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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - La bussola di Biden e l’ombra del trumpismo

La bussola di Biden e l’ombra del trumpismo

di Maurizio Ricci
7 Novembre 2020
in Poveri e ricchi, Analisi
La bussola di Biden e l’ombra del trumpismo

Alla fine empatia e bonomia hanno avuto la meglio su livore e rancore. Biden su Trump. Ci sono voluti quattro giorni di conteggi, con il fantasma di un epilogo giudiziario, come quello che nel 2000 portò alla Casa Bianca George Bush. Ma ad un intervento della Corte Suprema, probabilmente, crede solo Donald Trump e quello di una vittoria del candidato democratico solo per il rotto della cuffia è una deformazione ottica, frutto del labirintico sistema elettorale americano. A contare gli elettori, Joe Biden ha avuto oltre 4 milioni (destinati a diventare 6 quando finiranno i conteggi in California e New York) più del presidente in carica. Secondo gli standard europei, 4 o 5 punti percentuali in più sono una vittoria netta e indiscutibile, sufficiente a fornire al candidato democratico un mandato popolare per governare. E anche per gli standard americani, aver riconquistato ai democratici tre Stati – come Pennsylvania, Michigan, Wisconsin – persi da Hillary Clinton quattro anni fa e averne strappati due storicamente repubblicani, come Arizona e Georgia (un po’ come se la Lega perdesse Friuli e Lombardia) configura quello che gli italiani chiamano ribaltone.

Ma non basta a consegnare Donald Trump alla storia. Al contrario. I sondaggi e, soprattutto, le scelte sempre più radicali, estremiste, fino a corteggiare apertamente correnti parafasciste e pararazziste facevano intendere che Trump si rivolgesse ad uno zoccolo duro di elettori, bianchi e senza titolo universitario, valutabile in un terzo dell’elettorato. Compattarlo e portarlo alle urne, contando sulla scarsa affluenza degli avversari sembrava la strategia scelta dall’inquilino della Casa Bianca per restarci. E, invece, dietro Trump si è schierata poco meno di metà degli elettori. Quattro anni fa, l’esempio più puro di palazzinaro all’americana poteva essere una incognita e un diversivo. Oggi, non più: dei suoi tic, delle ossessioni, delle paranoie, dell’insofferenza verso le regole della democrazia e del disprezzo per il suo codice non scritto, ma altrettanto importante degli articoli della Costituzione, gli americani sapevano tutto. Ma 68 milioni di loro lo hanno votato lo stesso a dimostrare che il trumpismo non è stato un incidente, ma scorre in profondità nelle vene della nazione ed è solidamente inserito nel suo dna, anche al di fuori dell’elettorato repubblicano. In America ci sono quasi 140 mila contagiati al giorno, i morti per Covid più di 250 mila, ma solo 4 elettori su 10, negli exit poll, hanno indicato l’epidemia come il problema più urgente. E’ il rovescio della medaglia di queste elezioni e il quesito più intrigante dei prossimi quattro anni: esiste un trumpismo senza Trump? Oppure, ci sarà ancora un trumpismo con Trump? E il partito repubblicano si libererà dell’ipoteca dell’ex presidente o vi resterà aggrappato, pur avendo sperimentato che, con Trump, non esistono mezze misure? Stare a fianco di un leader populista che è stato capace di guadagnare 68 milioni di voti significa, infatti, essere totalmente risucchiati dai suoi istinti e dalle sue inclinazioni: altri quattro anni con e sotto Trump vogliono dire perdere ogni legame con il partito che fu di Eisenhower e gli stessi Reagan e Bush.

I quesiti sono importanti, perché, nonostante il successo di Biden, i democratici non sono riusciti ad assicurarsi il controllo anche dell’altro ramo del Congresso. La maggioranza del Senato è legata all’esito di due ballottaggi che si svolgeranno a gennaio. Con un Senato in mano repubblicana e pronto ad una guerriglia senza quartiere contro l’usurpatore che, agli occhi di Trump, occupa la Casa Bianca, mettere in pratica l’agenda di programma di Biden sarebbe una complicata gimkana, nonostante gli amichevoli rapporti personali che il nuovo presidente (per 40 anni senatore) ha con Mitch McConnell e gli altri dirigenti repubblicani al Congresso.

Cosa farà, allora, la Casa Bianca di Biden? La campagna elettorale è girata intorno al tema dell’epidemia, con gli appelli del candidato democratico all’uso della mascherina e alla strategia dei lockdown. Ma, quando Biden entrerà alla Casa Bianca, a fine gennaio, l’epidemia potrebbe aver superato il suo picco e un vaccino a portata di mano. Lo scontro con i repubblicani sulla necessità o meno di un’altra potente dose di stimolo all’economia potrebbe dunque essere superato da una ripresa già vigorosamente in corso.

Il tema centrale dei 100 giorni di Biden sarà, dunque, probabilmente, l’ambiente. Il neopresidente ha già annunciato che uno dei suoi primi atti sarà riportare l’America nell’alveo dell’Accordo di Parigi e della lotta all’effetto serra. Il risultato più concreto potrebbe essere una rinnovata collaborazione con l’Unione europea sul tema del controllo alle emissioni. Anche i repubblicani in Senato – consapevoli della sempre più diffusa sensibilità degli elettori ai temi ambientali – potrebbero non porre troppi ostacoli. In ogni caso, come già dimostrato prima da Obama e poi da Trump, in materia di vincoli ambientali, la Casa Bianca dispone di un vasto raggio d’azione al di fuori dal controllo del Congresso.

Assai più difficile sarà rimettere in mano alla riforma fiscale varata da Trump nel 2018 per limarne le generose concessioni sulla tassazione dei profitti e il sovraccarico delle classi medie. E ugualmente, senza un controllo del Senato, realizzare un’altra promessa elettorale: radicare finalmente nelle istituzioni e nella società americana una profonda riforma del sistema sanitario, portando fino in fondo le promesse dell’Obamacare. Da Biden ci si attende anche una nuova attenzione ai temi del lavoro e dei diritti sindacali: da questo punto di vista, la scelta degli elettori della Florida – che hanno votato in maggioranza per Trump ma anche per portare il salario minimo a 15 dollari l’ora – potrebbe favorire accordi al Congresso.

Un elemento di continuità con l’era Trump, tuttavia, è già visibile: la politica commerciale. Gli atteggiamenti, le sparate, le raffiche di tariffe di questi ultimi quattro anni sono stati accolti con insofferenza dai democratici, ma l’obiettivo di ridare fiato all’industria nazionale e fermare l’invasione dei prodotti stranieri è sostanzialmente condiviso dai democratici. Aspettiamoci, dunque, un atteggiamento più amichevole e meno intimidatorio di Washington verso l’Europa e una moderazione degli attacchi alle esportazioni cinesi, ma non il ritorno dell’America alla bandiera del mercato libero ad ogni costo.

Murizio Ricci

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