Il varo della nuova legge elettorale è stato spacciato da Giorgia Meloni come una conquista per gli italiani. “Mettiamo più potere nelle mani dei cittadini e d’ora in poi la stabilità e la governabilità è garantita”, ha celebrato la premier giovedì 8 ottobre dopo il via libera definitivo di Montecitorio. Un “sì” sofferto, figlio della minaccia di elezioni anticipate se non fosse passato il Melonellum, e frutto di una marcia a tappe forzate, accompagnata dal maldipancia di Lega e Forza Italia e dalle proteste delle opposizioni. “E’ una truffa, sono norme sbagliate e incostituzionali”, ha tuonato Elly Schlein. Ma, come si è visto, Meloni ha tirato dritto.
Ancora adesso, ancora dopo l’approvazione, molti si chiedono perché la leader di Fratelli d’Italia abbia voluto a tutti i costi il Melonellum. Per alcuni, è una sorta di harakiri: alle elezioni, vista la concorrenza a destra del post fascista Roberto Vannacci, è difficile che il centrodestra possa vincere. L’ultima supermedia di YouTrend dice che in mancanza di un accordo con l’ex generale, Meloni & Co. avrebbero al 41,2% dei voti e il centrosinistra il 43,3%. Dunque il fronte progressista, in questa situazione, potrebbe mettere le mani anche sul super premio di maggioranza di 70 deputati e 35 senatori. Bingo, per Elly e Giuseppe Conte.
Per altri, anche dentro la maggioranza, il sì alla riforma elettorale è un errore politico. Perché, nella storia patria, hanno sempre perso tutti coloro che hanno cambiato le regole del gioco a ridosso delle elezioni. E perché il Rosatellum, la legge appena cancellata, avrebbe garantito al centrodestra la possibilità di restare in gioco anche in caso di sconfitta: con ogni probabilità ci sarebbe stato il Pareggione. Una nuova “non vittoria”, per entrambi gli schieramenti, simile a quella di Pierluigi Bersani nel 2013. Ma è proprio un epilogo del genere, il rischio concreto della “palude” (come la chiama lei) ad aver convinto Meloni a tirare dritto. E almeno in questo la premier ha ragione.
Dietro alla testardaggine di Giorgia, al suo amore viscerale per il Melonellum, c’è però anche dell’altro. C’è il vero tornaconto. Ed è qui l’imbroglio. La leader di FdI ha disegnato delle norme che le offrono due possibilità. La prima, si è visto, è superare la soglia del 42% e incassare il super premio di maggioranza. Impresa decisamente complessa e difficile se, come promette, Giorgia non imbarca Vannacci. La seconda chance, tenuta segreta e nascosta, è la possibilità di avere il boccino in mano, di essere lei a dare le carte per il futuro governo con vista sul Quirinale (nel 2029), grazie al meccanismo del Melonellum lasciato con cura lontano dai riflettori che porta al proporzionale puro. Purissimo.
Se, infatti, nessuna delle due coalizioni raggiunge la soglia del 42%, non solo non scatta il premio di maggioranza, accade che ogni partito, dopo le elezioni, sbarca in Parlamento con un numero di deputati e senatori proporzionale al numero dei voti presi nelle urne. E qui arriva il bello, per Meloni: con il proporzionale, il capo dello Stato – come raccontano la storia, la prassi e le consuetudini repubblicane – affida l’incarico di formare il governo al leader del partito di maggioranza relativa (la Dc su questo c’ha campato mezzo secolo). E quale sarà il partito che uscirà più forte dalle elezioni di maggio, giugno o settembre (la data è ancora ballerina)? Il partito di Giorgia che è dato, sempre nella supermedia di YouTrend al 27,3%, ben sopra al Pd fermo al 20,0%. Una distanza incolmabile.
Così, grazie al Melonellum, sarà ancora Meloni a dare le carte nella prossima legislatura, se nessuna delle due coalizioni supererà il 42%. E la Corte costituzionale potrebbe rendere ancora più probabile questo epilogo se, come sembra, alzerà al soglia al 45% per garantire una maggiore corrispondenza tra numero di votanti e rappresentanza parlamentare.
Certo, con il proporzionale puro Meloni finirebbe nella “palude” di cui è ossessionata. Dovrebbe sottostare a quei “giochi di palazzo” che dice di odiare. Sarebbe costretta, insomma, a cercare in Parlamento i numeri per governare. Per la gioia di Carlo Calenda, ma anche dei centristi del centrosinistra e soprattutto di Marina Berlusconi che, con la sua Forza Italia, assumerebbe un ruolo centrale e una grande capacità di manovra. E lo sarebbe, la Cavaliera, anche nella partita che a inizio 2029 si giocherà per il Quirinale. Il vero obiettivo, si narra, della capa di Fininvest: ottenere ciò che il padre ha sempre sognato. Ma non è riuscito ad agguantare.
Alberto Gentili



























