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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - L’Italia ha bisogno di immigrati. Ma continua a trattarli come un’emergenza

L’Italia ha bisogno di immigrati. Ma continua a trattarli come un’emergenza

di Nunzia Penelope
24 Agosto 2026
in L'Editoriale
Le aziende americane contro Trump: le deportazioni degli immigrati rischiano di fare grossi danni all’economia

Negli stessi esatti giorni in cui i settantamila di Ceuta riempivano le prime pagine, l’Istat diffondeva il suo report sull’immigrazione in Italia. Forse per questa coincidenza, i dati del nostro istituto statistico non hanno avuto granché spazio sui media. Vale invece la pena di conoscerli, perché rappresentano l’altra faccia della medaglia proprio rispetto a Ceuta. Il dato base si riassume così: la popolazione italiana “regge” solo grazie agli stranieri, che compensano la perdita degli autoctoni. Nel 2025 il saldo migratorio con l’estero (sia regolari sia successivamente regolarizzati) sale a +296mila unità, dai +263mila dell’anno precedente, e compensa perfettamente il deficit causato da appena 355mila nascite contro 652mila decessi, che darebbero come risultato una popolazione ridotta di quasi trecentomila unità. Invece, grazie agli stranieri, ne abbiamo perse solo 636.

Ma sempre nel 2025, mentre gli stranieri arrivavano, 109mila italiani se ne andavano. Volendo prendere a riferimento la serie storica: tra 2015 e il 2025 sono emigrati 1 milione 249mila cittadini italiani e ne sono rientrati 607mila: un passivo netto di 642mila persone, l’equivalente di una media città italiana. Ancora: dal Sud ne se sono andati 150 mila ragazzi dotati di una laurea. E se a livello nazionale il bilancio dei laureati 2019-2024 resta positivo, sia pure di poco, è anche qui merito dei giovani laureati stranieri: più 88 mila, che compensano i 78 mila italiani in meno. E che tuttavia, e purtroppo, cosi come i giovani laureati italiani, saranno certamente impiegati in lavori poveri, mal pagati, magari in nero, e che nulla hanno a che fare col loro titolo di studio.

Torniamo a Ceuta. I settantamila che l’hanno per poche ore invasa erano, tutti, giovanissimi. Ragazzi e ragazze ventenni, minori non accompagnati, bambini. La visione del loro ‘’assalto’’ ha sconvolto e terrorizzato i governi europei. Come fossero arrivati i barbari. Invece, quelli che arrivavano sulla spiaggia di Ceuta erano la perfetta fotografia di quella forza giovane, forte, entusiasta, che all’Europa, vecchia e asfittica, servirebbe come l’aria. Forse sta proprio qui la ragione di una paura atavica: il vecchio che teme il giovane, il vecchio che teme il nuovo.

Ma lasciando da parte la filosofia e la psicoanalisi, parlando invece di economia: il nostro paese ha terribilmente bisogno di forze lavoro giovani, e lo sanno bene gli imprenditori che ormai mettono nella voce dei passivi di bilancio la difficoltà di trovare persone da assumere. E non basta dire ‘’pagateli di più’’, perché se non ci sono, i giovani lavoratori, non ci sono. Certo, stipendi decenti ridurrebbero l’emigrazione dei nostri ragazzi; e certo, condizioni di vita migliori, a partire dalla casa, forse consentirebbero a più famiglie di formarsi e a più bambini di nascere. Ma sono tempi lunghi. Le soluzioni servono adesso.

Anche la Spagna ha un problema simile al nostro, e sappiamo come lo ha risolto: tra aprile e giugno, Pedro Sanchez ha regolarizzato oltre mezzo milione di immigrati che erano già presenti più o meno clandestinamente nel paese (per la cronaca: oltre un milione sono solo gli irregolari nel settore turistico, centrale per l’economia spagnola). In seguito alla concessione del permesso di soggiorno per lavoro (attenzione: non della cittadinanza) i regolarizzati usciranno dal “nero”, avranno retribuzioni legali e pagheranno le tasse. Cosa c’è di sbagliato in questo? Nulla, e infatti basta guardare i dati positivi dell’economia spagnola e confrontarli con i nostri. Le obiezioni: eh, sì, ma quelli sono quasi tutti immigrati latino americani, parlano già la lingua locale. E dunque? Sarebbe cosi difficile insegnare anche agli immigrati in Italia la nostra lingua? Sul serio è meglio tenerli nel limbo dell’illegalità, magari prigionieri in ghetti disumani, come quello di San Ferdinando, sgombrato proprio in questi giorni?

Vogliamo farci i conti, con questa cosa? Vogliamo capirlo che queste ondate di immigrazione giovane saranno sempre più frequenti e numerose, che si intrecceranno sempre più strettamente con la crisi demografica e con quella del clima, e che pertanto andrebbero gestite per il bene che potenzialmente possono rappresentare, invece che come un male assoluto da sconfiggere? O vogliamo continuare con le crisi di nervi alla sola parola “immigrati”, crisi che hanno raggiunto il culmine con l’assurda decisione del governo italiano di chiudere le frontiere con la Spagna, facendosi ridere dietro da mezzo mondo? Perché alla fine, come dice una famosa canzone, uno scoglio non può arginare il mare: quindi meglio farsene una ragione, imparare a gestirla l’immigrazione, a conviverci. Diversamente, potremo solo esserne sommersi. Lo sanno le imprese, lo sanno i sindacati, lo sanno i centri statistici e di ricerca, lo sanno le persone che ragionano con la testa e non con la pancia. Solo la politica sembra non saperlo, o quanto meno fa finta di.

Nunzia Penelope

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