul lavoro nelle crisi aziendali, ma anche di ragionare sul contesto e su quelli che solitamente vengono definiti fattori abilitanti per lo sviluppo industriale: dalle reti digitali alla digitalizzazione, dagli asset viari ai servizi pubblici locali, fino all’energia, con le peculiarità della Toscana, come la geotermia e la produzione da fonti rinnovabili. Servono risposte capaci di fare sistema nei territori, cosa che fino a oggi si è faticato a realizzare, per garantire una facilitazione dello sviluppo industriale.

La Toscana è sempre stata considerata uno dei motori della manifattura italiana. Allo stato delle cose si può dire che siamo davanti al rischio di una progressiva deindustrializzazione della regione?

La Toscana resta una regione a vocazione industriale. Abbiamo circa il 22% del prodotto interno regionale legato all’industria e circa il 70% legato al terziario, al commercio e al turismo. L’obiettivo di questa mobilitazione è che questo assetto venga confermato anche per il futuro, stimolando ulteriormente alcuni fattori che fino a ieri potevano essere ulteriormente frammentati. Penso all’infrastrutturazione delle reti digitali. Abbiamo una pubblica amministrazione che ha fatto passi importanti sulla digitalizzazione dei servizi pubblici, ma la dimensione media dell’impresa in Toscana è molto piccola: siamo sotto i nove dipendenti. È chiaro che queste realtà hanno più difficoltà ad affrontare la doppia transizione che tutte le imprese, a livello mondiale, si trovano davanti, ma proprio per questo devono essere accompagnate attraverso scelte chiare e decise, oltre che con investimenti sia pubblici sia privati.

La situazione più critica riguarda la moda, con oltre 2,3 milioni di ore tra cassa ordinaria e straordinaria. A maggio c’è stato anche uno sciopero del settore. Cos’è successo a questa eccellenza?

Il 20 maggio c’è stato uno sciopero del gruppo Kering – che comprende marchi come Gucci, Balenciaga e Alexander McQueen – a cui si sono poi unite molte delegazioni provenienti da tutti i territori della Toscana, con una manifestazione a Scandicci. Lo sciopero era legato all’apertura di una procedura di licenziamento per 54 unità in Alexander McQueen, che è stata poi risolta dalle categorie in sede ministeriale. Ma è evidente che la vicenda riguarda una crisi che interessa il settore nel suo complesso e che chiama in causa anche altri grandi brand, rispetto alla responsabilità sul mantenimento dei volumi produttivi e all’attenzione verso la filiera, che riguarda la moda tessile ma anche la minuteria metallica e quindi il comparto meccanico.

Ma qual è il filo rosso che tiene insieme le vertenze della moda?

Sicuramente un rallentamento delle vendite. Solo le esportazioni, che per questi prodotti rappresentano quasi l’80%, negli ultimi anni hanno registrato un forte rallentamento. La Toscana resta una regione con un alto livello di esportazioni e nel corso del 2025 queste sono cresciute di circa il 21%, ma tale crescita non è legata all’attività tradizionale. L’aumento dell’export toscano è dovuto in particolare a due settori: la farmaceutica e i metalli preziosi. Per quanto riguarda le produzioni del sistema moda, la riduzione nel corso dell’ultimo anno è stata di circa il 15-20%. C’è bisogno di rilanciare, anche attraverso misure di supporto per i lavoratori e per le imprese, questa dimensione, perché siamo convinti che il sistema produttivo della Toscana, basato negli anni sull’alta competenza di lavoratrici e lavoratori e su una tradizione storica di determinate lavorazioni, sia un elemento da valorizzare. Si tratta di una fase di passaggio, ma le transizioni incidono in modo importante. Per questo siamo convinti che questo apparato produttivo possa essere ulteriormente valorizzato con misure capaci di rendere possibili questi passaggi.

Nel comunicato unitario insistete sulla necessità di governare le transizioni – energetica, digitale, tecnologica – senza scaricarne il costo sui lavoratori. Oggi qual è il rischio più concreto?

La situazione è estremamente critica. In Toscana ci sono tre importanti università e centri di ricerca che producono sapere anche su temi cruciali come l’automazione e lo sviluppo di processi innovativi. Uno studio dell’Istituto regionale di ricerca della Regione Toscana rileva che soltanto il 3% delle aziende innovative ha rapporti con università e centri di ricerca. Sono stati costituiti anche i Digital Innovation Hub, nati proprio per trasferire le innovazioni di processo e di prodotto alla rete delle piccole e medie imprese. Ma solo una percentuale minima di queste aziende si rivolge a questi strumenti, che sono fondamentali per accompagnare il futuro.

I governi centrali e regionali come potrebbero, o dovrebbero, intervenire?

Nelle politiche generali che chiediamo a Governo e Regione c’è anche la necessità di tenere conto di queste dinamiche, perché bisogna spingere sull’aggregazione delle piccole aziende, sulle reti di imprese e sull’innovazione di prodotto. Ma è importante anche valorizzarne l’autonomia, perché quasi tutte lavorano per i grandi brand, ma esistono competenze che potrebbero consentire lo sviluppo di linee proprie. Bisogna quindi mettere a sistema tutti questi fattori attraverso politiche concertate e generali.

Che messaggio volete mandare con lo sciopero del 9 luglio? E quale sarebbe il risultato minimo che vi aspettate nelle settimane successive alla mobilitazione?

Chiediamo che si passi, a tutti i livelli, da una politica di gestione delle crisi aziendali a una politica industriale vera e propria, che individui il contesto, le misure necessarie e gli strumenti di monitoraggio per verificare gli effetti di queste misure. Il tutto partendo dalla considerazione che, per quanto ci riguarda, lo sviluppo non può essere separato dai diritti del lavoro, dalla qualità del lavoro, dalla tenuta occupazionale e dalla sua difesa. Si tratta di passare da una gestione settoriale delle singole crisi a un ragionamento più d’insieme, necessario per accompagnare le transizioni. La Toscana ha prospettive importanti che possono essere mantenute e perseguite. Chiaramente il percorso deve essere fondato sul rispetto delle condizioni di lavoro e sul contrasto allo sfruttamento, perché sono tutti elementi che rendono possibile mantenere un livello di sviluppo importante. È questo l’obiettivo dell’iniziativa di sciopero, alla quale, secondo le nostre richieste, dovranno seguire tavoli di confronto con il governo centrale e quello regionale. Un sistema di confronto che consenta anche di fare un’analisi di sistema e definire misure adeguate.

Elettra Raffaela Melucci

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