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Home - Approfondimenti - La nota - Infermiere cercasi: dalla deroga alla programmazione, la nuova sfida della sanità italiana nell’avviso FEMI 2026.01 di FondItalia

Infermiere cercasi: dalla deroga alla programmazione, la nuova sfida della sanità italiana nell’avviso FEMI 2026.01 di FondItalia

di Elettra Raffaela Melucci
8 Luglio 2026
in La nota
Sanità, dagli infermieri arriva l’allarme sui Pronto soccorsi

Il reclutamento dei medici cubani da parte dalla Regione Calabria durante la pandemia riportò al centro del dibattito una domanda che il Servizio sanitario nazionale non può più permettersi di eludere: come colmare una carenza di personale che da anni mette sotto pressione ospedali e strutture sociosanitarie? Ma è soprattutto l’ultimo capitolo della vicenda ad aver mostrato tutta la fragilità di un sistema costruito sulle emergenze. Le restrizioni annunciate dall’amministrazione Trump nei confronti dei programmi di cooperazione sanitaria con Cuba hanno infatti rischiato di mettere in discussione la presenza dei professionisti negli ospedali calabresi. Il presidente della Regione Roberto Occhiuto, però, ha scelto di andare avanti, rivendicando la necessità di mantenerli in servizio perché, senza di loro, interi presidi sarebbero rimasti scoperti.

Una storia che è sineddoche di quanto la carenza di personale sanitario in Italia sia ormai un problema strutturale. Ed è proprio dalla convinzione che deroghe, procedure accelerate e reclutamenti straordinari non possano rappresentare una risposta duratura che nasce l’Avviso FEMI 2026.01 – Formazione Paesi Terzi Settore Sanitario, presentato da FondItalia insieme a FederTerziario, UGL e AIOP presso la Fondazione Willy Brandt di Roma.

L’iniziativa mette a disposizione 500 mila euro per finanziare percorsi formativi destinati a professionisti sanitari residenti in Paesi terzi che, al termine della formazione, saranno inseriti nelle imprese aderenti al fondo. Il primo banco di prova sarà l’Argentina, dove le attività saranno realizzate in collaborazione con università e istituzioni locali per preparare infermieri destinati alle strutture sanitarie italiane.

La scelta del Paese non è casuale. «Oltre il 50 per cento della popolazione argentina ha origini italiane», ha ricordato il segretario generale di Federterziario, Alessandro Franco, spiegando che il criterio determinante è soprattutto quello linguistico e culturale. Nel lavoro sociosanitario la capacità di comunicare con il paziente è infatti parte integrante della qualità della cura, e partire da un contesto vicino a quello italiano rappresenta un vantaggio decisivo.

La fase pilota punta a formare e inserire 200 infermieri, un numero ancora molto distante dal fabbisogno reale, che supera già le duemila unità soltanto tra le strutture coinvolte nel progetto. Proprio per questo, nelle intenzioni dei promotori, la sperimentazione vuole rappresentare molto più di un intervento circoscritto: un modello destinato a crescere e, in prospettiva, ad aprirsi anche al settore pubblico.

«È necessario superare la logica dell’emergenza e costruire una risposta strutturale e di qualità alla crescente carenza di personale infermieristico che interessa il sistema sanitario nazionale», ha sottolineato ancora Franco. Una filosofia che attraversa tutto l’impianto dell’avviso.

L’idea nasce anche dall’esperienza maturata durante il Covid. In quegli anni il ricorso a personale proveniente dall’estero – soprattutto dall’America Latina – avvenne spesso attraverso procedure accelerate, indispensabili per mantenere aperti i servizi ma prive di un reale percorso di integrazione professionale. Secondo i promotori, quel reclutamento sommario ha finito in diversi casi per abbassare gli standard qualitativi dell’offerta sanitaria, proprio mentre la domanda di assistenza cresceva in maniera costante anche nel periodo successivo alla pandemia.

Da questa consapevolezza prende forma un progetto che affonda le proprie radici in un principio di reclutamento etico: non limitarsi a cercare professionisti all’estero quando il sistema entra in sofferenza, ma costruire un percorso di qualificazione prima della partenza, affinché l’inserimento lavorativo avvenga nel rispetto degli standard professionali italiani, della qualità dell’assistenza e dei diritti dei lavoratori. Un modello che, nelle intenzioni dei promotori, potrebbe essere replicato anche in altri comparti oggi colpiti dalla carenza di personale.

Le attività formative saranno infatti articolate tra Argentina e Italia. Nei Paesi di origine i partecipanti seguiranno percorsi professionali, linguistici – fino al conseguimento del livello B2 di italiano –, di educazione civica e di preparazione all’inserimento lavorativo, per poi completare il percorso nelle strutture italiane.

Alle spalle dell’avviso c’è un lavoro durato almeno tre anni. Come ha spiegato il presidente di Federterziario Socio-Sanitaria, Simone Bentrovato, il progetto rappresenta l’evoluzione dell’esperienza maturata con il programma FAMI del Ministero dell’Interno dedicato all’inserimento lavorativo del personale straniero. Un percorso che ha consentito di individuare con precisione le esigenze del comparto sociosanitario e di costruire un modello condiviso fin dall’inizio con tutti gli attori coinvolti.

«La complessità di questo fenomeno richiede un modello partecipato», ha osservato Bentrovato. «Non possiamo limitarci ad accogliere professionisti stranieri senza un piano serio di integrazione e formazione: il paziente, chiunque esso sia, merita standard di qualità e sicurezza che solo una preparazione adeguata può garantire». Per questo il progetto punta a integrare il bisogno crescente di cura con le esigenze delle imprese e con i diritti dei lavoratori, accompagnando il personale lungo tutto il percorso di inserimento e consolidando, al tempo stesso, una filiera stabile tra Italia e Argentina.

Anche il direttore di FondItalia, Egidio Sangue, insiste sulla dimensione collettiva dell’iniziativa. L’intuizione, spiega, nasce proprio dalla rete costruita tra parti sociali e associazioni di rappresentanza, mentre il fondo mette a disposizione gli strumenti necessari per tradurla in pratica. «Con l’Avviso FEMI 2026.01 FondItalia offre una risposta concreta a una delle principali sfide del sistema sociosanitario: la cronica carenza di personale qualificato», ha affermato. L’obiettivo è mettere in relazione formazione e occupazione, sostenendo le imprese del comparto, favorendo processi di integrazione regolari e contribuendo al miglioramento della qualità dell’assistenza.

Per Sangue il vero salto di qualità consiste nel superare quella che definisce «l’episodicità delle eccellenze», costruendo invece un processo stabile di collaborazione tra pubblico e privato, capace di adattarsi ai diversi territori senza perdere il controllo sulla qualità della formazione e del lavoro.

Anche dal punto di vista delle politiche attive il progetto rappresenta un cambio di paradigma. I fondi interprofessionali, infatti, finanziano tradizionalmente la formazione di lavoratori già occupati. In questo caso, invece, vengono utilizzati per preparare professionisti destinati a essere assunti al termine del percorso, creando un collegamento diretto tra formazione e occupazione.

Per il segretario generale dell’UGL, Francesco Paolo Capone, è proprio questo l’aspetto più innovativo dell’iniziativa. Normalmente, osserva, gli effetti della formazione professionale si misurano nel medio-lungo periodo; in questo caso, invece, il ritorno sarà immediato, incidendo direttamente sulla capacità organizzativa delle aziende sanitarie. Capone parla di una sorta di “remigrazione positiva”, riferendosi ai tanti argentini di origine italiana che potrebbero trovare nel progetto l’occasione per ricostruire un rapporto con il Paese delle proprie radici.

«La formazione è la chiave per trasformare il fabbisogno di personale in occupazione qualificata e regolare», ha detto. «L’iniziativa di FondItalia rappresenta una risposta concreta alla carenza di operatori sociosanitari, coniugando accoglienza, competenze e dignità del lavoro».

La sperimentazione si inserisce in un contesto nel quale la carenza di personale infermieristico continua ad aggravarsi. Secondo la Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI), oggi in Italia mancano circa 65 mila infermieri per garantire gli standard assistenziali del Servizio sanitario nazionale. Un deficit che riguarda indistintamente sanità pubblica e privata e che si intreccia con l’invecchiamento della popolazione, l’aumento della domanda di cura e una competizione internazionale sempre più serrata per attrarre professionisti qualificati.

Per il vicepresidente nazionale della FNOPI, Carmelo Gagliano, tuttavia, limitarsi a contare quanti infermieri mancano non basta più. «Le esigenze di cura stanno cambiando e con esse deve cambiare anche il modello organizzativo del Servizio sanitario nazionale», ha osservato, spiegando come oggi il dibattito non possa fermarsi ai “contenitori” – dalle Case di comunità alle nuove strutture territoriali – ma debba concentrarsi soprattutto sui “contenuti”, cioè sull’organizzazione concreta del lavoro e sulla composizione degli organici.

In questo scenario assume particolare rilievo anche il tema del retain, la capacità di trattenere gli infermieri formati in Italia. Lo Stato investe circa 8 mila euro per ogni laureato in infermieristica, ma una quota crescente di professionisti sceglie poi di trasferirsi all’estero, dove condizioni economiche e prospettive di carriera risultano più favorevoli. Una perdita di capitale umano che alimenta una competizione globale sempre più intensa: nel mondo si contano circa 22 milioni di infermieri, dei quali quasi il 48 per cento lavora nei Paesi ad alto reddito.

È proprio in questo quadro che il concetto di reclutamento etico assume, secondo gli organizzatori, un significato strategico. Non si tratta semplicemente di reperire personale all’estero, ma di costruire percorsi di formazione e integrazione che garantiscano standard professionali elevati, tutela dei lavoratori e qualità dell’assistenza, evitando di impoverire i sistemi sanitari dei Paesi di provenienza e assicurando processi trasparenti e regolati.

Un nodo, quest’ultimo, richiamato anche dal senatore Mario Alejandro Borghese, eletto nella circoscrizione America Meridionale. Molti professionisti sudamericani interessati a lavorare in Italia, ha ricordato, si scontrano ancora con le difficoltà legate al riconoscimento dei titoli di studio. Da qui l’importanza di un progetto che interviene a monte del processo migratorio, valorizzando il potenziale dell’America Latina attraverso una formazione costruita insieme alle università e alle istituzioni locali. Un modello che, secondo Borghese, recupera anche esperienze già sperimentate in passato nei rapporti tra Italia e Argentina e punta a dare continuità a una collaborazione storica tra i due Paesi.

Il riscontro ottenuto dalle strutture sanitarie conferma quanto il fabbisogno sia ormai strutturale. Come ha spiegato il direttore generale di AIOP, Filippo Leonardi, la criticità riguarda tanto il privato quanto il pubblico e non può essere affrontata esclusivamente attraverso la leva retributiva, perché il numero di professionisti disponibili sul mercato italiano non è più sufficiente a soddisfare la crescente domanda di salute.

«L’elemento davvero innovativo dell’iniziativa», ha osservato Leonardi, «è che la formazione non riguarda personale già presente nelle aziende, come avviene abitualmente con i fondi interprofessionali, ma candidati che vengono preparati appositamente in vista dell’assunzione». Una scelta che sembra rispondere a un’esigenza concreta: le manifestazioni di interesse raccolte tra le strutture associate superano infatti di gran lunga i 200 posti previsti dalla fase pilota. Da una prima ricognizione emerge una disponibilità immediata ad accogliere fino a 1.500 infermieri, accompagnando il loro inserimento anche attraverso soluzioni abitative, soprattutto nelle aree dove il costo della vita rischia di rappresentare un ostacolo.

Il progetto guarda però oltre il solo settore sanitario privato. Nelle intenzioni dei promotori, infatti, la sperimentazione dovrebbe diventare un modello replicabile anche in altri comparti produttivi che oggi faticano a reperire personale qualificato. La logica è quella di sostituire interventi emergenziali e deroghe con una programmazione stabile, costruita sulla collaborazione tra istituzioni, parti sociali, imprese e mondo della formazione.

Una prospettiva condivisa anche dal segretario nazionale di UGL Salute, Gianluca Giuliano, che ha ricordato come oggi in Italia lavorino circa 135 mila professionisti sanitari stranieri, molti dei quali entrati nel sistema grazie alle deroghe introdotte durante e dopo la pandemia. Misure indispensabili nell’emergenza, ma che, a suo giudizio, hanno finito per abbassare gli standard qualitativi dell’offerta sanitaria e reso ancora più evidente la necessità di percorsi formativi strutturati e di un maggiore presidio garantito dalla contrattazione collettiva.

A richiamare il quadro valoriale dell’iniziativa è stato infine Pino Galati, dell’Organizzazione internazionale italo-latino americana (IILA), che ha richiamato l’articolo 32 della Costituzione, secondo cui la tutela della salute costituisce un diritto fondamentale dell’individuo e un interesse della collettività. Proprio per questo, ha osservato, il progetto si distingue non tanto per il reclutamento di personale straniero in sé, quanto per il metodo adottato: un percorso strutturato di formazione, qualificazione e inserimento lavorativo che punta a garantire qualità dell’assistenza, integrazione e dignità del lavoro.

In fondo è questa la vera sfida che l’Avviso FEMI 2026.01 prova a raccogliere. Il progetto di FondItalia tenta di spostare il baricentro dalla gestione dell’emergenza alla programmazione. Non più reclutamenti straordinari per tamponare le carenze, ma una filiera stabile che metta in relazione formazione, migrazione regolare e occupazione qualificata. Un modello ancora sperimentale, certo, ma che i promotori sperano possa diventare un riferimento anche per il settore pubblico e, più in generale, per tutte quelle filiere produttive chiamate a confrontarsi con una cronica scarsità di lavoratori qualificati.

Elettra Raffaela Melucci

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