Negli ultimi trent’anni ai pensionati sono stati sottratti quasi 100 miliardi attraverso le mancate rivalutazioni. Tania Scacchetti, segretaria generale dello Spi Cgil, denuncia la perdita di potere d’acquisto di una fascia di popolazione che ha lavorato e versato contributi, ma che oggi si trova sempre più spesso a fare i conti con la rinuncia anche a beni essenziali. Da qui la richiesta di una perequazione stabile, di pensioni più adeguate e di una garanzia per chi ha avuto carriere discontinue e salari bassi. Ma la questione previdenziale, avverte Scacchetti, non si risolve costringendo le persone a lavorare fino a 70 anni: bisogna creare buona occupazione, valorizzare il lavoro di cura e offrire prospettive a giovani e donne. Perché una società che invecchia non può scaricare sulle singole persone il costo delle proprie fragilità: servono politiche pubbliche, sanità accessibile e risorse per la non autosufficienza.
Partiamo dalle pensioni di oggi. La rivalutazione serve a recuperare il potere d’acquisto, ma le pensioni hanno perso molto negli anni per effetto delle diverse modalità di perequazione. Quanto è stato realmente recuperato e quanto invece resta ancora perso?
La rivalutazione è un tema annoso del dibattito sindacale. Parliamo di 16 milioni di pensionati e quindi di spostare molte risorse. Noi spesso diciamo che con i pensionati si fa bancomat, perché intervenire per correggere il sistema e garantire una piena rivalutazione significa rinunciare a risparmi particolarmente consistenti per lo Stato. Negli ultimi 30 anni, come abbiamo scritto nella piattaforma unitaria con Fnp e Uilp nel 2023, stimiamo che ai pensionati siano stati sottratti quasi 100 miliardi. E parliamo di uno strumento che non serve a dare loro qualcosa in più: è l’unico meccanismo che salvaguarda la pensione dall’aumento del costo della vita. E fra l’altro la salvaguarda solo in parte, perché il sistema di rivalutazione nel nostro Paese usa l’indice FOI che, come tutti gli indici, prende a riferimento un determinato paniere. Quindi non sempre riesce ad accompagnare l’aumento del costo della vita. C’è poi un secondo tema: quando metti mano al sistema di rivalutazione, quella pensione viene pregiudicata per sempre, perché non recupera più il potere d’acquisto perso.
Qual è l’ordine di grandezza della perdita per pensioni che non sono certo d’oro?
Abbiamo preso come esempio una pensione di circa 2.800 euro. Sopra quattro volte il trattamento minimo non parliamo necessariamente di persone ricche: sono pensioni figlie di una vita di contributi e di carriere medie, impiegati, una parte degli insegnanti, persone che soprattutto con il sistema retributivo avevano una pensione legata anche alla fine della carriera. L’inchiesta di Gabanelli e Ravizza mostra bene il punto: una pensione di 2.826 euro lordi, cioè 1.917 euro netti, tra il 2012 e il 2025 ha perso 37.498 euro lordi rispetto a una piena rivalutazione. Parliamo di una fascia che riguarda circa 3,3 milioni di pensionati. Quindi si sottraggono risorse a quella fascia di persone che paga tutto, quella che il patto con lo Stato lo rispetta perché la tassazione Irpef è quasi tutta su di loro.
Quali sono quindi le vostre richieste sulla rivalutazione?
Chiediamo innanzitutto un meccanismo certo. Per 15 anni è stato utilizzato un meccanismo diverso a seconda della convenienza e dell’utilità, elettorale, politica o economica. Ma le persone devono sapere con quale modalità la loro pensione sarà rivalutata. Noi chiediamo la piena rivalutazione. Quando però ci sono stati meccanismi più protettivi, come quello che prevedeva una rivalutazione al 100% fino a quattro volte l’assegno sociale, al 90% tra quattro e cinque volte e al 75% oltre cinque volte, che abbiamo a lungo considerato equo, il principio era garantire la rivalutazione piena entro la prima soglia e applicare percentuali inferiori soltanto alle quote eccedenti. Il governo Meloni, negli anni del picco dell’inflazione, ha utilizzato invece un meccanismo a classi molto più penalizzante: superata una certa soglia, la riduzione della rivalutazione veniva applicata all’intero importo della pensione. È stato un meccanismo che ha prodotto un forte risparmio per lo Stato. La seconda cosa che chiediamo è quindi una piena indicizzazione o comunque il meccanismo più favorevole possibile. E chiediamo stabilità anche rispetto all’indicatore utilizzato. La legge di bilancio ha previsto una riflessione sul possibile utilizzo del deflatore del Pil dal 2027: per noi è un elemento di forte preoccupazione, perché può essere molto penalizzante rispetto all’indicatore del costo della vita.
C’è però anche il tema dell’aumento delle pensioni più basse, che è sempre una carta elettorale.
Abbiamo un tema di incremento dei trattamenti pensionistici, soprattutto nelle fasce medio-basse. È una grande dinamica anche politica, perché si parla sempre di pensioni minime. Si tratta di un tema vero, perché abbiamo pensioni basse e se ne discute in tutta Europa. Noi abbiamo sempre sostenuto però un’altra proposta: aumentare i trattamenti pensionistici anche attraverso l’estensione della platea , oltre che l’incremento di quella che chiamiamo la quattordicesima mensilità. Primo, perché è legata alla carriera lavorativa e quindi premia chi ha versato contributi e ha pensioni basse ma da lavoro, non da assegno sociale. Secondo, perché favorisce soprattutto chi ha avuto carriere più instabili ed è quindi un riequilibratore importante, per esempio per le donne, che pur avendo carriere anche medio-lunghe hanno trattamenti nettamente inferiori agli uomini per i buchi contributivi e il maggior ricorso al tempo parziale.
Perché, allora, continuano a prevalere la narrazione del pensionato che “sta meglio” e l’idea che debba contribuire di più?
È vero che per una certa fase la generazione dei pensionati ha avuto più capacità di risparmiare risorse : sono persone che hanno risparmiato, che tendenzialmente hanno la casa di proprietà e sono abituate alla parsimonia. Ma torniamo sempre al tema del patto previdenziale e fiscale: se c’è un tema di solidarietà, bisogna chiederlo a tutti quelli che hanno un certo reddito. Noi vediamo invece un impoverimento forte delle persone che rappresentiamo, dettato anche dal combinato disposto tra mancate rivalutazioni e aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. E non stiamo descrivendo un pezzo marginale del Paese. Noi dobbiamo certo proporre il tema di salari, che sono aumentati ovunque tranne che da noi, dove sono fermi da 30 anni. Ma se non affianchiamo a questo anche un tema di controllo dei prezzi e di responsabilità pubblica, è difficile pensare che si recuperi quanto dovuto. Quello che si vede è proprio una polarizzazione delle condizioni. Se si costruisce un sistema che in parte risponde ai bisogni in modo privato, si allarga ancora di più la forbice tra chi può e chi non può. I grandi capitali questo l’hanno capito benissimo, perché infatti investono in tutti i settori più sensibili, dalla sanità al benessere, all’edilizia. Se non c’è un presidio pubblico forte, si lasciano sole le persone.
Il meccanismo della perequazione è stato modificato 15 volte in trent’anni. Perché non si è mai riusciti a renderlo stabile, considerando anche che l’inverno demografico non è un fenomeno dell’ultima ora?
Sono mancate tre cose. Sicuramente una programmazione di lungo periodo. Oggi si parla di demografia, ma siamo ancora molto indietro nel capire come orientare le politiche pubbliche per rispondere a questo tema. Siamo destinati a rincorrere un’emergenza per anni, perché il sistema non è pronto. È un po’ quello che è successo negli ultimi 30 anni: una rincorsa al consenso elettorale immediato, con misure che magari rispondevano a problemi reali, ma poi cambia il governo, cambiano le misure e si riparte da capo. Inoltre abbiamo un debito pubblico importante e difficoltà di finanza pubblica. Ma se non c’è il coraggio di aggredire l’evasione fiscale, il nero, il sommerso, le rendite e i profitti, quel sistema si aggraverà. E i primi che patiscono sono quelli che stanno dentro il sistema pubblico, penso ai blocchi delle assunzioni e degli stipendi nella pubblica amministrazione, e alle pensioni. Dentro l’attacco al sistema previdenziale, poi, c’è anche l’aumento dell’età pensionabile e conseguenti misure draconiane. Siamo passati dall’essere, 25 o 30 anni fa, il sistema in cui si andava prima in pensione in Europa, a essere uno dei Paesi in cui si va più tardi. E nel sistema contributivo non abbiamo bisogno di età ancora più draconiane. È un sistema attuariale: a seconda di quanto versi, di quando vai in pensione e dell’aspettativa di vita dipende l’importo dell’assegno. Le persone sono già incentivate a restare più a lungo al lavoro per aumentare il trattamento che riceveranno.
A tal proposito, Matteo Salvini ha avanzato l’ipotesi di consentire a chi guida bus e tir di restare in servizio fino a 70 anni. Cosa racconta, secondo lei?
Racconta proprio un’assenza di capacità di leggere la realtà e le condizioni delle persone. È vero che è aumentata l’aspettativa di vita, ma il sistema pensionistico non può rincorrerla automaticamente, perché la condizione di lavoro che hai a 65 anni non è la stessa di quando ne hai 45. E l’aumento della aspettativa di vita non significa sempre aumento della aspettativa di vita in buone condizioni. Non tutti i lavori sono uguali, non tutti i livelli di stress sono uguali. Quella proposta rischia di determinare una costrizione. Chi vuole continuare a lavorare, tendenzialmente, già oggi può farlo. Quando vediamo morti nei cantieri a 69 o 70 anni, è molto diverso da chi ha un’attività che gli consente, anche per la fatica fisica e il tipo di impegno, di continuare a lavorare fino a quelle età. Avere una maggiore aspettativa di vita non significa che si debba allungare in proporzione anche il lavoro. A un certo punto una persona deve avere il diritto di decidere, se ne ha le condizioni, di rimanere o di smettere. L’aspettativa di vita nel sistema previdenziale la paghi già tantissime volte.
Appunto per questo, lei lega strettamente pensioni e mercato del lavoro. Quanto della questione previdenziale si risolve intervenendo prima, su salari, precarietà e carriere discontinue? E il ricambio generazionale può passare anche da giovani, donne e immigrazione?
Ci sono diversi temi che devono essere affrontati, senza pensare che esista una soluzione onnicomprensiva. Il primo riguarda non solo la qualità, ma anche la possibilità dell’occupazione. La principale forma di tenuta del sistema è far entrare più persone nel mercato del lavoro. Stiamo restringendo la base delle persone in età occupabile e questa è una cosa che nel nostro Paese sta già accadendo e accadrà in maniera consistente. Gli studi di qualche anno fa della Fondazione Di Vittorio parlavano di più di due milioni di pensionati a fronte di meno quattro milioni di persone in età da lavoro. Ma abbiamo anche un problema di partecipazione di quelli che ci sono. Se le donne partecipassero al mercato del lavoro con le medie europee, arrivando a tassi vicini a quelli degli uomini, intorno al 67-68%, aumenteremmo quasi del 17% la quota di donne occupate. Quindi i giovani e le donne devono essere i primi destinatari delle politiche occupazionali. E non basta l’incentivo fiscale: c’è un problema di struttura economica e sociale. Le donne faticano a entrare nel mercato del lavoro perché il lavoro di cura è in capo a loro. Non è solo volontà individuale: c’è anche una cultura patriarcale e il fatto che il secondo reddito non è mai considerato quello più importante. C’è poi un tema di valorizzazione sociale ed economica di quei lavori che nessuno vuole più fare, come il lavoro di cura, che viene spesso considerato socialmente svilente. Ma in una società che invecchia, sulla cura bisogna fare un investimento vero. Altrimenti arretriamo anche rispetto alla dignità delle persone, perché non avremo nessuno a occuparsene. E poi c’è il tema delle politiche migratorie. Il sistema delle imprese, sulle richieste di manodopera, ha sempre premuto sui vincoli di ingresso ed esistono convenzioni con Paesi esteri per portare competenze giovani in determinati ambiti. L’immigrazione è la più grande miopia dell’Europa. Se importiamo persone pensando che siano soltanto ore di lavoro, i migranti che raccolgono i pomodori a 2 euro o le badanti che lavorano in nero, quella non è né accoglienza né lungimiranza nella strutturazione di una nuova società che ha bisogno degli immigrati per rafforzare la coesione sociale oltre che per riequilibrare il dato demografico.
I dati sul mercato del lavoro sono un vanto di questo governo, ma leggendo nelle pieghe si scopre che sono soprattutto gli over 55 a farli crescere. Quanto c’è di reale e quanto di propaganda?
Da una parte rischia di essere il dato che maschera le mancanze. È vero che negli ultimi anni la nuova occupazione è stata molto over 55, ma bisogna guardare la qualità di quell’occupazione, perché non ha un corrispettivo né nella crescita del Pil né nella crescita dei salari. Quindi qualcosa che non va c’è. La più grande mancanza è l’incapacità di prendere i giovani con competenze e inserirli adeguatamente nel mercato del lavoro. Le imprese lamentano mancanza di manodopera e poi siamo incapaci di trattenere le intelligenze, che vanno a fare lavori di tutt’altro tipo o all’estero. Bisogna attrarre talenti, ma anche trattenerli. La nostra emigrazione di ragazzi giovani è fortissima in un Paese che di giovani ne ha già pochi. C’è poi una cosa più pericolosa nella retorica del lavoro da anziani: la sostituzione del lavoro. L’aumento dell’aspettativa di vita non significa l’aumento dell’aspettativa di vita in buona salute. È molto differenziato a seconda di dove vivi, delle condizioni sociali e del lavoro svolto. Dobbiamo valorizzare l’invecchiamento attivo, quindi la capacità delle persone anziane di contribuire alla società dal punto di vista intellettuale, sociale e nel sostegno al welfare. Ma è diverso dire che devono per forza lavorare, perché leghiamo alla produzione materiale ed economicamente riconosciuta il fatto che hanno diritto. Quindi, sulla propaganda del mercato del lavoro sarei molto cauta. Sicuramente questo governo ha avuto una capacità straordinaria di mistificare la condizione reale del mercato del lavoro e di lavorare sulla percezione della popolazione.
Il sistema previdenziale è finanziariamente sostenibile, ma lei sostiene che non lo sia ancora sul piano sociale. Per questo proponete unitariamente una «pensione di garanzia»: a chi dovrebbe essere destinata e che cosa dovrebbe garantire?
La pensione di garanzia serve a riequilibrare il sistema dentro una logica contributiva: non un minimo uguale per tutti, ma una soglia adeguata costruita tenendo conto delle carriere lavorative delle persone, delle loro difficoltà e dei periodi di scopertura, un po’ come avviene con i contributi figurativi. Oggi abbiamo un mercato del lavoro caratterizzato da fragilità, discontinuità e bassi salari. Tutta questa coorte, se non facciamo niente, arriverà alla pensione con trattamenti non adeguati. Qualcuno dice che la risposta sia la previdenza complementare: è una seconda gamba importante e va incentivata, ma non può essere da sola la risposta, perché oggi non è garantita a tutti e soprattutto non lo è per le persone più fragili. C’è poi un altro tema, che non è ancora nelle piattaforme, ma su cui ci dobbiamo interrogare: come finanziare il sistema di protezione sociale. Oggi servono molti meno lavoratori per produrre rispetto al passato e ci sono aziende che hanno grandi profitti pur avendo basi lavorative molto basse. Dobbiamo quindi discutere di quanto il sistema debba essere finanziato dalla contribuzione e quanto dalla fiscalità, e di quale fiscalità.
Guardando alla prossima legge di bilancio, che cosa vi aspettate dal governo sulle pensioni?
Ci aspettiamo quello che abbiamo visto negli ultimi anni, purtroppo: la totale assenza di confronto con le parti sociali. Tendenzialmente scopriamo le misure della legge di bilancio quando leggiamo le bozze. La seconda cosa che mi aspetto è il rischio di una manovra molto elettorale, senza una visione di sistema, senza investimenti e scelte strategiche che invece servirebbero al Paese.
E le vostre priorità?
Se dovessi indicare tre priorità, direi sicuramente la sanità, perché stiamo squilibrando totalmente il sistema pubblico rispetto a quello privato e questo lo pagano le persone normali; la centralità del lavoro; e sulle pensioni un segnale forte sulla rivalutazione e sul fisco. Ma un’altra grande questione è quella della non autosufficienza. Noi abbiamo una legge e un Piano nazionale che il governo si appresta a varare dopo un po’ di anni. Se non ci sono risorse per l’attuazione di quel piano, però, resterà solo una grande intuizione di un sistema che prende in carico le persone nelle fragilità e nelle cronicità, ma resterà un foglio scritto. Queste tre cose, naturalmente, hanno a che fare anche con gli impatti della finanza pubblica e con le scelte sul riarmo, che sottrarranno risorse ai beni pubblici.
Elettra Raffaela Melucci



























