I più ottimisti, gli artigiani, ritengono che la nuova legge quadro sull’artigianato possa essere approvata entro la fine dell’anno. In realtà, i tempi potrebbero allungarsi. Al momento esiste un disegno di legge alla Camera dei deputati e, considerando l’affollamento in Parlamento per l’approvazione della legge di bilancio, le previsioni sono piuttosto vaghe. Anche perché la materia è tutt’altro che pacifica, esistono forti partiti contrari al varo di questa legge.
Le premesse ci sarebbero tutte, la normativa che regola l’artigianato è del 1985 e, da allora, le realtà sono profondamente cambiate, una revisione ci starebbe tutta. È sulla natura di questa revisione che i pareri discordano. Soprattutto sulla previsione che vengano eliminati o modificati i limiti che determinano la definizione di impresa artigiana e il conseguente trattamento normativo. Il disegno di legge non prevede in realtà un limite preciso, ma la partizione europea dà delle indicazioni.
In Europa, infatti, un’azienda è considerata micro se ha fino a 10 dipendenti, piccola se arriva a 50, media fino a 250, grande se supera questa dimensione. Ma se le aziende artigiane potessero avere fino a 50 dipendenti, affermano le associazioni dell’industria e del commercio, cambierebbe tutto il profilo del mondo associativo imprenditoriale e si verificherebbero delle distorsioni profonde. La Confapi, confederazione datoriale che riunisce piccole aziende, si è lamentata del fatto che gli artigiani godano di alcune convenienze – regole molto flessibili, contributi previdenziali e salari più bassi- che potrebbero attirare aziende di minori dimensioni nell’area artigiana, modificando l’attuale realtà. Confapi ha anche indicato il forte onere che ne verrebbe alle casse dello Stato in termini di minori contributi previdenziali e tasse.
A protestare sono anche i sindacati, perché le differenze di trattamento economico tra i dipendenti di aziende industriali e di quelle artigiane, affermano, sono molto sostanziose, anche per centinaia di euro. Se il numero delle imprese artigiane dovesse crescere, e con esso i minimi salariali, il danno sarebbe forte. Caso tipico, quello dei metalmeccanici. Attualmente la retribuzione prevista dal contratto degli artigiani prevede una retribuzione mensile al quarto livello pari a 1.631,98 euro, mentre il contratto Federmeccanica al livello paragonabile, il C3, prevede una retribuzione pari a 2.158,26 euro, con una differenza pari a 526,28 euro al mese. Inoltre, al termine dei due Ccnl, considerando gli ultimi aumenti previsti, il contratto Artigiani a novembre 2026 arriverebbe a 1678,98 euro, mentre Federmeccanica, a giugno 2028, a 2335,88 euro, con una differenza pari a 656,9 euro.
Loro, gli artigiani, negano che ci siano differenze. È una narrazione vecchia di decenni, dicono, la realtà è diversa. Sia perché i minimi salariali degli artigiani sono cresciuti, sia perché occorre tenere conto di tutti i diversi addendi che contribuiscono a formare le buste paga. Tutte le aziende artigiane, affermano, sono tenute a fare contrattazione di secondo livello, che è realizzata territorialmente, e spesso le differenze sono forti. E poi, aggiungono, il lavoro artigiano ha caratteristiche specifiche, prevede la partecipazione diretta dell’artigiano nella lavorazione, esclude lavorazioni in serie, ha un’attenzione alla qualità che non può avere l’industria. Si tratta, quindi, di realtà profondamente diverse, che comportano di conseguenza salari diversi. E non ci sarebbe un danno per l’erario, aggiungono, perché gli artigiani pagano i loro contributi previdenziali, cosa che non farebbero se diventassero soci di una società di capitali. Ma soprattutto gli artigiani difendono il loro diritto di poter crescere dimensionalmente se le condizioni di mercato lo permettono, senza però dover rinunciare alla qualifica di artigiano.
Insomma, ci sono ragioni a difesa delle due differenti posizioni, sta al governo prendere una decisione. Le grandi confederazioni dell’industria e del commercio hanno scritto una lettera all’esecutivo, qualche mese fa, motivando il loro dissenso, ma il governo non ha risposto positivamente. Causando così preoccupazione, malumore e incertezza. Una revisione generale dei perimetri d’azione delle differenti realtà – industria, terziario, artigianato, cooperazione – sarebbe anche utile, e Confindustria da anni persegue questo progetto. Ma dal governo Meloni sono finora arrivate indicazioni in controtendenza, dirette a privilegiare le partite Iva, a estendere la flat tax, a nobilitare i contratti pirata, certo non a definire gli ambiti di azione delle diverse imprese di produzione. Indicazioni che, di fatto, costituiscono un ostacolo alla buona contrattazione.
Massimo Mascini


























