Che cosa accadrà al sistema infrastrutturale italiano con la fine delle risorse del Pnrr e quale sarà il suo destino nel medio e lungo periodo? È attorno a queste domande che si è sviluppata la due giorni promossa a Bari dalla Filt-Cgil dal titolo “Infrastrutture 2030: oltre il Pnrr, l’Italia del futuro”.
Nella tavola rotonda che ha concluso la seconda giornata si sono confrontati sindacato, imprese e istituzioni. Stefano Malorgio, segretario generale della Filt-Cgil, nel suo intervento ha posto l’accento su tre criticità che meritano attenzione. Il primo riguarda i falsi benefici della liberalizzazione. “La narrazione, diffusasi anche in Europa, secondo la quale grazie alla liberalizzazione sarebbero aumentanti i benefici di chi usa i trasporti è fuorviante e falsa. In tal senso sta passando il messaggio che la lottizzazione delle gare di appalto per il servizio Intercity sarebbe foriera di vantaggi, cosa del tutto falsa. Inoltre nelle gare non è prevista nessuna clausola sociale né di garanzia contrattuale. E su questo punto il sindacato non farà nessun passo indietro. I veri benefici si hanno quando si investe nelle infrastrutture”. C’è poi la questione del Fondo nazionale per i trasporti “che – osserva Malorgio – sta scomparendo, annacquato dal federalismo fiscale. Servono dei vincoli di spesa per le regioni per rilanciare il trasporto pubblico locale, perché senza il Fondo nazionale non solo è a rischio la tenuta del contratto nazionale, ma quella dell’intero settore e la salute delle nostre città, avvelenate dalle troppe auto in circolazione”.
Il secondo punto riguarda la riforma dei porti “che non ci convince, perché è una riforma priva di equilibrio, priva di garanzie e che sbriciola tutto il sistema di governance. Così come ci preoccupa la commistione tra chi usa i porti e l’infrastruttura portuale stessa. Attendiamo risposte sul riconoscimento del lavoro usurate per chi opera nei porti. Perché se vogliamo investire sul lavoro e dare vita a un ricambio non possiamo non dare voce a un diritto evidente per chi lavora in questo settore”.
L’ultimo tema toccato da Malorgio riguarda la logistica, sottolineando la necessità di “arrivare a costruire un operatore italiano fatto da aziende pubbliche capace di intervenire sul mercato in modo positivo. Non possiamo permetterci di far accadere quello che è successo nel sistema degli aeroporti, dove sono state le compagnie a decidere la politica aereoportuale e non il paese stesso. Dobbiamo riappropriarci della logistica perché è centrale per lo sviluppo dell’intero tessuto produttivo”.
Per il numero uno della Filt il Pnrr non ha dato solo risorse ma anche una prospettiva di investimento nel tempo. Per questo sarebbe utile realizzare un fondo di investimenti per dare un futuro alle infrastrutture del paese, che diventano strategiche non solo per lo sviluppo economico e industriale ma per la sicurezza stessa.
Restando in tema Pnrr Gianpiero Strisciuglio, amministratore delegato del Gruppo Fs, ha precisato come questo abbia “una spinta decisiva alla trasformazione del sistema ferroviario”. Strisciuglio ha ricordato che gli interventi assegnati al Gruppo nell’ambito del Piano nazionale di riprese e resilienza valgono complessivamente circa 25 miliardi di euro e riguardano soprattutto le infrastrutture, ma anche i nuovi treni “Abbiamo conseguito tutti gli obiettivi che ci sono stati assegnati», ha sottolineato, riconoscendo il contributo delle lavoratrici e dei lavoratori del Gruppo. Secondo l’amministratore delegato, il valore del Piano va oltre le singole opere: il Pnrr ha consolidato capacità amministrative, gestionali, progettuali e realizzative che dovranno sostenere anche la fase successiva. In questo quadro, Rete Ferroviaria Italiana ha più che raddoppiato il volume degli investimenti rispetto al periodo precedente al Piano e, ha affermato Strisciuglio, nel 2026 arriverà a circa 12 miliardi di euro”. Per il futuro l’ad di Fs punta non solo sullo sviluppo della rete ma anche alla manutenzione della stessa.
Chi, invece, non è stata interessata dalle risorse del Pnrr è Autostrade per l’Italia. Arrigo Giana, amministratore delegato, ha detto che la priorità di Autostrade è “assicurare l’avanzamento degli investimenti, tutelando sicurezza e qualità del servizio. Lo sviluppo dell’infrastruttura autostradale ha, nella storia del Paese, favorito lo sviluppo dei territori e oggi il traffico è in continua crescita. Il nostro Piano prevede circa 30 miliardi di euro e costituisce una solida base industriale per garantire nel lungo periodo la resilienza di un’infrastruttura così vitale e realizzare il nostro grande piano di rigenerazione della rete. Un booster importantissimo perché di fatto arriva proprio quando le risorse del Pnrr andranno ad esaurirsi”.
“Logistica e trasporti – ha affermato Antonello Lucente, vice direttore generale di Anav -valgono come valore aggiunto 184 miliardi, il 10% del Pil, e attivano un’economia di 350 miliardi, un quinto del prodotto interno lordo. Eppure ancora scontiamo un forte ritardo nelle infrastrutture. Il Pnrr è stato manchevole sulla mobilità cosiddetta dell’ultimo miglio, come ad esempio gli autobus, che sono un sistema molto più capillare e capace di penetrare anche le aree più interne e lontane, non sempre toccate dalle grandi infrastrutture sostenute dal Pnrr. Un’altra pecca da riconoscere al Piano nazionale di ripresa e resilienza è stata una certa rigidità ideologica sulle fonti di alimentazione dei mezzi”.
Sul versante portuale il presidente di Assoporti, Roberto Petri, ha spiegato come “attraverso i porti passi il 30% del nostro Pil. È importante velocizzare il trasferimento dai porti e accrescere l’interoperabilità con le altre filiere logistiche e di trasporto”.
Per il viceministro alle Infrastrutture, Edoardo Rixi, “il Pnrr è stato uno strumento che dato supporto finanziario, per un tempo ben definito, a opere che invece avrebbero avuto bisogno di un sostegno più prolungato. Oggia abbiamo moltissimi cantieri e ci stiamo concentrando nel cercare risorse per non interromperli”. Guardando a una prospettiva europea secondo Rixi “il continente deve avere due pilastri infrastrutturali, uno che già guarda sul Mare del Nord, ma uno anche sul Mar Mediterraneo, altrimenti continuerà ad essere un continente zoppo. Il fatto che oggi Francia e Germania stiano peggio di noi li spingerà ad adottare politiche per un paese mediterraneo come l’Italia, ma anche per la Grecia e in parte la Spagna”.



























